[#10] Dischi di ottobre (con il ➒)

Ci siamo quasi, la fine dell'anno è alle porte e l'ansia di dover lasciare il segno si fa sentire. Infatti i dischi presentati nella consueta classifica sono tutti, a loro modo, epocali e saturi di idee: aprono nuove strade o ne chiudono, supremamente, altre; oppure si abbandonano semplicemente allo scorrere del tempo.
Noi fortunatamente non dobbiamo far altro che sederci e ascoltare.

► 1969

the kinks arthur 1969 recensione
The Kinks - Arthur or the Decline and Fall of the British Empire (Pye)

Quella che doveva essere la colonna sonora per uno sceneggiato televisivo diventò la colonna sonora del senso dell'inglesità secondo i Kinks di Ray Davies: corrosivo, ironico e sardonico, impregna una rock opera incentrata sul cittadino britannico medio ("like myself", dirà Davies, per quanto il soggetto ispiratore sia il cognato), che osserva le contraddizioni e l'inconsistenza tronfia e decadente del suo Impero, diviso tra il dramma della Seconda Guerra Mondiale e le promesse esotiche di un'Australia utopica ("the chance of a lifetime... no class distinction, no drug addiction"). La rievocazione di un passato mitico, unitario, è parodistica e disincantata, metaforicamente associata alla farsa del presente, affidata alla prima energica "Victoria", regina-madre che abbraccia retoricamente i ricchi e i poveri in un mondo fatto di confini netti ("life was clean, sex was bad and obscene, and the rich were so mean"), e all'enfasi bandistica sposata al rock'n'roll conturbante e affilato di "Yes Sir, No Sir" ("Doesn't matter who you are, you're there and there you are, everything is in its place, authority must be maintained, and then we know exactly who you are").

La compattezza narrativa fa tutt'uno con una dedizione pirotecnica a livello di composizione, per pezzi cangianti, stratificati e ricchi, per una tracklist capace di mantenere un livello medio altissimo lungo le sue dodici tracce. I grandi brani abbondano: "Some Mother's Son", ballata barocca e antimilitarista, "Drivin'", irresistibile nella sua stazza melodica fatta di armonie vocali spensierate e deliziosi fraseggi tra chitarre e piano; "Brainwashed", scattante e propulsiva, dotata di un groove blue-eyed soul corposo;  "Australia", crescendo di groove ed espressività rock e rhythm and blues; "Shangri-La", delicato bozzetto folk pastorale che muta inesorabilmente dal sogno alla cruda realtà, trasfigurando in un sound sempre più vorticoso e saturo. 

Completano il quadro il rock'n'roll magnetico e trascinante di "Mr. Churchill Says" (tra i brani che preferisco), il vaudeville dalle forti tinte rétro e parodistiche di "She Bought a Hat Like Princess Marina", di cui la successiva "Young and Innocent Days" rappresenta il corrispettivo malinconico e serioso, mentre le ultime "Nothing to Say" e "Arthur" tornano a giocare con textures corpose e graffianti armonie rock, chiudendo un disco saturo di sostanza musicale, vero apice della carriera di una band destinata a infiltrarsi nella sensibilità pop-rock di generazioni e generazioni di musicisti, con forse meno evidenza di altri più volentieri citati tra le influenze, ma sicuramente con molta pervasività in più.



► 1979

the human league reproduction 1979 recensione
The Human League - Reproduction (Virgin)

L'utilizzo del sintetizzatore da parte degli Human League è tutt'altro che pop: fin da subito l'approccio alle macchine sintetiche è espressionista e all'avanguardia, una fascinazione kraftwerkiana che ambisce (o si arrende) alla trasmutazione tecnologica eliminando ogni calore umano da composizioni fredde e robotiche, sci-fi e austere (si pensi all'EP The Dignity of Labour, vero e proprio lavoro di estetica post-industriale).

Per quanto la forma canzone faccia capolino in Reproduction, questa è sottomessa all'irreggimentazione imposta da una strumentazione  che tende a prendere il sopravvento, a dominare una band di meri "esecutori" di pattern programmati e squadrati (compiti da manovalanza, gesti ripetitivi e alienanti), manipolatori di nastri e sinusoidi opprimenti e sibilanti. La fascinazione contiene, ovviamente, una sua dimensione distopica che origina dal campo socio-economico di Sheffield (dove sorgerà, oltre alla band di Phil Oakey, che all'epoca lavorava come portiere in un ospedale, uno dei nomi più avanguardisti della scena post-punk, i Cabaret Voltaire): il fatto che la città ospitasse la un tempo fiorente e ora in declino industria dell'acciaio, la dice lunga - assieme alla presenza di un nutrito contesto universitario - sugli elementi di critica sociale insiti nella scelta dei suoni industriali e alienanti delle due realtà in questione.

Da "Almost Medieval" a "Zero as a Limit" si illustra la via integralmente sintetica al punk della band ("No future they say / But must it be that way?", canta Oakey in "Blind Youth"): composizioni minimali, ritmi battenti e compatti, riff di tastiera che aleggiano come fumi velenosi, con il baritono di Oakey a modellare la linea melodica. Brani affascinanti come "Circus of Death" e "The World Before Last" rappresentano il lato più scenografico e ambient del gruppo, con i loro giochi di risonanze e fraseggi tra linee di synth (una vera e propria ode dark-fantascientifica, "Circus of Death", che non sarebbe sfigurata in Alien, uscito proprio quell'anno), mentre "Empire State Human" costituisce il picco dell'album, uno dei momenti più pop del lotto (assieme alla parodia distopico-elettronica di "Morale... You've Lost That Lovin' Feelin'"), grazie a un ritornello insolitamente melodioso e un andamento propulsivo capace di prefigurare una musica da dancefloor alternativa e magnetica (i New Order prenderanno nota).

In sostanza Reproduction è un lavoro avveniristico e seminale, capace di dettare le coordinate per un movimento che dominerà, nelle sue varie ramificazioni, gli anni Ottanta.


► 1989

the blue nile hats 1989 recensione
The Blue Nile - Hats (Linn)

Dischi che raffigurano le atmosfere meglio di un dipinto: nella categoria rientra a pieno titolo Hats degli scozzesi Blue Nile, elegantissimi interpreti di un pop sofisticato e posato, di composizioni romantiche e notturne, eredi di lavori come Avalon ma spogliate di ogni tronfia glassa glam o new romantic, per una formula di classico e essenziale (si fa per dire) pop di fine decennio. Sintetizzatori, basso, chitarra e drum machine: questi gli elementi. Eppure il risultato è quanto di più vicino agli standards anni Cinquanta e Sessanta si possa immaginare da una band fondamentalmente synthpop.

Ambient pop soffuso, aereo e sapientemente "asciugato" in un processo di massima resa di pochi elementi espressivi essenziali, quello di "Over the Hillside", brano romantico ma di un romanticismo post-adolescenziale, posato e razionale, per quanto estremamente sensuale. Le chitarre tessono uno strato timbrico che si libra tra rintocchi di tastiere traslucide, mentre il lirismo maturo di Paul Buchanan regge la composizione col suo timbro vellutato. La propulsione morbida di "The Downtown Lights" movimento giusto un poco un mood sempre ripiegato in uno scenario riflessivo e intimo, per quanto increspato dagli archi in levare e dalle rifrazioni sintetiche/chitarristiche che prendono il sopravvento nella splendida coda, per lasciare il posto alla ballata ambient di "Let's Go Out Tonight", vibrante e struggente, un soffio musicale dalle consistenze eteree e spumose.

Si continua con il synthpop di "Headlights on the Parade", la stazza da classico di "From a Late Night Train" e l'ottima conclusione di "Saturday Night", leggera e profumata di aperture melodiche che incrinano il mood verso una più chiara gamma cromatica, per quanto non manchi quella inclinazione malinconica insopprimibile tipica delle composizioni dei Blue Nile. Un disco bellissimo, da non farsi scappare.


  ► 1999

myslovitz Miłość w czasach popkultury 1999 review
Myslovitz - Miłość w czasach popkultury (Columbia)

La Polonia ha da sempre garantito una serie di certezze in ambito rock e pop, e i Myslovitz, creatura alternative e brit, non sono certo un'eccezione: tra le band più note del paese durante i Novanta, con il quarto album dal titolo programmatico "Love in the times of pop culture", la band consacra la sua prima parte di percorso con un lavoro imponente, monolitico, granitico e passionale, un successo commerciale meritatissimo (sarà doppio disco di platino): uno dei capolavori di tardo britpop non anglofilo che chiunque dovrebbe conoscere.

La prima "Chłopcy" è una meraviglia di chitarre riverberate e fumiganti, un pezzo derivato direttamente dallo shoegaze di inizio decennio ma filtrato attraverso una sensibilità melodica pienamente brit, carica e fitta tanto nella costruzione compositiva che nelle armonie sature e gonfie. L'interpretazione della band (e del cantante Artur Rojek) raggiunge momenti di roboante enfasi ("Nienawiść") ma anche di raffinata introspezione, come nella ballad "Długość dźwięku samotności", con i suoi ricami di chitarra deliziosi, baluginanti su una base vaporosa (vero e proprio valore aggiunto il trio chitarristico Rojek-Powaga-Myszor, capace di modellare scenografie rifinite e mozzafiato). Impossibile resistere, poi, alla anthemica "Peggy Sue nie wyszła za mąż", possente ballatona radioheadiana, alla tirata e fragorosa scheggia shoegaze "Miłość w czasach popkultury", alla psichedelica "Noc" e alla monolitica perla alternative rock di "Alexander". 

Uno dei lavori più compiuti e coinvolgenti del tardo britpop arriva dalla Polonia: il consiglio è quello di superare la barriera linguistica e goderselo fino in fondo.



► 2009

atlas sound logos 2009 recensione
Atlas Sound - Logos (Kranky)

Bradford Cox è stato uno dei personaggi più importanti, sebbene forse uno dei meno fragorosi e appariscenti, della musica alternativa degli ultimi vent'anni. Con i suoi Deerhunter ha riscritto la neo-psichedelia, mentre il suo progetto parallelo (Atlas Sound) si concentra su una personale formula dream-pop legata, sì, a quanto fatto con la band, ma più focalizzata su una versione maggiormente libera, intimista e astratta di quel sound. Basti la prima "The Light That Failed", onirica e liquefatta, un bozzetto folktronico e psichedelico di rarefazioni ambient e manipolazioni sonore stordenti, per rendersi conto di questa operazione di sintesi e sublimazione. In Logos si attua una ricerca sperimentale ma anche una connessione con una gentilezza armonica che vede un Cox in stato di grazia: "An Orchid" è un abbandono all'abbraccio di un pop soffice e sfumato, mentre "Walkabout" è uno straordinario bozzetto hypnagogic/sunshine che gode dei contributi vocali ed elettronici di Noah Lennox (in veste Panda Bear). 

Le perle sono molte: l'adagio onirico di "Criminals", che vanta un'apertura melodica e un addensarsi delle armonie davvero splendida, capace di squarciare in un attimo l'andamento annoiato e indolente del pezzo; "Sheila", pop psichedelico e malinconico, dove emerge tutta la sensibilità compositiva di Cox, che pare divertirsi, pare trovarsi del tutto a suo agio nel ruolo di crooner dinoccolato e scapigliato, nonché ottimo padrone di casa (la collaborazione con Laetitia Sadier in "Quick Canal" è un altro centro); "Kid Klimax", sperimentale e come ripiegata in una sorta di nocciolo psichico da cui la voce di Cox fitra distorta; "Whashington School", stordente nugolo puntinista di risonanze, bagliori, luccichii.

Sperimentale ma conturbante: è un piacere perdersi nella logica squagliata di Bradford Cox.


 

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