Synth-Bazar: il periodo synthpop dei Matia Bazar

Antonella Ruggiero Matia Bazar
Confrontate questo video con questo. Il cambiamento è radicale: in sei anni il gruppo di Aldo Stellita, Carlo Marrale, Antonella Ruggiero, Giancarlo Golzi e Mauro Sabbione (che entrerà in formazione nel 1981, sostituendo Piero Cassano, per poi lasciare il posto a Sergio Cossu nel 1985), passa da un italo-pop leggero e a tinte vagamente progressive a un sound elettronico moderno, sperimentale e orientato alla musica d'arte. 

Merito, innanzitutto, della volontà della band di affrontare la maturità artistica con una maggiore ambizione sonora, e poi grazie all'ingresso in formazione di Mauro Sabbione, vero e proprio fabbro della nuova armatura sonica dei Matia Bazar. Sintetizzatori alla tedesca, new wave decadente, balzi in avanti di incredibile lungimiranza (penso in particolare al materiale su Tango), senza mai dimenticare una scrittura impeccabile, devota a un gusto pop conturbante anche nei momenti più stravaganti. Una formula iniziata con l'approdo arty di Berlino, Parigi, Londra e conclusa con Melanchólia. Quattro album bellissimi capaci di nobilitare i primi Ottanta italiani. Passiamoli in rassegna.

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BERLINO, PARIGI, LONDRA - 1982

"In fondo cerchiamo di vivere in pieno gli anni in cui stiamo vivendo", diceva Golzi in un'intervista dei primi anni Ottanta, dove venivano elencati gli elementi fondamentali della nuova formula Matia Bazar, tra cui la melodia  - elemento irrinunciabile - e la connessione con le radici culturali e musicali europee (da cui la scelta di reinterpretare il classico "Lili Marleen", che apre il nuovo lavoro in versione corale ed enfatica, immersa nelle pulsazioni del synth di Sabbione). L'album del 1981 è ampiamente preceduto dalla notizia della dipartita di Cassano, sostituito da un 24enne genovese appassionato di musica sperimentale ed elettronica. Che ne sarà dei vincitori del Festival di Sanremo con "E dirsi ciao"? Dovette rappresentare una grande sorpresa ascoltare Berlino, Parigi, Londra, primo episodio di una svolta a suo modo radicale. Svolta che vede in Berlino, soprattutto, il proprio perno: da Bowie alla musica elettronica di Kraftwerk e Tangerine Dream. Poi Londra, patria della new wave e del synthpop. E nel mezzo Parigi, culla dell'emotività, della poesia e del romanticismo, di un elemento nostalgico posto a metà tra vecchia e nuova Europa.


Dopo lo strappo di "Lili Marleen" arriva "Io ti voglio adesso", pezzo che si svincola morbidamente dal passato (per quanto porti ancora la firma di Cassano) con una costruzione squadrata che incalza le trame di sintetizzatore sullo sfondo, lasciando poi che il ritornello si espanda in una gamma sonora ricca e ariosa cui fa da contrasto una melodia dai profumi di balera, il tutto unito da una rilegatura armonica altamente innovativa: si prenda l'incredibile intermezzo synth-progressive, che ha più da spartire con certo r&b contemporaneo che non con il pop elettronico dell'epoca. Guizzi del genere abbonderanno negli anni a venire, manifestando l'esplosività creativa della nuova formazione. Stesso discorso con "Passa la voglia" e "Fortuna", per certi versi ancora legate alla canzone leggera degli anni precedenti, ma rivestite di scintillanti cromature wave (siamo tra Garbo, Ultravox e gli OMD), con la tastiera che aleggia sullo sfondo e la chitarra che lavora nella prima a singhiozzo, nervosa, nella seconda baluginante e trasversale, incentrata sull'effetto timbrico, entrambe adagiate su un tappeto ritmico minimale, meccanico. Un approccio decisamente sbarazzino e moderno, che lavora tanto sullo scenario sonico quanto su una più rifinita costruzione testuale (si prenda, ad esempio, la propulsiva e decostruzionista "Che canzone è").

È con "Fantasia" che il mood si fa più decadente e opprimente, per quanto non si rinunci a una coralità solenne e espansiva, definendo nel modo più esplicito possibile le caratteristiche del nuovo sound, con le chitarre lasciate prima a sgocciolare su fitte trame di synth, poi a graffiare incattivite l'andamento del brano, e quel basso che rintocca severo irregimentato dalla drum machine secca e immutevole, prima che tutto venga risucchiato dallo splendido vortice di chitarra e synth che apre il movimento conclusivo, tornando poi a dominare la coda. Non mancano di stupire "Stella Polare" (scritta da Cassano e Stellitta), vero e proprio pastiche art-pop di grandissima sensibilità compositiva, un'ode progressiva aggiornata al gusto moderno, o l'anthemica "Fuori orario", conclusiva scheggia synthpop tiratissima e incalzante. 


Il nuovo corso è qui teorizzato e praticato a puntino: la Ruggiero svolge splendidamente il suo ruolo di traino melodico dominando con una liricità imponente e colorata le trame sonore, mentre Sabbione mette la firma su un sound coinvolgente e futurista. Il meglio deve ancora venire, per quanto siano tutti qui gli ingredienti che faranno la fortuna dei Matia Bazar negli anni a venire.

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TANGO - 1983

Il comunicato stampa per l'uscita di Tango è programmatico: "confinati per anni nella gabbia del melodico" e liberati "dall'assillo dei modelli anglosassoni", i Matia Bazar rivendicano un diritto di fuga osteggiato - a loro dire - dai più, diffidenti verso qualsiasi cosa sfugga a "incasellamenti" rigidi e convenzionali, e liberato nella sue espressività dalla potenza metaforica del tango, pratica tanto istintiva e sensuale quanto razionale, calcolata. Il nuovo LP è immaginato dunque come un insieme di "brani-film" che mescolano evocatività e freddezza da laboratorio, eleganza formale a volte rétro e avveniristici paesaggi elettronici, il tutto guarnito da coraggiosi esperimenti in sede di arrangiamento e produzione (le lodi sperticate al produttore Roberto Colombo sono parte essenziale di questa svolta che vede lo studio come elemento fondamentale di un sound che riflette intensamente su se stesso, che unisce arte e tecnica in un solo abbraccio). "La bella canzone italiana ha perso le sue paure, per entrare in un'atmosfera polidimensionale che si coniuga al futuro", recita il comunicato, dilungandosi su una conquista intellettuale della propria formula che potrà anche risultare pedante e piccolo-borghese, ma che è particolarmente significativa vista la partecipazione a Sanremo con il brano-manifesto "Vacanze romane", che molto farà parlare di sé, aggiudicandosi il premio della critica e rappresentando per tanti uno dei pochi segni di vitalità della kermesse.


Insomma, l'ansia di rinnovamento diventa un manifesto che subito si mette alla prova nel tempio della tradizione e del conservatorismo per eccellenza. Il palco di Sanremo è banco di prova per la ricerca canora della Ruggiero e per le ambizioni artistico-sceniche della band. Missione compiuta, il singolo "Vacanze Romane" (pubblicato assieme a "Palestina") vola in classifica e fa buona pubblicità al nuovo album, che uscirà alla fine di febbraio, nel 1983.

E allora "Vacanze romane": un brano ammantato da una patina démodé, da una cortina fumosa anni Trenta (cui il look della band si richiama, in un costante contrasto tra outfit antiquato e strumentazione futuristica), che però rivela nella propria struttura una stordente tendenza alla sperimentazione sonora. Armato del suo software alphaSyntauri (un synth digitale programmabile via computer), Sabbione gioca a produrre suoni, toni, timbri alieni che si mescolano ad altri più classici, per quanto doverosamente artificiali. Questa volta l'operazione di sorpasso della contemporaneità è decisa, e fa strano leggere che l'elemento più sottolineato, all'epoca, sia stato quello delle connessioni con il passato. Eppure tra drum machine DMX Oberheim, sintetizzatore Yamaha e l'accoppiata alphaSyntaury e Apple II Europlus, Tango è uno dei dischi più densi di novità del decennio italiano.

Segue la fascinazione mediorientale di "Palestina", dove le chitarre e il sintetizzatore fraseggiano creando sfumature ruvide e minacciose, addensandosi in un ritornello gonfio e solenne, vero attrattore gravitazionale di un brano che sembra procedere a livello di particelle e aggregati di polveri, con la voce della Ruggiero e il motivo melodico del basso a legare ogni elemento. È però "Elettrochoc" la prima vera botta: pop elettronico pulsante e robotico, dalle intelaiature sintetiche fittissime e cromate, che fanno da scocca cangiante per la voce, sublime, della Ruggiero, limpida e risonante in un soundscape che regala continuamente sorprese, dal loop ossessivo del ritornello alla densa coltre kosmische del ponte, all'andamento sbarazzino del chorus.


Risonanze, giochi di specchi, manipolazioni intensive, melodie killer: la magia si ripete in "Intellighenzia", tra flessioni funky e lente distese di ambient pop sonnolento, sublimate in uno degli sviluppi più appaganti dell'intero lavoro (quel levarsi in alto di un brano straordinariamente posato grazie all'apertura melodica introdotta da quattro rintocchi di tastiera e guidata da una parte vocale operistica da pelle d'oca); "Scacco un po' matto", raffinatissima ed elegante nel suo languido sviluppo melodico-armonico, con quella progressione lentissima che porta allo sbocciare del ritornello, adornato da una coda strumentale davvero avanti rispetto ai tempi (mi viene da pensare all'alternative r'n'b di Solange e mi chiedo quale sia stato l'effetto di quel singolo passaggio sull'ascoltatore dell'epoca), e con la chiusura affidata a un appassionante strascico strumentale solcato da una linea progressiva di chitarra e da una colata di elettronica futuristica, purtroppo tagliata dal produttore (sarebbe stato eccessivo farla durare ancora due o tre minuti?).

Il disco si chiude con l'ennesima meraviglia: "Bambini di poi", incalzante e ieratica, con quegli interventi infiammati di chitarra elettrica a graffiare le gravi pulsazioni sintetiche, e l'aumento di ottava che spinge tutto in su in un crescendo di enfasi e compattezza sonica, fino al climax decisivo del refrain, colmo di baluginii, motivi che si insinuano di traverso, incedere meccanico, e la delicatezza lirica della Ruggiero, come al solito interprete eccezionale e mai sopra le righe, per quanto dominatrice assoluta dei brani (qui in particolare l'equilibrio "competitivo" tra l'incalzare strumentale e il soprano è da cardiopalma). Costruzione impeccabile di dinamiche compositive e sviluppo melodico, di densità sonica e camaleontismo pop, Tango rimane un faro nella musica europea degli ultimi 40 anni, e summa della carriera della band, che però di cose da dire ne aveva ancora un po'.

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ARISTOCRATICA - 1984

Forse abbiamo esagerato. Questo si devono essere detti i Matia Bazar dopo il coraggiosissimo lavoro dell'83. Una delle prime vittime di questa presa di consapevolezza fu l'artefice della svolta di pochi anni prima, quel Mauro Sabbione che decise di lasciare il gruppo per seguire un proprio percorso artistico, meno legato, come rivelò lui stesso, ai noiosi doveri commerciali legati al mantenimento della ditta. L'altra vittima fu quel mood decadente e cinematico che colmava i solchi di Tango. Poco male, perché Aristocratica può vantare un approccio forse meno romantico ma più avanguardista, tutto focalizzato sulla resa e sull'intensività della scrittura elettro-pop piuttosto che sull'estensione narrativa e cinematica del predecessore. Come a voler traslare l'eccesso centrifugo meta-musicale dell'anno prima in uno speculare approfondimento del dettaglio sonoro, Aristocratica risulta forse più ostico vista la sua insistenza iper-tecnologica, fatta di andamenti meccanici, di blocchi ritmici, di lavorio su texture stranianti, di una "durezza" complessiva (e nel look stile Bauhaus) nella scrittura che segna una voglia di osare da un lato inedita, dall'altro diretta conseguenza del percorso intrapreso a partire dal 1981.

Pop elettronico meno rétro e più modernista dunque (sarà il produttore Colombo a sostituire Sabbione alle tastiere), tutto teso all'addensarsi del discorso tecnologico: "Sulla scia" è un concentrato di cariche elettrostatiche che si dispiegano su un tappeto gorgogliante di sintetizzatori e un ritornello da colpo di fulmine, con una Ruggiero meno melodrammatica e più giocosamente pop, più sbarazzina senza per questo dare al lavoro una sembianza facilona (anzi, le sventagliate di synth mescolate con le stranianti parti vocali simil-mediorientali, rendono lo scorrimento affettato e magnetico, anche grazie a un motorik ritmico ossessivo, come nella successiva "Ultima volontà", duettata con Garbo). "Carmen", con i suoi vagiti robotici alla Kraftwerk, inventa una marcetta sci-fi che non manca di profumi mediterranei, come nello sviluppo melodico del bridge, dove gli arrangiamenti, prima eterei e a maglie larghe, si coagulano in tessiture armoniche ricche e cangianti. Anche "Milady", che potrebbe benissimo essere il brano che più si allaccia alle fascinazioni démodé del gruppo, si vaporizza presto in una nebulosa elettronica informe e stagnante, in stratificazioni sintetiche che prendono definitivamente il posto degli arrangiamenti classici esibiti per tutto il primo movimento.


Se "Aristocratica" è il momento più commerciale dell'album, sebbene come al solito gestito elegantemente nelle sue intenzioni avant e nell'insopprimibile istinto melodico, "Mosca Helzapoppin" torna a inscenare i suoi paesaggi lunari tra musica cosmica e new wave (splendide le armonie elettroniche leggere che si sposano ai suoni liquidi delle chitarre e a quel basso grasso, portante), "Logica attenuante" riscopre le atmosfere tecnologiche per un'imponente ballata costruzionista ad alta definizione, con la drum machine che spezza in blocchi imponenti lo spazio solcato da rumorismi di sottofondo, effetti sci-fi, movenze robotiche e le scie di sintetizzatore spaziale curate da Sergio Cossu. Si tratta di uno degli episodi più intransigenti dei Matia Bazar, un affascinantissimo punto di non ritorno rincarato dall'ultima "Luci al neon", brano alienato da risonanze sorde, cupe, perfetta conclusione di un album votato a una cesura netta, a una dichiarazione di intenti frutto di una visione oltranzista, che - come era prevedibile - non avrebbe portato grandi soddisfazioni commerciali.

matia bazar melancholia 1985
MELANCHOLIA - 1985

Il nono album dei Matia Bazar rappresenta l'ennesimo punto di svolta. Con la produzione affidata a Celso Valli e l'ingresso in formazione del tastierista Sergio Cossu, il gruppo conquista una riconosciuta compostezza, fondendo alla perfezione il proprio percorso (passato e recente) con gli sviluppi del pop internazionale. Ed è proprio la scena internazionale la prima grande conquista: passata in relativa sordina "Souvenir", presentata all'edizione 1985 di Sanremo (vinta dai Ricchi e Poveri), con "Ti sento" il gruppo raggiunge fama internazionale, finendo nelle classifiche inglesi, spagnole, olandesi, tedesche e belghe. Propulsivo e intrigante fin dall'attacco iniziale di synth e batteria elettronica, il brano è un continuo crescendo emozionale imbevuto di svolazzi electro e sussulti ritmici che conducono inesorabilmente a uno dei ritornelli più intensi degli Ottanta, dagli azzeccati rimandi italo-disco e dal corposo passo ballabile. Una mossa inaspettata, soprattutto dopo Aristocratica: un ritorno a una dimensione popolare, di massa, che tuttavia non lascia da parte le ambizioni compositive "arty" e l'eleganza interpretativa dei cinque.


Basti la successiva "Via col vento" a rendersi conto di questa nuova, netta, presa di posizione: ballata sophisti percorsa da un liquido e glassato basso fretless e dal recupero di melodismi più voluttuosi e morbidi, vero e proprio recupero di un italo-pop che sembrava rinnegato per sempre. L'elettronica si smorza, relegata a piacevole (e a suo modo innovativo) elemento d'arredo, come nelle atmosfere da liscio di "Cose", profumatissima e tutta tesa verso uno sviluppo melodico di grande eleganza, dove l'ibridazione tra sintetizzatori e elementi "rock", assieme alla scrittura profumata e leggera, raggiunge un equilibrio armonico invidiabile. Il discorso tende quindi verso un pop finemente assemblato, maturo e rodato, un po' new romantic e un po' legato alla sensibilità leggera italiana (mi viene in mente Mango, simile nell'approccio), un po' inedito (la dirompenza degli episodi passati è ancora dura da sedare) e un po' ammiccante a una sensibilità meno divisiva e oppositiva. Brani ricchi come "Da qui a", "Fiumi di parole", "Angelina", testimoniano tutti una capacità compositiva e un'attenzione verso armonie melliflue e dosate da maestri, sebbene segnalino al contempo la fine delle velleità della finestra '82-'84, per quanto "Souvenir" (prodotta da Colombo) costituisca l'ennesimo gioiellino post-moderno da annoverare tra il meglio della band.

Eppure il successivo Meló disattenderà ogni aspettativa di chi sperava in una ulteriore evoluzione progressiva, cadendo invece in un pop roboante e massimalista ma piuttosto insapore, cui seguirà, nel 1989, la dipartita di Antonella Ruggiero (che aspetterà fino al 1996 per iniziare la sua carriera solista) e l'inizio dell'ennesima nuova fase per il camaleonte Matia Bazar.


*Particolarmente utile per questa disamina è stato l'archivio stampa curato da Mauro Sabbione.

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