#09 Dischi di settembre (con il ➒) ♋

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Ed eccoci al mese più bello dell'anno. Malinconico, colorato, profumato. Settembre è adatto per i dischi importanti, quelli che ti guidano per tutto il resto della fine dell'anno, per poi accompagnare l'inizio di quello nuovo. Dischi di confine, quindi, resi ancora più liminali dal loro essere del 1969, dunque aperti al salto verso l'ignoto, e quindi inclini a una carica o una malinconia ancora maggiore. Buon ascolto!
► 1969
Townes Van Zandt - Townes Van Zandt (Poppy)

Disco affascinante e delicato, quello del cantautore americano, qui al terzo lavoro. Sui solchi di quanto fatto da Bob Dylan, Jackson C. Frank, Eric Andersen e più in generale dalla nuova generazione di folkers americani, Van Zandt innesta un suo particolare approccio quieto e poetico impregnato di americana e country, riallacciandosi direttamente a gente come Hank Williams o Ernest Tubb, insomma a una tradizione profonda che sarebbe stata riadattata, tra la fine dei Sessanta e i primi Settanta, da Byrds,

Recensione ► Liberato - "Liberato" (2019)

liberato album 2019 recensione
Immaginatevi la stessa campagna di comunicazione applicata al nuovo album di Ligabue, o di Calcutta. Sarebbe stata un flop. Il perché è presto detto: per sostenere l'hype e per non deludere chi da due anni aspetta l'album, serve un mare di sostanza. Non basta dire che qualcosa sarà figo. Quel qualcosa deve essere figo.

Ed ecco che, al netto di ogni discorso sulle strategie di marketing dell'anonimo Liberato, capace di mettere in piedi un immaginario complesso fatto di video curatissimi (la collaborazione con Francesco Lettieri), branding tattico (il legame con Converse) e stratagemmi narrativi e simbolici efficacissimi, quello che rimane è la musica.

Il 9 maggio 2019 infatti escono tutti in una volta cinque nuovi singoli (riuniti dagli episodi di "Capri rendez-vous", che arrivano non a caso a pochi mesi dal successo della serie "L'amica geniale") e, contemporaneamente, un primo album che comprende i nuovi brani e i sei precedenti lasciati intonsi (fatta eccezione per la splendida "Gaiola", rivista in versione acustica). Chi dice che, in fondo, poco sia stato aggiunto da quella che è poco più di una raccolta sbaglia di grosso. La "prova album" rimane fondamentale, perché esprime dettagliatamente la tenuta complessiva dell'idea, la capacità di legare le singole parti in un quadro più ampio: le canzoni si susseguono senza soluzione di continuità, trovando l'una un rimando nell'altra, completandosi e sviluppandosi in un discorso a tutto tondo. Non solo quindi l'idea regge, ma aumenta - direi che suggella - il valore di quanto fatto finora, rappresentando un insieme maggiore della somma delle parti e sfornando un lavoro di rilievo europeo.

Il calderone stilistico messo in campo è impressionante, come lo è la capacità di ibridazione e manipolazione, tutta tesa a evitare la giustapposizione meccanica di suoni di tendenza e recuperi furbetti. La creatura è genuina, innovativa, nuova. Si legano deep house, trap, alternative r&b, neomelodico, art pop, future bass in un universo policromo unito da un formato canzone dolciastro e ammiccante, leggero (indie?) ma coinvolgente. A fare da compendio al carioca sonoro l'aspetto linguistico: le parole scorrono in una babele dove sì, domina il dialetto, ma imbastardito con catch-all terms in inglese, inserti in italiano e svisate furbamente ispaniche, come a voler ribadire che il mondo entra anche nei contesti più locali, in un'abiura del campanilismo manifesta anche nel rifiuto di completare la dichiarazione identitaria in "Niente" ("So' fatto accussì so' parteno..."). 

Un bell'esemplare meta-sonoro e meta-testuale che vortica attorno a un perno melodico curatissimo, di rara eleganza e intelligenza. Tra i brani che meglio esprimono questa ricchezza, in un sovrapporsi costante di piani e strati, metto, seguendo l'ordine in scaletta, "Oi Marì", che dietro alla sembianza di leggero reggaeton latino (un ottimo tormentone estivo), cela una linea di sintetizzatore cupa e accigliata, vaporizzata in un denso riverbero, in grado di minare l'atmosfera disinvolta del brano instillando un sottile senso di minaccia, di inquietudine (che dire poi del sample di caricatore che dialoga con la drum machine?).

Poi c'è l'esperimento di "Nunn'a Voglio 'ncuntrà", tour de force di r&b atmosferico e vaporoso che sfocia in una tammurriata ovattata e subacquea, per poi esplodere in sintetizzatori corposi di stampo eurodance. Il brano però rallenta e si dedica a un drop espansivo alla SOPHIE, inaugurando un nuovo giro di danze questa volta impantanato in rarefazioni elettroniche, ultrabassi e manipolazioni ritmiche, per un intricato gioco di rifrazioni teso al recupero del tema iniziale, ora però riletto in modalità futuristica e astratta.



Dopo uno dei brani più sperimentali e azzardati del lotto arrivano, in sequenza, la splendida e morbida ballad r&b di "Niente", ricamata su accordi risonanti di chitarra elettrica e un mood denso di accordi gravi di synth, capace di aggiungere lustro a una scena in fermento (Ainé, Mahmood, Venerus), e la meraviglia di "Tu t'e Scurdat' e me", marchingegno ingegnoso di incastri ritmici da capogiro e di armonizzazioni cromatiche dal pregnante effetto psichedelico.

Burial, Rustie, Frank Ocean, FKA Twigs, SBTRKT, James Blake...Liberato. Un nome validissimo capace di imporsi in una rosa di nomi di alta caratura, dando una bella lezione di stile alle varie scene italiane e proiettandosi oltre ogni categorizzazione e confine troppo stretto. Chi è Liberato? È il miglior progetto italiano degli ultimi decenni, e questo mi basta.

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