Il metodo “Rust” – Come fallire al meglio un colloquio di lavoro

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Di Matthew Lovers
Quando meno te lo aspetti ti accorgi di essere diventato vecchio; abbastanza vecchio da dover sopportare la pesante eredità del saggio che si trova di fronte a quelle nuove generazioni assetate di risposte su temi che riguardano il lavoro e la faticosa strada per raggiungere quella chimera chiamata “realizzazione personale e professionale”. Io ve lo dico chiaramente, non mi sento ancora pronto a dispensare consigli tali da poter risolvere i problemi identitari e esistenziali degli altri. Quando mi ponete domande in questo ambito, in particolare su quello strettamente lavorativo (mi candido, invio il cv, vado al colloquio, mi licenzio ecc. ecc.), potreste andare incontro a risposte totalmente spiazzanti da parte del sottoscritto. Io in realtà sono convinto, come mi ha insegnato un mio caro amico espatriato in Francia, che ciò che assumiamo come imprescindibile per noi non lo è in egual misura per altri. Al vostro posto agirei in una certa maniera ma l’unica cosa certa…

#06 Dischi di giugno (con il ➒) ♋

Anche questa volta il gioco si è rivelato facile, visto che la scelta era tutta tra dischi ampiamente consumati e adorati. Pochi preamboli e andiamo subito al dunque. Buon ascolto!

► 1969

captain beefheart trout mask replica 1969
Captain Beefheart & His Magic Band - Trout Mask Replica (Straight)

È dal 2007 o giù di lì che non mi esprimo riguardo a Trout Mask Replica, capolavoro controverso dell'ancora più controverso Don Van Vliet, in arte Captain Beefheart. Un disco talmente sovversivo da apparire a molti una truffa vera e propria, mentre per altri rappresenterebbe una sorta di icona, di modello di sperimentazione totale e incondizionato.

La premessa doverosa, almeno nel rispetto del mio modo di apprezzare un lavoro le cui qualità non sono propriamente auto-evidenti, è doppia: la prima è che la verità, come la qualità estetica, non è manifesta. Non basta un approccio privo di pregiudizi per "illuminare" la natura di un'opera. L'apprezzamento infatti è condizionato da valutazioni, interpretazioni, argomentazioni (ce ne sono a pacchi, leggetevele). La seconda è che per capire tanto la continuità quanto il balzo in avanti di Trout Mask Replica rispetto al suo contesto e al percorso della sua Magic Band è utile ascoltare il primo Safe as Milk, più "convenzionale" ma già dotato di una sfrontatezza e di un approccio che ritroveremo estremizzato nel lavoro del 1969.

Ora, tagliamo la testa al toro: non mettete questo disco per coronare una serata romantica. Non mettetelo per animare una festa. Non mettetelo nemmeno per passare una mezzora di relax o per impressionare il vostro amico che dice di saperne più di voi. L'ascolto non è facile, non è piacevole, non è seducente. E allora perché ascoltare un disco così? 

Perché è geniale e anarchico, dotato di una multi-dimensionalità da far impallidire gli avanguardisti colti, di una sfrontatezza manipolativa degna dei più free dei musicisti jazz. Arte astratta, dadaista e espressionista, provocatoria, avant-garde: e però pop, un pop figlio bastardo della controcultura che qui è più contro che cultura (o viceversa?). Il risultato sociale di una sistematizzazione della violenza e del dominio, visti i mesi in cui la band fu costretta a vivere reclusa dal mondo in un continuo stato di pressione da parte di Don Van Vliet che, forte del via libera di Frank Zappa, costrinse i componenti della band a memorizzare ogni nota (incredibile, vero?) per simulare e interiorizzare al meglio il caos percepito dall'ascoltatore. Opera concettuale, dunque, dove però non manca - lo si nota familiarizzando con il flusso dei brani - una matrice di groove, un ritmo vitale, una seducente carica animale. Lo spirito blues primitivo e primitivizzato, tanto autentico quanto inventato di sana pianta. Ecco perché ascoltare Trout Mask Replica. Magari da soli, in un momento di massima apertura verso il mondo, con un bicchiere di qualcosa di molto alcolico e un bel paio di cuffie. Ora non fatemene parlare mai più.


► 1979

joy division unknown pleasures ian curtis
Joy Division - Unknown Pleasures (Factory)

Non esiste niente di più esplicito della copertina del primo LP dei Joy Division: disturbi rumorosi su sfondo nero pece. Ecco cos'è la musica della band di Manchester, qui colta nel perfetto equilibrio (psichico e musicale) tra ultimi slanci vitali e crollo nichilista. Detto ciò l'attacco di "Disorder" è sempre catartico come al primo ascolto: suoni ovattati e isolati, giustapposti in una cavalcata sorda e feroce, come se ci si trovasse di fronte a degli Stooges in crisi depressiva. Essendo a conoscenza del durissimo processo di registrazione imposto dal sadico produttore Martin Hannett, il tutto acquista ancora più fascino: per creare un suono atmosferico capace di infondere all'album un tono freddo e distaccato, Hannett assunse un metodo maniacale, registrando singolarmente ogni singolo elemento (comprese le varie pelli), tenendo le temperature dello studio a livelli bassissimi per ottenere una gelida espressività, condendo il tutto con effetti eco e riverberi.

Impossibile non rimanere rapiti ascoltando "Candidate", fitta di miasmi e sibili, di risonanze sorde, con quel basso cupo che bofonchia sopra il rigido battito della batteria di Stephen Morris e sulla voce lievemente filtrata di Ian Curtis, o il pulsare ossessivo di "Insight", dove Curtis ostenta un fievole abbozzo di modulazione vocale privo però di ogni calore,  o ancora la carica melodica di "New Dawn Fades", con quelle chitarre aleggianti che saranno memorizzate a dovere dai futuri Cure, per non parlare della bellissima "She's Lost Control" con i suoi eco fumosi e la chitarra atonale, oltre che della ritrovata muscolarità di "Shadowplay" e "Interzone".

Le innovazioni sonore sono tante: le chitarre relegate in secondo piano con una funzione perlopiù timbrica, le tessiture slegate, le risonanze claustrofobiche, l'attenzione maniacale per la sezione ritmica, con quel basso trainante ma mai davvero slanciato, fino alle manipolazioni elettroniche d'atmosfera. Uno dei tentativi più riusciti di suonare meno punk e meno rock possibile. Un testamento di eccezionale espressività, che possiamo fortunatamente ascoltare e riascoltare.


► 1989

prefab sprout protest songs
Prefab Sprout - Protest Songs (Kitchenware)

Che musica può fare un bibliotecario cresciuto nella provincia inglese con alle spalle studi da seminarista? Ascoltate in sequenza Swoon e Steve McQueen e sembrerà la cosa più naturale del mondo affermare che quei suoni, così eleganti e sganciati da ogni tendenza di moda (se non fosse per qualche strizzatina d'occhio alla new wave e al guitar pop dell'epoca), non potessero che venir fuori da quel contesto. Musica "classica", dove la tecnica compositiva - cervellotica, arzigogolata, iper-ragionata -  sembra avere un gran peso, riuscendo però a non essere mai scolastica (cosa che capita spesso nei tentativi musicali provinciali), ma anzi a sprizzare un'energia sbarazzina e genuina, frutto di un estro melodico e compositivo inusuale, fatto di furberie e lampi di genio minimali nelle strutture armoniche, negli intrecci vocali, negli sviluppi serpentini dei brani. Ecco, in questo senso Protest Songs - pronto già dal 1985, dunque debitore della prima fortunata fase e da considerarsi di fatto come il terzo disco del gruppo - non fa che confermare il talento della band formata dai fratelli Paddy e Martin McAloon, Wendy Smith e Neil Conti.

Pop sofisticato impreziosito da guizzi molteplici, come quando la prima "The World Awake", ha quel momento di apertura verso metà brano che squarcia, per un istante, la ritmica serrata, come a voler prendere un bel respiro per proseguire la corsa (una corsa ingentilita da quella cura agli arrangiamenti come sempre connotata da garbo e eleganza, dai tocchi di sintetizzatore alle armonizzazioni vocali, che assieme compongono il contrappunto al tema principale), oppure come quando la melodia di "Horsechimes" sembra galleggiare e spumeggiare su quel tappeto diafano e arioso di chitarre che costituisce il corpo leggero del brano.

Sono tanti i brani di spessore, dalla robusta ballata "Life of Surprises" all'acustica e in aria di bossa "Dublin", dall'impalpabile "Diana" alla posata e frizzantina "Talkin Scarlet" (tutta un gioco di accenti, bagliori armonici, accordi sinuosi di piano e chitarra che si incastrano in un gioco di preziosismi jazz-pop), fino all'ultima, sontuosa, "Pearly Gates", perfetto coronamento della scaletta. Un ascolto incantevole, poco altro da dire, che svela un'altra volta la compostezza geniale di una delle band più fascinose degli anni Ottanta.


► 1999


gay dad leisure noise 1999 review recensione

Gay Dad - Leisure Noise (London)


Tra le ultime gemme della stagione britpop, Leisure Noise risplende di una luce tutta sua. Molti sono stati i tentativi di aggiornare il suono brit senza cadere in cliché ma rimanendo comunque ancorati (consapevolmente o meno) a un'estetica che, di lì a poco, sarebbe sfumata. Ecco, i Gay Dad di Cliff Jones suonano una versione roboante, muscolare e spaziale di britpop, aggiornato secondo canoni psichedelici mescolati a dovere con il solito substrato di chitarre elettriche sfrigolanti e melodie killer. La continuità con la scia di Blur, Pulp, Suede (ecc.) è data da un suono chitarristico che ripesca da una tradizione pop gloriosa (che sia post-punk, glam o power pop), riletta qui con la dimestichezza filologica del critico musicale, motivo per cui a molti il disco sembrò piuttosto didascalico, eppure dotata di una sua carica creativa che ricorda, per certi versi, i Kula Shaker: l'assemblaggio diventa occasione per dire cose nuove, per rinnovare linguaggi e pose, per modellare per bene le composizioni.

Così "Joy!" è un power pop colmo di venature soul e gospel, dotato però di un'anima futuristica e aleggiante (tutte quelle tessiture sintetiche e solforose sullo sfondo), "Oh Jim" è prova superba di scrittura classica, ballatona rock-pop intramontabile, "Black Ghost" è un sinuoso aleggiare di risonanze psichedeliche, "To Earth With Love" e "Dateline" sono tirate rock'n'roll di grande impatto, mentre "Different Kind of Blue" sfoggia le sue tessiture a maglie larghe, tra respiri di mellotron e organetto alla Bark Psychosis e solenni impennate space rock.


 Un lavoro di tutto rispetto, perfetto suggello di una stagione incredibile.





► 2009



patrick wolf the bachelor 209 recensione
Patrick Wolf - The Bachelor (Bloody Chamber)


C'è stato un momento in cui Patrick Wolf era un pezzo grosso. Odiato o amato, la sua proposta incarnava in qualche modo il superamento dei limiti, che fossero quelli queer, quelli tra mainstream e musica alternativa, quelli tra artificio e genuinità, tra kitsch e arty. The Bachelor rappresenta il culmine di tutti questi elementi, posti non in contraddizione ma in continuo dialogo, in uno sforzo megalomane e grandioso. Wolf l'alieno, l'esploratore, raffigurato con il suo outfit futuristico e assieme vittoriano, con quel liuto sullo sfondo, segno di tributo a un passato e a una tradizione continuamente omaggiata dall'artista inglese, fin dagli esordi interessato a gettare ponti tra le radici british folk (vera costante a partire da Lycanthropy) e le tante ipotesi contemporanee più o meno sperimentali.

"Hard Times" mette subito le cose in chiaro, con quel battito serrato anticipato da sibili industriali sullo sfondo, ammorbidito poi dagli arrangiamenti d'archi che incalzano un andamento in crescendo, fitto di infiltrazioni nelle tessiture. Lo spettro cromatico dei brani di Wolf è davvero vario: si passa dall'intrico sinistro di archi e piano di "The Bachelor" (dove si ritrova il gusto english folk di cui parlavo poco fa, presente anche in "Thickets", dominata dal motivo del violino su cui si sviluppa l'elegante ordito strumentale) all'enfasi di "Damaris", vero e proprio slancio melodrammatico, continuando tra raffiche di elettronica martellante, tra post-rave, industrialsynthpop ("Count of Casualty", "Vulture", "Battle"), inni solenni macchiati di sporcature elettroniche ("Who Will?", "The Messenger"), gemme di eleganza chamber ("The Sun Is Often Out") e inaspettate delizie folk ("Theseus").

Un lavoro di grandissimo valore che consacra Patrick Wolf tra gli artisti più importanti della scena pop degli ultimi 20 anni.




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