#09 Dischi di settembre (con il ➒) ♋

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Ed eccoci al mese più bello dell'anno. Malinconico, colorato, profumato. Settembre è adatto per i dischi importanti, quelli che ti guidano per tutto il resto della fine dell'anno, per poi accompagnare l'inizio di quello nuovo. Dischi di confine, quindi, resi ancora più liminali dal loro essere del 1969, dunque aperti al salto verso l'ignoto, e quindi inclini a una carica o una malinconia ancora maggiore. Buon ascolto!
► 1969
Townes Van Zandt - Townes Van Zandt (Poppy)

Disco affascinante e delicato, quello del cantautore americano, qui al terzo lavoro. Sui solchi di quanto fatto da Bob Dylan, Jackson C. Frank, Eric Andersen e più in generale dalla nuova generazione di folkers americani, Van Zandt innesta un suo particolare approccio quieto e poetico impregnato di americana e country, riallacciandosi direttamente a gente come Hank Williams o Ernest Tubb, insomma a una tradizione profonda che sarebbe stata riadattata, tra la fine dei Sessanta e i primi Settanta, da Byrds,

Problemi e prospettive dell'industria valdostana

cogne acciai speciali aosta
Invece di essere un sistema locale a sé stante, cioè un luogo caratterizzato da autonomia d'azione da parte dei soggetti insediati in esso, nel nome della condivisione di un progetto di sviluppo (e non ambito di ruoli predefiniti e fissati da una qualche autorità superiore), la Valle d'Aosta non è riuscita ad affrancarsi dal ruolo, già stigmatizzato da Massimo Lévêque negli anni Ottanta, di “area periferica” di altri sistemi locali. Questo significa che gli attori che hanno guidato la riconversione industriale durante gli anni Ottanta e Novanta (in particolare l'Amministrazione regionale), non hanno saputo innescare significativi processi di agglomerazione territoriale delle attività produttive.

Il periodo che procede dalla crisi industriale di fine anni Settanta ai tentativi di ristrutturazione susseguitisi fino a oggi, è stato caratterizzato, usando le categorie analitiche di Giuseppe Dematteis, da una territorializzazione delle attività industriali di tipo “passivo”: l'attore pubblico ha agito come “controllore” delle pratiche territoriali, la pianificazione territoriale è stata quindi una “regolazione autoritativa” calata dall'alto verso il basso, mentre i soggetti locali hanno avuto poca autonomia, finendo con l'avere un ruolo ridotto nella definizione dei processi di sviluppo locale. Se si considerano poi i casi degli impianti legati a gruppi esterni (come la Conner, la Tecdis, le imprese dell'indotto Olivetti), l'idea del territorio valdostano come mero supporto delle attività economiche pare rafforzarsi.
Il tessuto industriale valdostano è oggi caratterizzato da un'elevata frammentazione e differenziazione, senza che esistano vere e proprie reti di integrazione e cooperazione tra gli attori economici e che quindi si possa individuare un vero “attore collettivo territoriale”. La crisi globale del 2008 ha comportato una forte erosione del tessuto industriale locale, confermando inoltre l'assenza di un distretto industriale. Le aree adibite all'insediamento delle imprese sono, ad oggi, perlopiù di carattere “incubativo” (si pensi alle Pépinières), quindi non ancora sede di imprese mature. Nonostante il ruolo, ampiamente riconosciuto, dell'incubatore d'impresa come strumento per rivitalizzare il territorio dal punto di vista economico e sociale, il passaggio dalla start-up all'impresa matura, e quindi il trasferimento dalle Pépinières alle aree industriali, è in Valle d'Aosta ancora allo stato embrionale. I fattori che, negli ultimi anni, hanno spinto alla concentrazione di imprese in aree contigue sembrano essere stati frutto di politiche economiche orientate più ad esigenze immediate di localizzazione (basate su agevolazioni e partecipazione agli impegni finanziari), che alla creazione di vantaggi duraturi. Inoltre, sebbene la distribuzione spaziale delle aree industriali sia rimasta la stessa (per motivi morfologici oltre che storici, con una concentrazione delle attività nella “plaine” di Aosta e nella zona compresa tra Châtillon, Verrès e Pont-Saint-Martin), le unità produttive non paiono aver aumentato la loro integrazione né tra loro né con lo spazio circostante (e quindi, ad esempio, con le città e il settore dei servizi), sempre meno integrato con il mondo dell'industria.

La sfida sembra quindi quella di innescare delle forze di agglomerazione industriale. La prospettiva della concentrazione appare inoltre l'unica in grado di risolvere i problemi "di scala” del contesto produttivo valdostano: le economie di scala derivanti dai processi agglomerativi tra unità - e non dalle dimensioni dei singoli impianti - sarebbero significative per un tessuto dove prevalgono dimensioni ridotte delle imprese.

Il tema delle scelte localizzative degli attori economici è dunque dirimente: il territorio valdostano, se vuole innescare processi di agglomerazione industriale, deve saper generare le forze adeguate a generare scelte localizzative "di prossimità” tra gli attori economici operanti in Valle d'Aosta.
Gli elementi fondamentali perché si avvii un processo di agglomerazione dipendono da più fattori. Da un lato abbiamo l'accesso al mercato: le imprese tendono a localizzarsi in prossimità delle fonti di domanda, oppure dove i costi di trasporto non sono eccessivi. In questo caso la dotazione di adeguate infrastrutture di trasporto sembra essere elemento necessario per connettere il tessuto produttivo con i mercati extra-regionali. La domanda di beni intermedi conseguente alla presenza di agglomerati di imprese sul territorio è un altro fattore importante, motivo per cui non sembra saggio trascurare la subfornitura e la produzione in loco di prodotti intermedi, concentrandosi soltanto sui servizi o sui beni finali. La presenza di addensamenti produttivi favorirebbe poi economie derivanti da effetti di "spillover" informativi e tecnologici e di disponibilità di personale specializzato.
Anche i processi innovativi potrebbero trarre vantaggio dall'addensamento di imprese in aree produttive. Il ruolo degli incubatori di impresa potrebbe diventare fondamentale all'interno di una rete locale basata su “procedure di ricerca cooperativa”, fonte di domanda di processi innovativi. Come si legge nella ricerca E.R.I.C.A.:

Alla scala locale l'innovazione diventa conoscenza quando le soluzioni e le idee ricavate da una sperimentazione riuscita, vengono generalizzate ed estese, attraverso processi di imitazione o di adattamento ad altri contesti produttivi”.

Il ruolo degli incubatori, dei centri di ricerca e delle università all'interno di un sistema produttivo locale potrebbe costituire un prezioso vantaggio localizzativo. È utile sottolineare, a questo proposito, l'importanza specifica del settore manifatturiero in questo processo di “generalizzazione ed estensione” dell'innovazione:

A livello territoriale senza la componente manifatturiera non si riesce a trasformare l'innovazione in conoscenza [...]. Se a valle di un atto di discontinuità con il passato non si dispone di un'adeguata e radicata capacità di trasformare le idee in prodotti, gli investimenti in ricerca e sviluppo producono risultati piuttosto modesti sul territorio. Inoltre, senza la presenza sul territorio di una massa critica di industrie innovative non è possibile lo sviluppo di moderni servizi ad alta tecnologia".

Il modello del distretto industriale, o del cluster, in quanto “strumento ideale per
accrescere la cooperazione fra imprese e sistema della ricerca e dell'istruzione” riveste - se considerato come un “sistema locale dell'innovazione” - un'interessante motore di rivitalizzazione delle economie territoriali:

L'idea di distretto è stata associata quasi esclusivamente alle produzioni manifatturiere tradizionali, trascurando il fatto che la natura delle economie distrettuali - bacini di conoscenze specializzate, accentuata divisione del lavoro fra imprese e forte dinamica concorrenziale - crea condizioni ideali per tenere attivi i processi di apprendimento e, perciò, incentivare l'innovazione” (Corò, Micelli, 2007).

Elemento caratterizzante delle economie distrettuali, il territorio, il cui ruolo, nella prospettiva del “cluster”, appare molto simile a quello del paradigma SLoT (Sistema locale territoriale). Il territorio è sede di competenze sedimentate nel tempo, ambito attivo di creazione e diffusione delle conoscenze, fattore di competitività. Le ragioni economiche alla base dell'importanza del territorio nel nuovo scenario globalizzato, per Corò e Micelli, sono tre, e hanno a che fare con “l'economizzazione delle conoscenze”, cioè la possibilità garantita dalla prossimità di una più rapida conoscenza degli errori legati alle sperimentazione; lo “sfruttamento delle conoscenze”, garantito dal contatto continuo con università e centri di ricerca; lo "sviluppo di economie positive reciproche" tra chi opera all'interno del cluster tecnologico.

Una prospettiva allettante per la Valle d'Aosta, quella della creazione di siffatti
agglomerati industriali. Una prospettiva che richiederebbe delle politiche orientate allo sviluppo di una qualche forma distrettuale, soprattutto alla luce del fatto che, nel mondo globalizzato di flussi non direttamente vincolati alla geografia “le conoscenze rilevanti a fini economici tendono a concentrarsi in luoghi specifici che il processo di globalizzazione tende a rafforzare”. Tali conoscenze rilevanti andrebbero però rafforzate, rese sistematiche, così come andrebbero rese stabili le relazioni di cooperazione tra gli attori e i settori sui quali si vuole indirizzare la propria strategia di sviluppo regionale. È necessaria dunque una “progettualità istituzionale consapevole” in tale senso.

Va precisato, a questo punto, che appare di fondamentale importanza non abbandonare i comparti storicamente radicati nell'economia regionale nella speranza che i nuovi settori “innovativi”, da soli, possano risollevare le sorti del comparto produttivo. Nell'ottica di puntare sulle competenze sedimentate sul territorio andrebbero riqualificati i comparti di vecchia localizzazione. Scrive Sergio Conti:

Anzitutto, allo scopo di sgomberare il cammino da facili determinismi, è necessario ricordare che in nessun caso la “rigenerazione” delle strutture produttive è stata realizzata cercando di attrarre quelle che convenzionalmente sono definite come industrie a elevata tecnologia [...]. Ciò non esclude, ovviamente, che una politica tecnologica non sia stata perseguita. Essa è tuttavia diretta in primo luogo (e ciò appare un elemento qualificante) all'utilizzo e alla riqualificazione di risorse tecnologiche storicamente radicate nell'economia della regione. In secondo luogo, il rilancio dell'economia non è avvenuto promuovendo improbabili nuove attività, ma ribadendo i comparti manifatturieri”.

I settori industriali più importanti in termini sia del contributo al valore aggiunto totale che del loro peso all'interno del settore industriale, nel periodo 2000-2010, sono quelli delle industrie alimentari, delle bevande e del tabacco, delle attività metallurgiche, del comparto delle tecnologie avanzate (fabbricazione di computer e prodotti di elettronica ed ottica), delle attività di fornitura elettrica, gas, vapore ed aria condizionata. Un possibile ragionamento sulla valorizzazione e messa in rete delle unità produttive deve tenere conto di queste realtà, alcune delle quali frutto di una sedimentazione di competenze nel tempo, altre nate negli ultimi decenni.

Esiste però un elemento che costituisce una condizione base per il futuro sviluppo del settore manifatturiero valdostano. Come spiega Sergio Conti, i processi di internazionalizzazione della produzione costringono le regioni a “fondare il proprio successo su capacità che altre regioni o paesi non possiedono o non sono in grado di valorizzarle in un più ampio scenario economico e concorrenziale” (Sergio Conti, 2003). La produzione di conoscenza gioca un ruolo importante nel processo di valorizzazione di “risorse localizzate” e di specializzazione produttiva. Il successo di una regione dipende dalla sua “capacità di imprimere un'identità ai prodotti che essa propone, differenziandoli da quelli dei concorrenti” (Dematteis, 2003) e, questo, a sua volta, dipende dalla capacità tipica del modello di Sistema locale territoriale di agire come attore collettivo: deve esistere una rete locale di soggetti impegnati in un processo condiviso e consapevole di sviluppo, e questo aggregato di attori deve essere legato ad un milieu locale, cioè “all'insieme delle condizioni favorevoli allo sviluppo specifiche del contesto territoriale in cui opera una certa rete locale dei soggetti, così come da questi percepite” (Conti, 2003).

La Valle d'Aosta sembra dunque essere ancora lontana dall'acquisire quella consapevolezza collettiva in grado di generare degli obiettivi comuni. La logica dell'Amministrazione regionale - principale attore territoriale - è stata spesso miope, non attenta alla definizione di una strategia di sviluppo di lungo termine. La fine del favorevole sistema del riparto fiscale (in particolare dei contributi statali legati all'Iva da importazione) costringe ad una seria riflessione sulle priorità che l'industria della Valle d'Aosta deve darsi. Occorrerebbe dunque abbandonare l'unidirezionalità della definizione delle strategie cercando di assegnare un ruolo maggiore alle associazioni di categoria e ai soggetti economici, compresi i lavoratori e le loro organizzazioni.

Il ruolo del settore pubblico è però destinato (ed è bene che sia così) a rimanere
fondamentale nel guidare un processo complessivo di riconversione economica del tessuto industriale regionale: sperare che siano le forze di mercato a definire gli orizzonti strategici di medio e lungo periodo, appare irrealistico. È necessario un certo grado di interventismo del settore pubblico per mettere in atto la “strategia reticolare” evocata da Sergio Conti, cioè quell'insieme di interventi volti a favorire l'interazione tra gli attori e la creazione di capitale sociale. Come ammette Mariana Mazzucato nel suo articolo “Startup myths and obesssions” (2014), l'attenzione sarebbe da porre, più che sulle piccole start-up innovative, sugli “ecosistemi innovativi” grazie ai quali tali piccole realtà possano diventare “rilevanti”. Tali ecosistemi, come nel caso della Silicon Valley, dipendono fortemente dai fondi messi a disposizione dal settore pubblico, non tanto dalla “genialità” di qualche singolo imprenditore privato o dalla disponibilità di finanziamenti da parte del cosiddetto “venture capital”.

Negli ultimi anni sono invece stati frequenti gli appelli per una liberalizzazione
dell'economia valdostana: sforzi guidati dall'ideologia secondo cui le forze di
mercato sarebbero in grado di allocare le risorse in modo più efficiente rispetto al settore pubblico. La crisi economica ci ha dimostrato ancora una volta che non è così: le politiche liberiste non hanno risolto i problemi della disorganizzazione economica internazionale e della disoccupazione, il sistema finanziario ha investito sempre meno nell'economia reale. Ai modelli liberisti andrebbe contrapposto un modello di intervento pubblico virtuoso. Purtroppo le logiche che hanno guidato la politica economica dell'Amministrazione regionale negli ultimi decenni, non sono apparse adeguate a tale compito.

Il settore pubblico dovrebbe quindi essere capace di definire una serie di interventi ed incentivi per rendere più autonome le imprese e le realtà economiche, definendo però quali sono gli obiettivi e i settori strategici su cui mantenere un controllo. Andrebbe valorizzato il ruolo dell'Università della Valle d'Aosta e del centro di ricerca di Verrès, andrebbero potenziate le strutture degli incubatori d'impresa, sarebbero da consolidare i settori in grado di connettersi alle reti medie e lunghe nei settori all'avanguardia, favorendo la concentrazione di alcune funzioni a livello regionale. Andrebbe inoltre studiato un piano per la creazione di considerevoli e duraturi vantaggi localizzativi in Valle d'Aosta, e sarebbero da predisporre una serie di incentivi per la creazione di reti tra soggetti economici. Andrebbero poi approfondite forme alternative di gestione dell'organizzazione industriale: dalla forma cooperativa ai parchi eco-industriali. Perché, poi, non affidare le imprese in fallimento agli stessi lavoratori? Perché non sviluppare un programma di autogestione delle unità produttive in fallimento? Valorizzare le competenze radicate sul territorio significa anche questo.

Le risorse per uno sforzo “inventivo” di questa portata non possono che arrivare
dall'Amministrazione pubblica, che deve però essere in grado di dialogare con la
società civile, che va coinvolta nella definizione dei processi. La Valle d'Aosta potrebbe diventare un interessante laboratorio per la costruzione di un modello
economico vincente e virtuoso. Occorre però definire delle solide basi per la costruzione di una politica economica di ampio respiro, evitando di “sperimentare” a spese del benessere dei lavoratori e della tenuta della società valdostana.


Bibliografia

- Giuseppe Dematteis, "SloT (Sistema locale territoriale). Uno strumento per rappresentare, leggere e trasformare il territorio", in atti del Convegno: "Per un Patto di Sostenibilità. Sviluppo locale e sostenibilità tra teoria e pratica", Pinerolo, 29 ottobre 2003

- Cristian Roner (a cura di), "Analisi Congiunturale Regionale Valle d'Aosta", Ires-Cgil, marzo 2014

- Dario Carrera, Marco Meneguzzo, Alessandro Messina, "Incubatori di impresa sociale, volano di sviluppo locale", in "Impresa Sociale", vol.77, giugno 2008

- J.Vernon Henderson, Zmarak Shaizi, Anthony J.Venables, "Geography and development", in "Journal of Economic Geographic", Oxford University Press, vol.1, 2001, pg.83

- Egidio Dansero, Davide Bianco, Cristiana Cabodi, Vincenzo Demetrio, Simona Pons, Matteo Puttilli (Gruppo DiTER), "Reti territoriali, reti di innovazione e distribuzione della conoscenza nella Provincia di Cuneo", in "Ricerca E.R.I.C.A., Per un approccio territoriale alla knowledge economy", Fondazione Fitzcarraldo, 2011, pg.75

- Sergio Conti, "Vantaggi competitivi e sviluppo locale. Trasformazioni e identità torinesi", in Giuseppe Dematteis, Fiorenzo Ferlaino (a cura di), "Il mondo e i luoghi: geografie e identità del cambiamento", Ires Piemonte, Torino, 2003, pg.47

- http://www.economist.com/blogs/schumpeter/2014/02/invitation-mariana-mazzucato?fsrc=scn
%2Ftw_ec%2Fstartup_myths_and_obsessions

- Giancarlo Corò, Stefano Micelli, "I distretti industriali come sistemi locali dell'innovazione:imprese leader e nuovi vantaggi competitivi dell'industria italiana", in "Economia Italiana", n.1, 2007, pg.2

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