Problemi e prospettive dell'industria valdostana

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Invece di essere un sistema locale a sé stante, cioè un luogo caratterizzato da autonomia d'azione da parte dei soggetti insediati in esso, nel nome della condivisione di un progetto di sviluppo (e non ambito di ruoli predefiniti e fissati da una qualche autorità superiore), la Valle d'Aosta non è riuscita ad affrancarsi dal ruolo, già stigmatizzato da Massimo Lévêque negli anni Ottanta, di “area periferica” di altri sistemi locali. Questo significa che gli attori che hanno guidato la riconversione industriale durante gli anni Ottanta e Novanta (in particolare l'Amministrazione regionale), non hanno saputo innescare significativi processi di agglomerazione territoriale delle attività produttive.
Il periodo che procede dalla crisi industriale di fine anni Settanta ai tentativi di ristrutturazione susseguitisi fino a oggi, è stato caratterizzato, usando le categorie analitiche di Giuseppe Dematteis, da una territorializzazione delle attività industriali di tipo “passivo”: l…

Valle d'Aosta: tra crisi politica e crisi economico-sociale

Il labirinto politico valdostano
Tutto inizia con la sfiducia al Presidente Augusto Rollandin nel marzo 2017: la coalizione unionista (di cui fa parte anche il PD) finisce in minoranza, portando Pierluigi Marquis a guidare una nuova maggioranza formata da Stella Alpina, Union Valdôtaine Progressiste, Alpe e Pour Notre Vallée (fronda scissionista guidata dagli ex-unionisti Antonio Fosson e Claudio Restano). La maggioranza di 18 consiglieri su 35 è strettissima e instabile, riflettendo la situazione del maggio 2013, per un canovaccio che diventerà leitmotiv della politica valdostana nei mesi a venire. Nel giro di poco tempo si ha infatti l'ennesimo ribaltone, con l'UVP che rientra nei ranghi ed esprime Laurent Viérin come Presidente di una Giunta sostenuta da UV, PD e EPAV (forza nata dalla spaccatura di Stella Alpina dopo la sfiducia a Rollandin). Le ritrovate intese durano poco, perché le elezioni Regionali del giugno 2018 portano la Lega di Nicoletta Spelgatti a sbaragliare il primato degli autonomisti (che governavano incontrastati da decenni). La nuova Giunta vede riuniti, assieme alla Lega, Stella Alpina-Pour Notre Vallée, MOUV (movimento nato nel 2017 da alcuni scontenti della piega presa dall'UVP, che nel 2016 era rientrata nei ranghi della maggioranza UV), Alpe e l'indipendente Emily Rini, fuoriuscita dall'Union. Anche in questo caso la nuova compagine ha vita breve: a dicembre UV, UVP, Alpe e SA sfiduciano la maggioranza per l'ennesimo rimpasto, con Antonio Fosson (PNV) come Presidente della Regione.

Politicamente, la logica delle divisioni appare oggi aver prodotto il risultato di un sistema dove ogni forza è utile ma non indispensabile per gli equilibri generali: nessuno è dotato di una forza schiacciante, ma ognuno è in grado di fare da ago della bilancia. L'indebolimento dell'Union ha proiettato all'esterno i conflitti che prima tendevano a restare interni: la frammentazione della galassia autonomista (caratterizzata da un conflitto altamente personalistico, più che da un contrasto tra progettualità e visioni differenti) rappresenterà con tutta probabilità il nodo gordiano delle future relazioni politiche. Elemento inatteso, invece, quello del rampante leghismo nostrano, che ha tutte le carte in regola per diventare la forza politica regionale preponderante (mentre il ruolo del M5S appare molto più precario e legato a dinamiche d’opinione nazionali).
La mia idea è però che la crisi delle classi dirigenti valdostane abbia determinanti non esauribili nell'analisi prettamente politica, derivando piuttosto dalla profonda crisi economico-sociale che ha investito la regione a partire dal 2011.

Crisi economica e consenso: un'ipotesi
Perché nel 2011? La Valle d'Aosta ha goduto, a partire dalla legge sul riparto fiscale del 1981, di un'autonomia finanziaria capace di garantire un afflusso apparentemente inesauribile di risorse nelle casse regionali, anche dopo la sospensione dell'importo derivante dall'Iva da importazione a causa dell'abolizione delle tariffe doganali sugli scambi europei (Piccinno, 2015). Nel 2011, però, la revisione dell'ordinamento finanziario regionale in ottemperanza alla legge 42/2009 sul federalismo fiscale, ha comportato una consistente riduzione delle risorse disponibili a causa di due importanti provvedimenti che si sono intrecciati alla crisi economica: la cessazione dell'importo sostitutivo dell'IVA da importazione (una riduzione progressiva fino alla soppressione nel 2017) e i vari contributi al risanamento della finanza pubblica (si veda Vesan, 2012). La fortissima compressione dei bilanci regionali (stimata in un saldo negativo tra minori trasferimenti statali e le nuove entrate da tributi propri di 1,82 miliardi di euro tra il 2011 e il 2017) ha ingolfato un motore che, a partire dagli anni Ottanta, aveva puntato tutto su una gestione piuttosto spensierata dell'immensa disponibilità finanziaria.

L'impatto di queste misure, questa è la mia ipotesi, è stato di esacerbare il conflitto politico: se storicamente i contrasti erano stati meno laceranti, ora la composizione dei vari interessi in seno alla classe politica risulta decisamente più complessa da gestire. La minore disponibilità finanziaria impedisce alle varie richieste provenienti dalla società di trovare canali politici di espressione (e viceversa), generando così frizioni tra assessorati in progressivo affanno, in una continua lotta per accaparrarsi risorse in grado di mantenere importanti pacchetti di voti. La crisi economica è immediatamente crisi politica, perché il legame che unisce classe politica autonomista e società civile è ormai da tempo diventato direttamente economico: venendo meno le risorse finanziarie per sostenere le istanze delle diverse categorie non si è potuto far leva su un richiamo "valoriale" e ideologico (quello delle tradizioni, della comunità locale, della particolarità etnica e linguistica), rendendo evidente la natura non egemonica della classe dirigente locale.

La crisi economica non ha fatto che gettare benzina sul fuoco: di fronte a un collasso drammatico del settore delle costruzioni legato a filo diretto alla minore disponibilità di spesa regionale (oltre che a riforme europee in materia di appalti) e a una crescita della disoccupazione e dei contratti precari, il sistema Valle d'Aosta si trova a fare i conti con problemi di lungo periodo mai risolti, dalla dimensione delle unità produttive alla limitata diffusione dell'innovazione e delle funzioni superiori di impresa (Cambiamenti e continuità nella società valdostana, 2013). Contemporaneamente, i settori più dinamici (il settore metallurgico, ma anche quello alimentare e turistico) sembrano più capaci di reagire di fronte al minor sostegno della Regione per affidarsi alla ripresa degli scambi con l'estero, nonostante il dimezzamento delle quote di mercato mondiale delle esportazioni valdostane tra il 2007 e il 2016 (Banca d'Italia, Economie regionali, 2018).

Spunti per un'analisi
Se da un lato, quindi, alcuni settori paiono relativamente meno dipendenti (anche solo potenzialmente) dal ruolo della spesa regionale, altri invece percepiscono con particolare urgenza e disaffezione la mancata "presa in carico" da parte della politica locale (penso a parte del settore agricolo, commerciale a artigiano, al comparto dell’industria manifatturiera, ai professionisti legati all'indotto regionale, agli allevatori, o agli stessi dipendenti regionali, che hanno subito il progressivo calo della spesa corrente). Sarebbero da approfondire e verificare quindi gli effetti centrifughi generati sia dalle richieste di maggiore autonomia della classe imprenditrice dal modello di "integrazione" politico-economica regionale, sia dalle istanze disattese e trascurate di parte del tessuto socio-economico valdostano, oltre che dall’interesse di rastrellamento di asset pubblici tramite liberalizzazioni e privatizzazioni. L'ipotesi è che il futuro della Valle d'Aosta sarà segnato da una serie di mutazioni del consenso di natura strutturale, portando a un'accresciuta conflittualità politica non facilmente gestibile dalle élite storiche dell'autonomismo locale, incapaci di ricomporre gli interessi nel quadro dell’attuale assetto politico-istituzionale.

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