#09 Dischi di settembre (con il ➒) ♋

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Ed eccoci al mese più bello dell'anno. Malinconico, colorato, profumato. Settembre è adatto per i dischi importanti, quelli che ti guidano per tutto il resto della fine dell'anno, per poi accompagnare l'inizio di quello nuovo. Dischi di confine, quindi, resi ancora più liminali dal loro essere del 1969, dunque aperti al salto verso l'ignoto, e quindi inclini a una carica o una malinconia ancora maggiore. Buon ascolto!
► 1969
Townes Van Zandt - Townes Van Zandt (Poppy)

Disco affascinante e delicato, quello del cantautore americano, qui al terzo lavoro. Sui solchi di quanto fatto da Bob Dylan, Jackson C. Frank, Eric Andersen e più in generale dalla nuova generazione di folkers americani, Van Zandt innesta un suo particolare approccio quieto e poetico impregnato di americana e country, riallacciandosi direttamente a gente come Hank Williams o Ernest Tubb, insomma a una tradizione profonda che sarebbe stata riadattata, tra la fine dei Sessanta e i primi Settanta, da Byrds,

Itpop: appunti per una contestualizzazione del nuovo indie italiano.

itpop analisi calcutta
L’itpop è stato uno dei fenomeni, assieme alla trap, che hanno marchiato a fuoco la scena musicale italiana degli ultimi anni. Gli itpoppers prendono le mosse da una manciata di artisti impegnati a rileggere la tradizione pop nazionale adattandola a un aggiornato gusto indie (Le Luci della Centrale Elettrica, Brunori Sas, Colapesce, Dimartino, Dente), abbandonando quindi gli elementi alternativi più “oppositivi”, controculturali e rock (Teatro degli Orrori, Verdena, ma anche la “grandeur” colta e british dei Baustelle), e innestando elementi di cantautorato classico in un sound disinvolto e contemporaneo, capace di unire poetica del quotidiano a sonorità elettroniche e alla moda, per una versione indie pop di Cesare Cremonini in grado di fornire un’alternativa credibile al volgare circo nazionalpopolare dei talent show. In opposizione alla performance musicale intesa come pura prestazione vocale e costruzione artificiosa del personaggio, le band che conoscono un grande sviluppo a partire dal 2015 (Thegiornalisti, Calcutta, Giorgio Poi, Galeffi, Colombre) adottano uno stile più rilassato e personale che, nonostante rimanga incentrato sul ruolo cruciale del frontman e dell'elemento testuale, è capace di sfoggiare una più peculiare e personale visione d’insieme, optando per un sound di certo non sperimentale ma connesso con le tendenze in voga, ibridato e ricercato, per quanto amatoriale e autoprodotto (almeno nella prima fase). Vocazione pop, sensibilità melodica, romanticismo intimista e lettura critica della contemporaneità: una voluta distanza dai grandi riflettori e la volontà di riconsolidare un rapporto perduto con le rispettive scene locali, con un contesto preciso (non quello virtuale e impersonale dei talent).

Nonostante la relativa varietà stilistica degli artisti della scena, divisa tra approcci più cantautorali e altri maggiormente elettronici e danzerecci (per non parlare delle adesioni rap pop di Frah Quintale e Coez), ho però sempre percepito una serie di elementi comuni, una sorta di “sentire” condiviso che, a sua volta, sembrava rimandare a un dato ambiente sociale. E allora mi sono chiesto: cosa accomuna la generazione itpop? Il primo dato che salta all’occhio è che quasi tutti i protagonisti della scena sono laureati, oppure studenti universitari. L’altro è la provenienza provinciale: Calcutta viene da Latina, Giorgio Poi è di Novara, Colombre di Senigallia, Lodovico Guenzi dello Stato Sociale di Bologna (una provinciona). I romani sono un discorso a parte, anche se Contessa parla della sua “migrazione” da Roma Nord a Sud come di un cambiamento significativo, configurando questo spostamento entro i termini di un forte “romacentrismo”, mentre Tommaso Paradiso viene da Prati, quartiere dell’alta borghesia. L’attaccamento al contesto locale, comunque, è forte ma mostra tratti contraddittori: se da un lato si rivendica l’onnicomprensività dello spazio domestico e del quartiere, con i suoi locali serali e i negozietti vari, dall’altro si percepisce una malcelata frustrazione (si prenda “Vita sociale” di Canova), che ripiega nella dimensione locale trovandovi un riparo contro un mondo che va nel verso sbagliato. Gli “altri”, gli indistinti abitanti dello spazio esterno, sono colti come tendenzialmente ostili, anche se i principali elementi di distacco sono effimeri, fenomenici, stilistici, micro-culturali. Si tratta, in realtà, di un’ostilità riversata contro i propri “simili”, i frequentatori dello stesso milieu, di cui si criticano gusti musicali, pose e atteggiamenti (in particolare quella da “figli di papà”, o quella dell’inautentica e prevedibile “Camilla” di Galeffi, che “colleziona libri per far l’intellettuale come se bastasse poi sfogliar tre pagine per essere diversa e un po' bohemienne” e non capisce i film di Jim Jarmusch). Si critica l’hipster posticcio da una prospettiva hipster autentica, che è tale perché ha superato l’ostentazione, ha naturalizzato la posa. 

In una sorta di competizione interna tutta incentrata sul merito e sull’autenticità, il nemico diventa quello dipinto da Lo Stato Sociale in “Turisti della democrazia” (o dagli Ex-Otago di “I giovani d’oggi”): un bestiario di mantenuti, di frequentatori chiassosi di aperitivi, di finte fotografe che hanno comprato la reflex costosa e per questo ostentano una presunta professionalità, di genitori che vivono in un mondo che non esiste più (la politica è tutta qui, un retaggio del passato, un feticcio dei nostri vecchi). Il tutto condito dal disprezzo per le brutture periferiche (la periferia è esteticamente brutta), oltre al solito motteggio degli aspetti deteriori dell’universo culturale autoreferenziale di webzine, case discografiche, festival indie, sale concerti, collezionisti di vinili, ecc. In questo quadro si decodificano entro lo stesso frame bombardamenti e lagna meritocratica, svolta autoritaria e sociologia spicciola dei lifestyles. “Sono così indie” è un verso fatto a se stessi: come se in uno slancio represso di autocommiserazione ci si lanciasse contro il proprio milieu sociale senza accorgersi di trarre proprio da lì una qualche ragione d’essere, un riconoscimento. Insomma, perché Guenzi canta “odio il capitalismo” se non perché questo non lo ha integrato? Tema ricorrente, allora, il sentirsi tagliati fuori, declassati.

Quasi tutti i testi sembrano dunque incentrati su aspetti minoritari dell’espressione culturale della piccola borghesia (le serie tv, le webzine, le recensioni musicali, i festival musicali, la cinematografia indie), che rinuncia però ad ogni pretesa di superiorità (Galeffi cita Monet che fa rima con “tazza di te”, I Cani citano Foster Wallace e Wes Anderson), ma viene sfoggiata come elemento di distinzione, di autenticità individuale, di costruzione identitaria.
Ed ecco che la questione sociale si pone in tutta la sua forza: la provenienza piccolo borghese è esplicita in un senso di declassamento che spinge al ritiro, all’osservazione sprezzante di chi avanza senza meritarselo (il figlio di papà, vero nemico di classe), al ripiegamento su una musica impegnata ma non troppo, che si vergogna di essere troppo pretestuosa, che si bea della propria mancanza di grosse pretese, della propria naturalezza e leggerezza, senza però rinunciare a un’esclusività snocciolata con controllata falsa modestia. Si cerca il successo ma con l’approccio (tipico dell’universitario) di chi sente che il proprio ruolo è svilito, in declino (piccolo appunto: non vedo laureati in ingegneria, medicina ed economia nel mucchio), non riconosciuto. La lagnanza implicita, a denti stretti, riguarda la mancata integrazione sociale, cui si reagisce facendo di necessità virtù, interiorizzando il ruolo dello sconfitto e del semplicione, del disinteresse alternato al commento caustico e ironico sulla contemporaneità (mentre il trapper fa il contrario, esibendo come un trofeo i segni deteriori e pompati della scalata sociale). Una critica sociale che non prende di mira le relazioni di potere dominanti e le conseguenti ingiustizie strutturali, ma piuttosto lo sgretolamento interno della propria classe sociale, così a rischio d’impoverimento (economico e spirituale), così in bilico tra esibizionismo posticcio e autenticità minacciata (che si rifiuta di “monetizzare” e però si cruccia di non riuscire a farlo come sarebbe opportuno: si prendano a questo proposito le critiche al cachet che Calcutta ha preteso per la playlist del Capodanno bolognese). Repressione e rifiuto: non si vuole partecipare alla lotta per la scalata sociale, non si vuole rivendicare esplicitamente uno status di privilegiato che si dava per assodato, ma che richiede oggi un alto grado di competitività, di utilitarismo e calcolo eccessivo, discordante con lo sguardo disincantato di questo strato sociale che tenta di prolungare la spensieratezza tipica del relativamente tutelato – e ludico - periodo universitario (“quando faccio sul serio mi sento stupido”, canta Colombre in “Bugiardo”).

L’esigenza di fuga, l'escapismo, è così tutta concentrata sul lato intimo (uno degli ambienti più citati è la casa, la cameretta) e su un romanticismo fatto di pratiche comuni, di oggetti di consumo, di condivisione di spazi ben delimitati, di accudimento reciproco in una “libera” dimensione casalinga, sporadica e nomade, tipica delle frequentazioni universitarie. La casa non come luogo del dovere o della ripetitività della riproduzione sociale, ma come rifugio sicuro da arredare in sintonia con le proprie preferenze, estensione materiale del proprio “io” creativo, segnalatore di status per eccellenza e per questo luogo di accesso limitato ai veri simili, agli affetti, e dunque di condivisione privilegiata e autentica. Il romanticismo è tra gli elementi che più intensamente filtrano tutto lo spirito critico itpop, che meglio riassumono la condizione esistenziale di questi musicisti. Un romanticismo leggero eppure pregnante, dove concentrare tutte le aspettative e condensare ogni frustrazione.

I meriti più grandi della scena sono legati più alle possibili evoluzioni che non alle premesse: la freschezza e la genuinità degli artisti hanno fornito un’alternativa credibile al pop mainstream ridotto a fenomeno da baraccone, iniziando a dispensare una sempre più riconosciuta professionalità agli esponenti della musica di massa. Si prenda l’apporto fornito da Calcutta, Tommaso Paradiso e Cosmo per la realizzazione di "2640” di Francesca Michielin, uno dei pochi esempi di mainstream di buon gusto, che non a caso unisce produzione glassata e furbetta a una poetica sbarazzina e moderna. Il ruolo “svecchiante” dell’itpop è dunque il vero elemento di valore, capace di dare direzionalità e senso a una formula che finora non ha brillato per originalità (limitandosi alla riproduzione delle sonorità in voga e non alla loro rielaborazione), rappresentando però una scossa di cui, evidentemente, si sentiva il bisogno.

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