#02 Dischi di febbraio (con il ➒) ♋

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Febbraio è stato un mese intenso. Infatti la puntata sui dischi di febbraio esce a marzo. Pronti, via!

► 1969

The Temptations - Cloud Nine (Gordy)

L'approdo dei Temptations alla psichedelia è più che un fatto circoscrivibile alla sola band (l'album sarà un successo, garantendo al gruppo da poco guidato dal frontman Dennis Edwards il primo Grammy Award). Da un lato, infatti, è tra i capolavori del produttore Norman Whitfield, nome imprescindibile per gli sviluppi della black music (e in particolare del suono Motown), che con "Cloud Nine" consolida la ricerca sonora intrapresa con la band a partire dal 1966 (sebbene il suo rapporto con il gruppo sia da far risalire al '64). Dall'altro è il segno di un fermento generale che, assieme agli episodi ben più radicali di Sly and The Family Stone e Funkadelic, farà fare un passo importantissimo all'R&B anni Settanta.

I miei 5 saggi. Letture del 2018.

Il 2018 è stato, tra le altre cose, un ottimo anno di letture. Eccone alcune particolarmente consigliate.

Ellen Meiskins Wood: The Origin of Capitalism - A Longer View (Verso, 2002)
Un libro utilissimo e interessante per moltissimi motivi. Il primo è che il tentativo di uscire dal mito del capitalismo come "tendenza naturale" del corso storico, e quindi dell'idea che il sistema capitalista sia emerso non appena venuti meno i vincoli al suo dispiegarsi, è condotto con rigorosa meticolosità. Ricollocare nella storia un fenomeno sociale specifico e contestualizzato, non confondendo quindi l'esistenza e lo sviluppo del mercato con il peculiare assetto di relazioni sociali di produzione capitaliste, è dunque il principale obiettivo dell'opera. Da questa premessa seguono diverse conseguenze: la centralità della campagna rispetto alla città nel dare origine ai nuovi processi di estrazione esclusivamente "economica" del surplus, la non necessaria corrispondenza tra "borghese" e "capitalista", oltre alle utilissime riflessioni sull'Imperialismo (o meglio, sugli Imperialismi) e sull'Illuminismo come rinnovamento sì borghese, ma non legato al processo di accumulazione del capitale e all'ideologia ad esso associata. Insomma, una lettura indispensabile e preziosa per fugare falsi miti e rimettere sui suoi piedi un ragionamento necessario per capire le origini del sistema socio-economico in cui siamo ancora profondamente radicati. Per una ampia presentazione dell'opera, segnalo la traduzione dell articolo della Wood, "Le origini agrarie del capitalismo".


Annalisa Coliva: I modi del relativismo (Editori Laterza, 2009)
Fin dall'incipit l'approccio è chiaro: "il relativismo si scontra col fatto che i valori aspirano a essere oggettivi, cioè validi universalmente e normativi: se valgono, valgono per tutti sempre e obbligano razionalmente a certe condotte, siano esse etiche, epistemiche o d'altro genere". Questo però non è un libro contro il relativismo, ma un indagine su cosa sia il relativismo, o meglio su cosa accomuni i vari relativismi, o presunti tali. La ricerca di una definizione unificante, di un minimo comun denominatore concettuale, è dunque l'asse portante dell'opera, che solo dopo aver chiarito il concetto di cosa effettivamente sia il relativismo passa alla critica, a verificare la plausibilità e la coerenza delle sue varianti alla luce delle tre condizioni perché una posizione relativista possa dirsi tale.
Per la Coliva: "si ha relativismo quando vi sono a) sistemi chiusi, siano essi le lingue, oppure le culture, o altro ancora, che b) determinano il modo di categorizzare (o di valutare) l'esperienza, c) e lo fanno in maniera tale da risultare incommensurabili gli uni con gli altri", da cui segue che "d) ogni sistema è valido quanto qualunque altro". Quanto regge dunque questa categorizzazione applicata ai diversi relativismi? Quali le contraddizioni che ne conseguono? Quanto il relativismo minaccia i tratti comuni dell'esperienza (e della capacità di conoscere e comunicare) umana? Cosa vuol dire "essere vero"? Quanto, allora, il relativismo appare come un'opzione sensata e auspicabile, e come si caratterizza il "grande spazio intermedio" che deriva dall'abbandono delle posizioni relativiste? La Coliva chiarisce estensivamente il concetto e le sue implicazioni, fornendo una guida indispensabile per l'orientamento in una selva di concetti oggi come mai rilevantissimi.

Robert C. Allen: Farm to Factory. A Reinterpretation of the Soviet Industrial Revolution (Princeton University Press, 2003)
Il modello di industrializzazione sovietico è stato un fallimento o no? Dati alla mano, Robert Allen smonta tutti i luoghi comuni e le imprecisioni legate alla storia economica dell'Unione Sovietica, illustrando il fenomenale processo di "catch-up" avvenuto in particolare tra il 1928 e i 1970. La panoramica fornita da Allen è approfonditissima e dettagliata: dall'economia pre-rivoluzionaria al comunismo di guerra, dalla NEP alla collettivizzazione forzata, passando per i dibattiti sull'industrializzazione tra Fel'dman, Preobrazhensky e Bukharin.
Tra i grandi traguardi dell'opera, due sono di massima importanza: il primo è l'aver dimostrato come il processo di pianificazione centrale, l'aumento del tasso di investimento e - in misura minore - la collettivizzazione dell'agricoltura ebbero grandi effetti, in particolare per l'economia urbana, comportando una notevole crescita dei beni di consumo a partire dagli anni Trenta; il secondo è che la brutalità di Stalin ebbe effetti economici scarsissimi, implicando anzi un eccesso di mortalità (dovuto sia alla collettivizzazione che alla rapida transizione demografica) e portando modesti contributi alla crescita economica (come mostrano anche i dati derivanti dalla simulazione di uno scenario di non abbandono della NEP, la cui minor efficacia nello spostare lavoratori dalla campagna alla città è spiegata solo dal terrorismo staliniano). La collettivizzazione forzata, nelle parole di Allen "ritardò la crescita durante il primo piano quinquennale e la accelerò dopo, ma l'effetto cumulativo durante gli anni Trenta fu solo quello di un piccolo incremento dell'espansione economica. La miseria umana che accompagnò la collettivizzazione fu davvero vasta, mentre i guadagni economici magri". Un peccato che un libro così non sia ancora stato tradotto.

Wolfgang Streeck: How Will Capitalism End? (Verso, 2016)
"Non già con uno schianto ma con un lamento", scriveva T.S. Eliot. Ecco, il crollo del capitalismo, per Streeck, non avverrà con un gran botto, ma è già in corso, e deriva dalle trasformazioni di lungo corso che investono la società contemporanea, minando in particolare l'azione collettiva e lasciando spazio non a un'alternativa di società, ma a un interregno dove convivranno elementi del vecchio ordine e nuovi fenomeni legati da disordine, entropia, incertezza.
L'interregno, nelle parole di Streeck, sarà "un crollo dell'integrazione sistemica a livello macro, privando gli individui, a livello micro, della strutturazione istituzionale e del supporto collettivo, e spostando il peso dell'ordinamento della vita sociale, del fornire a questa un minimo di sicurezza e stabilità, agli individui stessi e a quei patti sociali che saranno in grado di sostenere da soli". Non una nuova società, ma una società de-socializzata e sotto-istuzionalizzata.
A sostegno di quella che non è una previsione, ma la sistematizzazione concettuale delle conseguenze dell'attuale crisi del capitalismo, una teoria ben strutturata delle "3 crisi" che hanno caratterizzato, minando ogni idea di equilibrio, la contemporaneità: quella dell'inflazione globale degli anni Settanta, quella del debito pubblico del decennio successivo e quella del debito privato scoppiata infine nel 2007-2008. Centro focale di tutte e tre le crisi, il tentativo delle élite politiche di mantenere la pace sociale e lo speculare, e contraddittorio, bisogno di garantire l'accumulazione economica. Inflazione e debito (prima pubblico, come sostitutivo dei proventi fiscali, poi privato, come conseguenza della finanziarizzazione), come risposte ai conflitti distributivi di volta in volta rinforzati da un processo di accumulazione sempre più distruttivo e disgregatore. Un libro utile per una buona concettualizzazione della recente storia economica (comprensiva di ottimi passaggi sula crisi del debito europeo) e come pungolo di "pessimismo della ragione" per organizzare un doveroso ottimismo della volontà.

Amartya Sen: Identità e violenza (Editori Laterza, 2006)
Quello che Sen ribadisce in questo libro è l'idea semplicissima, ma fondamentale, che la cultura non determina in maniera esclusiva quello che siamo. Anzi, la cultura è un concetto estremamente ambiguo e, per certi versi, pericoloso, perché fissa in identità irreali e falsamente univoche le comunità umane, facendo leva sull'idea che possano esistere delle caratterizzazioni stabili, definitive, legate alla nascita, al sangue, mettendo così in ombra il processo razionale e riflessivo di costruzione di sé.
Non sfuggono dall'idea di un'identità univoca nemmeno i cosiddetti "progressisti": di fronte all'emergenza del radicalismo islamico molti hanno puntato su elementi religiosi (sebbene moderati o ecumenici) per disincentivare la violenza, confermando così la divisione delle persone su parametri non per forza determinanti, trascurando le molte altre dimensioni in grado di creare reciproco riconoscimento e sentieri di integrazione (i "valori" laici, civici, politici).
Tra critica del relativismo (e quindi dell'idea che le culture umane siano tra loro incommensurabili e sia esclusa una comprensione reciproca), ridimensionamento delle reciproche fobie occidentaliste e anti-occidentaliste, e valorizzazione della scelta e del confronto razionale, il libro di Sen andrebbe tenuto sul comodino e letto ripetutamente.
"Quando si combinano insieme una percezione confusa della cultura e un atteggiamento fatalista rispetto al potere dominante della cultura, di fatto ci viene chiesto di essere schiavi immaginari di una forza illusoria".

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