Maggio torinese

D’improvviso il lungo serpentone di persone accelerò con uno scatto repentino.
Ci eravamo svegliati presto quella mattina, mentre Torino ancora sonnecchiava tiepida nella luce diffusa di quel maggio già proteso verso la stagione calda. Le motovedette della polizia scandagliavano ossessivamente il Po, scrutando i campeggiatori arrivati da tutta Europa per piantare le tende ai giardini Ginzburg, dove anche noi ci eravamo accampati per dar vita a una simbolica comunità resistente ed eco-sostenibile, facendo finta per qualche giorno di poter fare a meno dei comodi appartamentini in affitto mantenuti in discreta fatiscenza per studenti fuori sede. Dalle sponde si potevano ammirare i camminamenti dei Murazzi e la serie di ponti monumentali che collegano corso Moncalieri al centro, da piazza Vittorio al Valentino, fino a corso Dante. A raccordare le raggiere di sguardi la Mole, che come al solito svettava come un pennone nel cielo terso.

La manifestazione contro il G8 dell’università non era la prima e non sarebbe stata l’ultima, ma l’aria che si respirava era quella delle occasioni speciali: certamente, rispetto all’inaugurazione delle proteste contro la riforma Gelmini, quel 17 maggio 2009 segnava un salto di qualità nei toni e negli obiettivi del movimento dell’Onda. Il G8 University Summit, riportando alla memoria l’incontro dei “grandi” del mondo che solo pochi anni prima aveva massacrato Genova, era un guanto di sfida lanciato a un mondo studentesco in subbuglio: mentre l’università era sotto attacco, i rettori dei maggiori paesi del mondo si riunivano, a porte chiuse, per discutere di ambiente, di sostenibilità e innovazione. Si parlava della relazione tra uomo e natura mentre il mondo, fuori, brulicava di contrasti e non aveva nulla da spartire con le intenzioni altisonanti di chi stava dentro, scioccamente indifferente allo iato tra le magnifiche dichiarazioni ufficiali e la frustrante realtà dei cambiamenti in atto. Come se non bastasse, l’immagine dipinta dai mezzi di comunicazione era quella di una città assediata, blindata, pronta allo scontro tra barbari antagonisti e forze dell’ordine. Si preparava il campo a servizi concitati da dare in pasto, in prima serata TV, al ludibrio di italiani sdegnati, si preparava lo spettacolo perfetto, confezionato con toni allarmisti e drammatici. Ci si augurava il bagno di sangue, le teste rotte, i giovani violenti da far analizzare a qualche opinionista imbolsito e rigoroso, tutore di un ordine non meglio stabilito e di ragioni dottamente imprecisate.
Eppure tutto era cominciato con discreto garbo, pochi mesi prima. Le università si erano sollevate senza troppo fragore, anzi, chiedendo quasi il permesso di poter alzare un pochino la voce. Il nostro manipolo di attivisti, dopo giorni di assemblee, aveva deciso di occupare la sede di Scienze Politiche e Giurisprudenza, affiancando così l’avanguardia di Agraria e il grande classico di Palazzo Nuovo. A fine pomeriggio, appena terminate le lezioni, il nostro gruppetto era entrato nell’atrio annunciando in portineria che “questa sera noi dormiamo qui. Occupiamo”.
“Potevate dirmelo prima però! Ora devo fare un sacco di telefonate, checcazz...”, era stata la reazione del custode, che aveva avvisato rettore e questura per poi abbandonare il campo, lasciando che le cose seguissero il loro corso. Era fatta: le porte dell’università erano aperte! Nel giro di poche ore l’atrio pullulava di gente, qualcuno aveva prontamente assemblato un sound system, portato gli alcolici, il cibo. Si faceva festa, ci si era impossessati dei propri spazi, gli stessi spazi angusti e anonimi in cui si passavano tante ore nella smania di poter uscire il prima possibile per andare finalmente altrove, per vivere luoghi più consoni, più adatti. Ora, però, quel posto ci apparteneva. La mattina seguente l’emissario dell’attiguo centro sociale aveva portato i cornetti per complimentarsi e noi ci eravamo guardati con sorrisetti beffardi, sapendo che quell’atto l’avevamo compiuto soltanto noi, e al contempo l’avevamo messo al servizio di qualcosa di più grande, di un sollevamento generale che non sarebbe stato passeggero. C’era la manifestazione a Roma, le assemblee pubbliche, le lezioni a cielo aperto, le iniziative, la lotta. La questione non finiva lì.
Eppure quella sera c’erano anche tanti giovani festanti che forse erano più interessati agli spazi liberi – fossero stati dei gradoni in cemento o delle aule studio ricontestualizzate - che a tutto il resto, come se nell’offerta cittadina di posti standardizzati, funzionali, ritagliati su misura per le più disparate esigenze specifiche, rimanessero comunque cerchie di esclusi e di insoddisfatti, di gente che non trovava il suo posto, persone dalle esigenze difficilmente catalogabili. “Vogliamo spazi”. Era tutta lì, forse, la rivendicazione.
Eppure nel maggio 2009 le intenzioni erano altre, le pretese erano cresciute, gli orizzonti si erano notevolmente allargati. O quantomeno il movimento poteva già vantare una storia, un percorso, un processo di costante consolidamento e riconoscimento identitario. I giornali parlavano dell’Onda come di una creatura in vita, esistente, con obiettivi, con un’identità. E non era poco. Nonostante la tendenza catalogatrice dei mezzi di comunicazione il movimento viveva di plurime sigle e correnti, di coordinamenti tra i più disparati. A Torino, in particolare, lo sforzo era stato fin dall’inizio quello di tenere unite le ali “antagoniste” - quella legata al più noto centro sociale cittadino – e il coordinamento dei collettivi indipendenti. Sforzo che fino ad allora, nonostante assemblee infuocate e snervanti, aveva dato i suoi frutti, facendo convergere le difficoltà di metodo e di pensiero, dando l’idea di una certa compattezza di pratiche e rivendicazioni.
Anche quel giorno i vari gruppi erano riuniti sotto un unico ombrello. Eppure per la prima volta, forse per la risonanza europea dell’evento, si notavano come non mai gli universi di sigle e di identità, ognuna ben differenziata nel grande imperversare di slogan del corteo. Noi eravamo una tribù che simbolicamente invadeva la giungla urbana di barriere e recinti, di zone rosse e camionette della polizia, inscenando festosi atti situazionisti di resistenza e sfottò, tra esercito clownesco e pettorine di carta crespa verde, fruscianti come foglie e sottili come carta velina. Le prime avvisaglie della reale distanza tra le anime delle iniziative contro il G8 dei rettori, però, si era già notata durante la manifestazione del giorno prima, quella in cui – in un clima di surreale vivacità – si era scatenata la fazione creativa del movimento, intenta a portare avanti la sua efficace sceneggiata simbolica per le strade della città, finendo col piantare un paio di alberi nel cemento, a due passi dalla sede del summit.
Il giorno dopo, invece, nessuno aveva una chiara idea di cosa sarebbe successo una volta raggiunta la zona rossa, circondata da forze dell’ordine in tenuta antisommossa. Più o meno tacitamente avevamo accettato che quello non era il nostro giorno, che i protagonisti sarebbero stati altri: messi in ombra dalle roboanti dichiarazioni delle ali più dure, colme di retorica da guerriglia urbana, seguivamo sommessi il grande corteo, improvvisando un cordone di sicurezza di scarsa credibilità, facilmente disperso da una timida carica di alleggerimento. Si stava uniti però, e ci si riconosceva. Bastava questo. In testa alla fiumana che raccoglieva, come al solito, sindacati, partiti, gruppi studenteschi e aderenti sparsi, c’era la camionetta nera del centro sociale, rigonfia di casse rombanti e bandiere, occupata da megafonisti capaci di mandare a memoria un canovaccio considerevole di slogan, di arringare la folla con genuino e irresistibile entusiasmo. Seguivamo noi, disordinati e guardinghi. Negli occhi di ciascuno vibrava un nervosismo che contribuiva a screziare una leggerezza impostata, una sorta di residuo posticcio dell’irriverenza che aveva contraddistinto il giorno precedente, correndo come una scossa tra i volti smunti dal poco sonno e dalla eccitante vita universitaria.
Lo spezzone sociale pareva invece particolarmente compatto e collaudato nella rigida osservanza di un repertorio che pareva brevettato. All’improvviso, poco prima di svoltare per corso Marconi, la musica diffusa dagli altoparlanti si spezzò per virare su un battito martellante, un chiaro incitamento a scaldare gli animi, come un rituale guerriero. Immediatamente la testa del corteo si protese in avanti con maggiore foga, tirandosi appresso i manifestanti al seguito, sospinti in una vera e propria corsa verso quello che doveva essere il principale obiettivo della marcia. Ed ecco che svoltato l’angolo il mezzo sbraitante inchiodò, e con lui le centinaia di persone che fino ad allora l’avevano seguito. Seguendo un segnale impercettibile le persone in testa cominciarono a coprirsi i volti con baveri, mascherine, bandane. Qualcuno si agganciò il casco, altri sfilarono i cartelli dalle aste di legno, brandendo i sostegni come inverosimili armi. L’organizzazione sembrava procedere nel minimo dettaglio: un gruppo di manifestanti si buttò in prima fila, davanti al cordone di poliziotti schierati a mo’ di cuscinetto prima dei massicci dispiegamenti a difesa della zona rossa, innalzando come una testuggine un muro flessibile di schermi di plexiglas. Per un attimo tutto rimase immobile, cristallizzato in una densissima attesa. Noi serrammo le nostre fila mentre i primi curiosi si svincolavano dalla nostra area di sicurezza, attirati inevitabilmente verso quel nugolo di elettricità e adrenalina. Un elicottero vorticava sopra la calca e una brezza calda scuoteva le nostre divise verdi.
Poi uno di quelli dietro i plexiglas infilò in una fessura il bocchettone di un estintore e fece scattare la valvola, provocando l’improvvisa esplosione di fumo bianco e denso. Da dietro iniziò finalmente la sassaiola, e quindi la carica ravvicinata, l’impatto tra i combattenti, il casino, le sirene, le urla, i flash delle macchine fotografiche, lo zoom soddisfatto delle telecamere.
Noi ripiegammo con l’urgenza di chi non aveva nessuna intenzione di finire accartocciato in quella rissa dall’esito scontato. Indietreggiammo rompendo subito le nostre barriere, mentre il corteo si disperdeva come uno sbuffo di fumo nel vento. Tornammo sui nostri passi, verso un centro città che aveva già spazzato via i segni del passaggio di quel rumoroso, ennesimo corteo, riacquistando la normalità distratta di una città stanca ma impegnata in una quotidianità abitudinaria. Le macchine passavano oltre i semafori, i tram si fermavano a raccogliere passanti, il passeggio sui marciapiedi procedeva imperturbato. Si affievolivano, man mano che ci allontanavamo dalla zona degli scontri, le sirene. Tuttavia, mentre il nostro passo si faceva più lento e pesante, crescevano uno sconforto e uno smarrimento che non ci saremmo mai aspettati. Eravamo stati annullati; tutto il senso di quanto messo in scena fino ad allora era svanito in un attimo, e tutto quello che restava era il senso del ridicolo. L’esercito verde non era che una manciata di universitari mascherati. Mi ricordo di pochissime parole e molti sguardi. Non restava che tornare ai giardini Ginzburg, smontare le tende, svuotare i cessi biologici, rientrare a casa. E lì, forse, pensare, scrivere, studiare, ascoltare musica, fumare, scopare, mangiare, fare altro. Di certo si trattava della prima vera sconfitta di quella stagione, ce ne rendevamo tutti conto, anche se sapevamo che a partire dal giorno dopo avremmo dovuto continuare a discutere, a riunirci, a litigare, a organizzare assemblee, manifestazioni, dibattiti. Forse quell’esperienza avrebbe portato a una maggiore consapevolezza sull’importanza di una migliore organizzazione, oppure ci avrebbe costretti a ripiegare, a rinunciare. Questo ancora nessuno lo sapeva. Il futuro sarebbe venuto da solo. Per ora, si tornava a casa. E, al primo cestino dell’immondizia, senza badare troppo alla raccolta differenziata, ci disfammo di quelle inutili, ridicole pettorine di carta velina.


Maggio torinese

C'era tensione negli occhi
a Torino quel giorno
E la speranza che
l'alternativa gioisse
sopra caschi neri e lucidi,
arroventati dal sole,
scemava al ritmo sostenuto
di tamburi di guerra
e scoppi e pale d'elicottero
Odio in marcia
Barriere e scudi
Il volo di un sasso
e l'esplodere di una disillusione
Motovedette inquinano
le acque del nostro
fluire verso l'avvenire
Burattini recitano
mentre è la vita a chiamarci
Altri tempi per la vittoria
oggi la consistenza di un rifiuto
che pesa come l'attesa
affidata ad un sorriso forzato
Cittadini armati
di indifferenza
appostati
su balconi a strapiombo
pronti a notare l'errore
Scatti e immortalamenti
L'esercito delle tende indietreggia
con pacifica vergogna

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