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Visualizzazione dei post da Novembre, 2018

Monsieur Tella

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Nater si è fatto fregare, quel coglione, e non è la prima volta, quel furto simulato gli è costato tre anni di gabbia e per cosa?, per una bomba manomessa Cristo santo, non pensavo che sarebbe andata a finire così ma certo sapevo che non si stava parlando di una gita al mare, o meglio al faro, un faro militare per giunta, proprio per non farsi mancare nulla oltre a gioielli, ricatti, macchine taroccate, soldi, soldi, soldi, come se a Gheddafi poi importasse davvero di questa faccenda, mandare due come noi, due qualunque, a far saltare un faro di cui non sarebbe fregato un cazzo a nessuno se non fosse stato della Marina, perché qui tutti i fari sono della Marina e ci si becca otto anni solo per questo, e poi c’è da considerare il trasporto clandestino di esplosivo, quello sì è un bel reato, il più grosso casino in cui mi sono ficcato dopo le mille cazzate che ho combinato (eravamo una bella coppia io e Jean-Louis, due furfanti con due palle così, dei figli di puttana davvero, in carce…

#11 Dischi di novembre (con l'➑) ∞

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Pochi preamboli. Anche questa volta le annate passate in rassegna serbano grandi lavori, ognuno rappresentativo di approcci unici, innovativi, capaci di imprimere una grandissima personalità grazie ad album indimenticabili. Buon ascolto e buona fine di novembre!

► 1968
Pearls Before Swine - Balaklava (ESP)
Il fatto che un disco del genere esista è confortante. Un lavoro immerso in una patina eternamente démodé, quello di Tom Rapp, lontano da tutto quanto potesse risultare figo a fine anni Sessanta (e soprattutto nel '68, anno duro per eccellenza). E poi la sua pronuncia difettosa per colpa della zeppola, le atmosfere tenui e surrealiste nonostante il forte afflato antiguerresco, le scenografie di carta velina nonostante la forte carica politica (un po' come un Ivan della Mea meno bolscevico e più hippy, o meglio, come un Phil Ochs più psych-barocco e meno Greenwich Village).

Maggio torinese

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D’improvviso il lungo serpentone di persone accelerò con uno scatto repentino. Ci eravamo svegliati presto quella mattina, mentre Torino ancora sonnecchiava tiepida nella luce diffusa di quel maggio già proteso verso la stagione calda. Le motovedette della polizia scandagliavano ossessivamente il Po, scrutando i campeggiatori arrivati da tutta Europa per piantare le tende ai giardini Ginzburg, dove anche noi ci eravamo accampati per dar vita a una simbolica comunità resistente ed eco-sostenibile, facendo finta per qualche giorno di poter fare a meno dei comodi appartamentini in affitto mantenuti in discreta fatiscenza per studenti fuori sede. Dalle sponde si potevano ammirare i camminamenti dei Murazzi e la serie di ponti monumentali che collegano corso Moncalieri al centro, da piazza Vittorio al Valentino, fino a corso Dante. A raccordare le raggiere di sguardi la Mole, che come al solito svettava come un pennone nel cielo terso.

Recensione ► Francesca Michielin: "2640" (Sony, 2018)

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Perché quando si parla di mainstream, in Italia, non si parla mai di musica? Leggendo le varie interviste rilasciate dalla Michielin in giro per il web è difficile, se non difficilissimo, trovare domande riguardanti la materia prima di cui ci si dovrebbe occupare parlando di album, canzoni, suoni. Insomma, sappiamo che Francesca Michielin è andata in Bolivia e da questa esperienza ha tratto buona parte dell’ispirazione per il suo “2640”, sappiamo che ha coinvolto personaggi legati all’ondata italo indie degli ultimi anni (Calcutta, Tommaso Paradiso, Cosmo), ma che ha curato personalmente, coadiuvata dal produttore Michele Canova e dall’autore Dario Faini, la maggior parte dei brani. Sappiamo tante cose (la simbologia in copertina, l’impegno politico e sociale, la passione per la Formula 1), ma la curiosità sul come e perché di certi suoni, sulle fonti di ispirazione, sulle opinioni riguardo alla scena italiana, sulle peculiarità italiche dell’incontro tra indie e mainstream, sulla (d…