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Recensione ► Rae Morris: "Someone Out There" (Atlantic, 2018)

rae morris album 2018 review
Dopo il buonissimo esordio dell’anno scorso di Dua Lipa, ecco un altro pieno centro per il pop made in Uk. Rae Morris, classe ‘92, dimostra grandissima padronanza nella gestione di una formula che, pur nella sua incontenibile e cristallina immediatezza, non rinuncia a una gestione del suono ricca e articolata, al ricorso a registri elaborati, arty, all’impiego di arrangiamenti elettronici sontuosi e strutturanti. Il grande merito della Morris è quindi quello di gestire l’irrobustimento del sound evitando di ghettizzarsi in qualche nicchia alternativa, rimanendo invece connessa ad un gusto genuinamente pop e alla sua potenzialmente ampia audience, senza per questo rinunciare alla personalità di una proposta che non scende a facili compromessi (come dimostrano i primi due brani in scaletta, il primo un rarefatto gioiellino chamber, il secondo un sontuoso crescendo elettronico di ritmiche industriali, sezione d’archi e ottoni, vicino a un’ipotetica reincarnazione pop dei These New Puritans).
Nel vivo di “Someone Out There” si entra però con “Do It”: un brano catchy, apparentemente semplicissimo, dominato da quel ritmo sincopato che sa di reggaeton. Eppure il synth pulsante sullo sfondo finisce per assumere un ruolo sempre più rilevante, gonfiandosi e sdoppiandosi tra linea bassa e motivo di accompagnamento in continua evoluzione, per sfociare in un drop finale sfavillante, tra giochi di armonie vocali e quel giro di accordi di tastiera che ricama sul tema melodico principale. E così anche “Atletico (The Only One)”, con le sue spirali di voci intrecciate a un ghirigoro di synth, e “Dip My Toe”, infittirsi electropop di patterns ritmici e groove magnetico, condividono un’irresistibile leggerezza unita a un attento lavoro in sede di produzione che sfuma, aggiunge, espande, addensa, mette a fuoco un elemento prima in ombra e viceversa.


Gli assi nella manica non sono certo finiti, perché “Wait For The Rain” e “Rose Garden” reinterpretano la Kate Bush di inizio anni Ottanta screziandone la sontuosità art pop con fantasiosi interventi elettronici, sfruttando un sintetizzatore irraggiante sul finale per sparare in orbita la prima, e un pressante groove techno che, in una fruttuosa diatriba con gli arrangiamenti d’archi, costringe la seconda a una continua sintesi tra le parti. E come non citare la ballatona beatlesiana piano e voce di “Someone Out There”, o i riferimenti a Björk di “Physical Form”, o ancora l’ottima conclusione electropop di “Dancing With Character”?


Insomma, si sarà capito: il disco convince parecchio. La Morris è interprete ricercata ed equilibrata, oltre che intelligentissima organizzatrice della matassa sonora e delle sue dinamiche (assieme, certo, a una fitta schiera di collaboratori in sede produzione). Sa quello che vuole, Rae Morris, artefice di uno degli album cardine di questo 2018.

Recensione tratta da StoriadellaMusica.it

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