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Visualizzazione dei post da Ottobre, 2018

#09 Dischi di settembre (con il ➒) ♋

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Ed eccoci al mese più bello dell'anno. Malinconico, colorato, profumato. Settembre è adatto per i dischi importanti, quelli che ti guidano per tutto il resto della fine dell'anno, per poi accompagnare l'inizio di quello nuovo. Dischi di confine, quindi, resi ancora più liminali dal loro essere del 1969, dunque aperti al salto verso l'ignoto, e quindi inclini a una carica o una malinconia ancora maggiore. Buon ascolto!
► 1969
Townes Van Zandt - Townes Van Zandt (Poppy)

Disco affascinante e delicato, quello del cantautore americano, qui al terzo lavoro. Sui solchi di quanto fatto da Bob Dylan, Jackson C. Frank, Eric Andersen e più in generale dalla nuova generazione di folkers americani, Van Zandt innesta un suo particolare approccio quieto e poetico impregnato di americana e country, riallacciandosi direttamente a gente come Hank Williams o Ernest Tubb, insomma a una tradizione profonda che sarebbe stata riadattata, tra la fine dei Sessanta e i primi Settanta, da Byrds,

#10 Dischi di ottobre (con l'➑) ∞

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Il mese di ottobre si porta appresso una serie di album per me importantissimi, indispensabili per la definizione dei miei gusti e della mia sensibilità musicale. Si passa dalle fantasie noise dei Sonic Youth alla raffinatezza alternative dei Placebo, fino alle cime raggiunte dall'indie del decennio scorso grazie ai Deerhunter. Nonostante i dischi trascurati, questa volta la scelta è stata più semplice che mai: al cuor non si comanda. Buon ascolto!
► 1968
Traffic - Traffic (Island)
Dopo un primo lavoro interamente votato a una sperimentazione psichedelica in sgargiante technicolor, il trio Winwood/Capaldi/Mason, sempre guidato dal produttore Jimmy Miller, dava alle stampe un sophomore più centrato e denso rispetto alle spinte centrifughe del primo "Mr. Fantasy", seppur ugualmente ricco nella resa sonora e nelle rotondità di un songwriting compatto, dotato della compostezza dei grandi classici (basti, a titolo esemplificativo, l'elegante ballata pianistica "No Time…

Recensione ► Rae Morris: "Someone Out There" (Atlantic, 2018)

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Dopo il buonissimo esordio dell’anno scorso di Dua Lipa, ecco un altro pieno centro per il pop made in Uk. Rae Morris, classe ‘92, dimostra grandissima padronanza nella gestione di una formula che, pur nella sua incontenibile e cristallina immediatezza, non rinuncia a una gestione del suono ricca e articolata, al ricorso a registri elaborati, arty, all’impiego di arrangiamenti elettronici sontuosi e strutturanti. Il grande merito della Morris è quindi quello di gestire l’irrobustimento del sound evitando di ghettizzarsi in qualche nicchia alternativa, rimanendo invece connessa ad un gusto genuinamente pop e alla sua potenzialmente ampia audience, senza per questo rinunciare alla personalità di una proposta che non scende a facili compromessi (come dimostrano i primi due brani in scaletta, il primo un rarefatto gioiellino chamber, il secondo un sontuoso crescendo elettronico di ritmiche industriali, sezione d’archi e ottoni, vicino a un’ipotetica reincarnazione pop dei These New Purit…