#9 Dischi di settembre (con l'➑) ∞

A settembre si riparte, tutto ricomincia. E visto che a settembre io parto per le vacanze, questa volta sarò il più possibile stringato. Dischi bellissimi a bizzeffe (ho trascurato, ad esempio, i Funkadelic di "One Nation Under a Groove", i Mansun di "Six", o i Sunny Day Real Estate del bellissimo lavoro del 1998), motivo per cui la scelta è stata più dura che mai. Ecco però i migliori, i più interessanti e stimolanti album del settembre degli anni con l'8 alla fine.

► 1968

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Jefferson Airplane - Crown of Creation (RCA Victor)

Nel '68 gli Airplane erano all'apice del successo. Dopo gli avventurosi episodi di "Surrealistic Pillow" e, soprattutto, di "After Bathing at Baxter's", la band comprò una villa vicino al Golden Gate Park di San Francisco e si mise, in tutta comodità, a registrare le tracce del nuovo album.
Un lavoro più composto, dove le energie di tutti i musicisti del collettivo si amalgamano in un impasto carico di groove morbido, di melodie ariose, di energia compressa, dosata, rilasciata sapientemente e con decisione qua e là, per composizioni "educate" senza per questo perdere estro e creatività.

Troviamo tutta la grazia della Slick nella prima "Lather", omaggio al trentenne batterista Spencer Dryden, stralunata filastrocca acida adagiata su un sottofondo di found sounds, mentre "In Time", scritta dalla coppia Kantner-Balin, è un'ennesima splendida esibizione di groove, per un intenso sviluppo di densità sonora, fitto di dialoghi tra chitarra acustica e elettrica e dinamiche corali in crescendo. Troviamo poi la vocazione acid rock di Kaukonen in "Star Track", la delicata scrittura folk-soul di Balin in "Share a Little Joke", mentre è Kantner a scrivere la solenne "Crown of Creation", tornando poi a firmare assieme a Balin la minacciosa e apocalittica "The House at Pooneil Corners".

Gran disco di transizione: "Crown of Creation" è il perfetto collante tra l'anarchia del capolavoro del 1967 e il successivo, grandissimo, manifesto "Volunteers".

► 1978

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Ultravox - System of Romance (Island)

Se con i primi due album gli Ultravox avevano prefigurato futuristiche mutazioni di glam e punk, il terzo lavoro segna l'approdo definitivo della band su territori elettronici derivati dal Bowie in fase berlinese e dai teutonici Kraftwerk. Un salto in avanti epocale, quello compiuto nel giro di due anni densissimi, durante i quali gli Ultravox fecero da precursori al vasto mondo synthpop che, da lì a poco, avrebbe marchiato a fuoco il passaggio tra Settanta e Ottanta.

Chitarre tese ma soprattutto sintetizzatori a coprire le solenni composizioni declamate dal vocalist John Foxx, per una sorta di electro-post-punk luccicante e cromato, dai suoni austeramente europei, bianchi, privi di carnalità blues e densi di cerebralismo romantico e decadente.

Così le spire di "I Can't Stay Long", trafitta da lame traslucide di synth, sanno di minaccia sinistra e languore meditabondo, e si dipanano sulla spinta di una propulsione meccanica, ostinata, inesorabilmente ripetitiva anche nel pieno deflagrare della lunga coda finale (come non sentire i TOY in questa cavalcata cosmica?). A rincarare la dose di questo post-punk sintetizzato ci pensano il guitar playing avveniristico di Robin Simon (si sentano "Someone Else's Clothes" e "Quiet Man", con quelle chitarre aliene filtrate dal synth), il groove compatto sporcato dai coacervi elettronici di "Blue Light", le atmosfere gelide e industriali (spunto per i futuri Depeche Mode) di "Dislocation", o i visionari arrangiamenti sintetici di Billy Currie ("Maximum Acceleration"), spesso fusi ai suoni delle sei corde per invalicabili muri di suono.

Dopo l'ennesimo insuccesso commerciale gli Ultravox si disintegrarono come una meteora a contatto con l'atmosfera. Foxx continuò la sua carriera solista sfornando almeno un paio di album bellissimi, mentre Billy Currie finì nei Visage (eminenze dell'evento settimanale "A Club for Heroes" del Billy's nightclub di Soho, ispirato dalla famosa "Heroes" di David Bowie),per poi riformare gli Ultravox senza Foxx, pubblicando il fortunato "Vienna". Altro perdente geniale nella storia del rock, "Systems of Romance" è un lavoro tanto bello quanto importante, capace di riverberare il suo influsso ancora oggi.

► 1988

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Talk Talk - Spirit of Eden (Parlophone)

Chi suonava come i Talk Talk nel 1988? Semplice: nessuno. Nota per una new wave raffinata e artistica, con "Spirit of Eden" la band di Mark Hollis cambia tutto: non più elettronica ma una strumentazione a base di elementi rock (oltre a inserti da camera); non più formato-canzone ma lunghi e aerei flussi di coscienza; non più agganci a quanto di terreno potesse esserci nella musica dei Talk Talk, ma un astrattismo totale, destrutturato e ambient.

Composti dalla coppia Hollis/Friese-Greene (produttore storico del gruppo), i brani si snodano lenti e incorporei, muovendosi in territori inusuali, decisamente non rock nonostante un organico di chitarre, basso e batteria. Post-rock, ecco: al centro delle composizioni stanno i saliscendi timbrici, la creazione di alternanze tra pieni e vuoti, i contrasti armonici, la costruzione dosatissima di melodie che subito sfumano e si perdono in tessiture ampie, impalpabili. Così per il crescendo che trasporta da "The Rainbow" (sorta di blues nebulizzato) a "Eden" (litania immersa in volute d'organo e trame di chitarre farraginose, squagliate), o per la tessitura jazz a base di spazzole e accordi di piano di "Inheritance" (non lontana da quanto faranno anni dopo i Bark Psychosis), o ancora i coaguli armonici che portano ai baluginii melodici di "I Believe in You".

Un lavoro incantevole, fuori dal tempo, influentissimo e inaspettato. Da festeggiare a dovere.

► 1998

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Mercury Rev - Deserter's Song (V2)

Incantevole. Non si può definire in altro modo il quarto lavoro della band di Buffalo, che questa volta porta le sue idee a un livello superiore, per un ricco pop psichedelico da camera, sinfonico, ricchissimo per arrangiamenti aperti su ampie vedute, per una grandezza sonora che impregna undici brani perfetti sotto ogni punto di vista.

La prima "Holes" sarebbe più che sufficiente per far breccia nei cuori più duri: il continuo incalzare della struttura, che vertiginosamente si alza su spire crescenti, si sviluppa lungo un inesorabile crescendo a base di archi, mellotron, musical saw, ottoni, un basso plastico e marmoreo allo stesso tempo, per non parlare della voce efebica di Jonathan Donahue. Non basta un pezzo soltanto: "Tonite It Shows" è un incantevole pop-favolistico dove si affastellano, sulle correnti sollevate dagli archi, partiture di flauto e clarinetto, "Endlessly" è una soporifera gemma di arpeggi di chitarra e accordi di organetto, "Opus 40" è una raffinatezza barocca dal piglio scanzonato e sbarazzino, o ancora "Goddess on a Hiway", meraviglioso gonfiarsi di spiritual e shoegaze dilavato, tra ritornelli collosi come il miele e strati sonori fittissimi, o infine il fragoroso esplodere di "The Funny Bird".

Un classico irrinunciabile.

► 2008

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Glasvegas - Glasvegas (Columbia)

Ci sono almeno tre cose belle di questo celebratissimo esordio (capace di far breccia nelle classifiche britanniche). Primo: il suo erigere un magniloquente wall of sound alla Phil Spector, colmando le tessiture con suoni pompati, espansi, amplificati a dovere.
Secondo: il suo giocare con armonie squisitamente anni cinquanta, tra girl group e brill building. Strano per un lavoro indie rock pubblicato nel 2008.
Terzo: l'utilizzo, da parte del cantante James Allan, di un accento squisitamente scozzese, andando controcorrente rispetto al cockney prevalente dai tempi del britpop e imponendo una decisa impronta locale al tutto.

Messi insieme, sono tutti questi ingredienti a rendere tanto piacevole il primo lavoro della band, destinato a influenzare band come Vaccines e, perché no, Heartbreaks, oltre a inserirsi nel solco di un rinascimento rock made in Uk caratterizzato da un ingigantimento del sound senza per questo rinunciare a una dirompente emozionalità, incorporando post-punk e shoegaze, indie rock e sperimentazione sonora.

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