#9 Dischi di settembre (con l'➑) ∞

Video-verità

La telecamera non va, vede?
L’uomo continuava a indicare l’obiettivo sul soffitto, la cui spia luminosa rossa scongiurava, quantomeno, eventuali guasti legati ai contatti elettrici.
Mi dica, qual è esattamente il problema?
L’uomo pareva stranamente agitato. Un po’ troppo, a dire la verità, visto il modesto fastidio che, normalmente, una telecamera mal funzionante avrebbe potuto suscitare. Eppure si percepiva un’inusitata angoscia, un’intensa sollecitazione nervosa celata soltanto dai connaturati modi cordiali di quella persona che continuava a indicare con il dito, incredula, la telecamera di sicurezza incriminata.
È rotta, non si vede bene. Anzi, si vede proprio male, si vede tutto sbagliato.
La giacca grigia era una giacca d’ordinanza, di quelle che i direttori delle piccole filiali bancarie sono abituati a indossare tutti i giorni, finendo col trovarcisi del tutto a loro agio, come se si trattasse della maglietta bucata e stinta che si tiene in casa la domenica mattina. Il viso era curato, solcato da rughe che conferivano all’aspetto un’austera docilità capace di suscitare immediata simpatia. Gli occhi però erano inquieti, vagavano sotto quelle folte sopracciglia grigie come a cercare un appiglio, un conforto.
È da mesi che non funziona, ma finora nessuno ha trovato nulla fuori posto. Sa, io non me ne intendo di questioni tecniche, ma se una cosa non funziona lo capisco, le pare?

Annuii sorridendo. Dalla mia posizione non si vedeva altro che un comune, antiquato e abbastanza vistoso impianto di videosorveglianza, posto sopra un grosso armadio a muro dalla cui anta aperta spuntavano risme di plichi, di raccoglitori gonfi, di cartelline da ufficio. La banca aveva tre sportelli in tutto, più una postazione per l’attivazione delle carte e dei contratti telefonici, oltre agli uffici del personale e del direttore, quest’ultimo perennemente a porta spalancata, in modo da garantire un contatto con la tipica clientela di quartiere, gente conosciuta da tempo, clienti affidabili, piccoli risparmiatori che da decenni affidavano i loro guadagni ai depositi della filiale.
  Il quartiere che ospitava la banca sembrava essere rimasto fermo nel tempo, indenne dalla gentrificazione che pochi isolati più avanti aveva riempito le vie di negozietti biologici e locali alla moda, alzando il prezzo delle abitazioni, degli abiti e delle abitudini dei frequentatori di cocktail bar, chioschi di centrifugati di frutta, gioiellerie etniche, parrucchieri per studenti e boutique di marchi pregiati. No, in quel quadrato periferico di condomini, bar e officine meccaniche abitavano operai, famiglie di vecchi immigrati del sud Italia, dipendenti di piccoli esercizi commerciali e persone che, semplicemente, erano nate lì e lì volevano rimanere. Il direttore non faceva eccezione: trasferitosi molti anni prima nell’appartamento sopra la banca dopo aver ottenuto la tanto agognata promozione (avrà avuto trent’anni, allora?), aveva messo radici, rimanendo legato a quel luogo come si sapeva rimanere legati agli spazi una volta, senza ansie nomadi o forzate scadenze di contratti a tempo determinato.
  Mi faccia dare un’occhiata, le dispiace? Il problema poteva essere nei circuiti, magari in qualche cavo logorato, o in una saldatura crepata, oppure era il monitor a dover essere sostituito.
Il direttore mi condusse nel suo ufficio, un angusto stanzino illuminato da una finestra orientata a sud-est, arredato semplicemente, con una moquette lisa color verde pallido e la parete di fronte alla scrivania occultata da una libreria di mogano anni Sessanta, colma di scartoffie e fotografie in cornici di argento raffiguranti quelli che dovevano essere i vari volti di famiglia. La scrivania era colma di fogli, giornali, e di nuovo un paio di fotografie incorniciate poste sotto a una lampada da tavolo che un tempo doveva essere un articolo di modernariato. La poltrona, comoda e imponente, mostrava il solco di sedute decennali.
Ecco, guardi, si prenda tutto il tempo che vuole. Mi mostrò un piccolo vano proprio a fianco della poltrona, dove, incastonati al muro, stavano due schermi. Era una posizione strana per dei monitor di sicurezza: per essere visti bisognava spostarsi, non erano costantemente sotto controllo. Uno inquadrava l’ingresso della banca, l’altro le postazioni dei dipendenti.
Sembra tutto a posto, notai, cercando un qualche segno dall’uomo. Non capivo: le immagini erano nitide, non erano presenti disturbi nel segnale, o segni di interferenza.
No, spesso si vede molto male, si vede tutto sbagliato. Guardi anche lei, riavvolga il nastro, vedrà se non ho ragione! L’ultima volta che ho notato che qualcosa non andava è stato tre giorni fa. Controlli, la lascio solo, mi chiami quando ha finito!
  Si preannunciava un lavoro lungo e snervante. Il direttore però sembrava così risoluto che non mi venne in mente di chiedergli altre delucidazioni prima che si chiudesse la porta alle spalle. La situazione era paradossale: ero di fronte a un impianto perfettamente funzionante, il cui problema non era minimamente chiaro, né era stato fatto un serio tentativo per definirlo, per circoscriverlo. Il video saltava? C’erano interferenze? Magari condensa all’interno del vetro? O un difetto meccanico nella rotazione del supporto? Niente, ero al buio. Non mi rimaneva che connettermi al disco rigido e fare un tentativo, sperando che il danno fosse evidente.
Tre giorni prima, aveva detto il direttore. Tanto valeva mandare indietro le immagini a quella data e visionare con calma le immagini. Mi pagavano, per questo. Tutto si presentava nitido, nonostante una leggera sfocatura dovuta all’età dell’apparecchio, sicuramente non ad alta risoluzione, e a un leggero riverbero dovuto alla luce solare riflessa da una porzione di pavimento colpita di sbieco dal sole. La sala era vuota, si vedevano le sagome delle auto che passavano sulla strada, l’ombra dei passanti di là dai vetri, fino a che entravano i dipendenti, uno a uno, per sistemarsi alle loro postazioni. Il tasto forward premuto, fino all’ingresso dei primi clienti, sparuti, perlopiù anziani. Maneggiavano denaro, facevano operazioni allo sportello, cose che avrebbero perlopiù potuto fare al bancomat, ma mettere soldi in una boccuccia metallica anonima andava contro alla loro naturale diffidenza e mancanza di ironia. Preferivano il contatto umano, lo scambio di parole, la fiducia nei gesti sicuri dei dipendenti della filiale.
La giornata scorreva così, uguale, monotona, senza che nulla facesse pensare a qualche guasto. La convinzione del direttore però era tale da fare un altro tentativo, senza contare la brutta figura del tornare a mani vuote dalla propria ditta. Qualcosa andava trovato, anche solo per giustificare il tempo passato a visionare quei video ordinari, inutili.
Le immagini scorrevano, ancora nessun segno di disturbi. Le mani si passavano fogli, banconote, le vecchiette frugavano in borsoni ricolmi, pasticciavano su complicati cellulari regalati da figli premurosi, le bocche si aprivano e chiudevano in cerca di risposte, di rassicurazioni. I dipendenti erano cordiali ma freddi, calcolati, eseguivano i loro incarichi ripetitivi con gesti consueti, sicuri. Aprivano casse, stampavano documenti, si alzavano per infilarsi negli armadioni alle loro spalle in cerca di fascicoli, modelli prestampati, informative. Tornavano a sedersi, a maneggiare soldi, a prenderli dai clienti e metterli nella cassa… Un momento. Ecco qualcosa che non andava. Rewind, play.
  Direttore! Avevo chiamato con troppa foga, spalancando di fretta la porta dell’ufficio, tanto che tutti i presenti nella sala in cui improvvisamente facevo capolino si girarono allarmati verso di me. Sul volto del direttore, invece, un sorrisetto tronfio.
Alla fine ha visto anche lei che quella telecamera tanto normale non è!
La telecamera funziona benissimo, purtroppo, dissi ammiccando. È proprio questo il problema.
Lui parve interdetto. Ma come? Forza, guardiamo insieme!
Feci partire la registrazione nel momento cruciale. L’uomo seduto allo sportello parlava con una cliente, digitava qualcosa sul computer, ripetutamente. La signora non sembrava convinta, ma il dipendente, con gesti ampi e confortanti, sembrava rassicurarla.
Ecco, guardi qui, esortai per massimizzare l’attenzione dello spettatore.
La signora frugava nella borsa e tirava fuori il portafoglio, da cui traeva un mazzetto di banconote. L’impiegato le prendeva, le contava, digitava qualcosa sul computer, appoggiava le banconote in un vano della scrivania. Faceva firmare qualcosa sputato da una stampante alla signora e questa, una volta riassettatasi, salutava e usciva dalla banca. Ed ecco che il dipendente riprendeva le banconote e con noncuranza ne trafugava una quota ficcandosela in tasca, depositando il resto in cassa.
Ecco, ha visto, il suo dipendente si è intascato dei soldi! La sta derubando. Se vuole mandiamo il video alla polizia, ci sono gli estremi per una denuncia.
Il direttore si fece paonazzo. Gocce di sudore iniziarono a formarsi sulla fronte spaziosa.
Come si permette! È da ore che le dico che la telecamera ha un problema. Il video è sbagliato!
Ero esterrefatto.
Ma… Lo ha appena visto anche lei. Quel dipendente rubava…
Quel dipendente è mio figlio! Mi interruppe urlando. E mio figlio non farebbe mai una cosa simile! Si vergogni anche solo a pensarlo. Mi deve delle scuse!
Urlava e fremeva, incontenibile.
Ora mi faccia il piacere di risolvere questo dannato guasto e se ne vada da qui! Mi faccia mandare la fattura e provvederò a pagarle il servizio. Ma, cazzo, lo porti a termine questo servizio!
  Uscì dall’ufficio senza che potessi replicare in alcun modo e, a pensarci, non avrei comunque trovato le parole per controbattere lucidamente a una così risoluta e assurda incapacità di accettare l’evidenza.
Seppi subito, però, cosa fare. Isolai la sequenza dove l’impiegato si intascava le banconote e la cancellai, come cancellai anche un prelievo serale dalla cassa del giorno dopo, poco prima della chiusura, quando gli altri dipendenti erano giù usciti per tornare a casa.
Finalmente uscii dall’ufficio del direttore. Tutti i presenti mi guardavano, individuando in me lo scortese tecnico che aveva fatto infuriare l’amabile capo. Lo raggiunsi. Il problema è risolto. Ora è tutto a posto. Mi scusi per il disguido, se dovessero esserci altri guasti non esiti a chiamare la nostra ditta.
Me ne andai sapendo di aver fatto la cosa giusta, passando oltre a quel punto di pavimento che lanciava un leggero riverbero verso l’occhio della telecamera, che continuava a riprendere inesorabile.
  Fuori c’era ancora il sole, e il negozio a fianco della banca esponeva banchi di frutta e verdura odorosa. Passavano poche macchine lungo le viuzze di quel quartiere, dove panni stesi gocciolavano sui marciapiedi e vecchie signore si riversavano indaffarate e instabili verso alimentari e panetterie. Il mio furgoncino era al di là della strada. Lo raggiunsi e misi in moto. Percorrendo le stradine dell’isolato notai che era proprio un bel quartierino, discreto e tranquillo. Potrei viverci, qui. Magari ci farò un pensierino tra qualche anno, mi dissi.

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