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Visualizzazione dei post da Febbraio, 2018

Sul programma di CPI - Per una critica

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Cosa c’è di male nel votare i fascisti? 
Cosa c’è di male in CasaPound?
Sono domande che a molti potrebbero sembrare scontate, ma che in realtà richiamano la necessità di attualizzare, specie dopo oltre settant’anni dalla sconfitta del nazi-fascismo, le ragioni contro quella specifica idea di organizzazione sociale. È sufficiente demonizzare il fascismo richiamandosi agli orrendi crimini passati, o ricordando il sacrificio dei nostri nonni (per molti ormai diventati bis-nonni)? No, non basta, soprattutto in una fase di declino culturale profondo. Il culto della memoria non può essere l’unico strumento per contrastare i moderni fascismi che, pur richiamandosi a quella storia (debitamente rimaneggiata tramite ben studiate operazioni negazioniste), trovano la loro ragione d’essere nelle risposte date ai fenomeni che interessano il nostro tempo, nelle contraddizioni vissute dalle persone in carne e ossa che vivono il presente e che nulla hanno da spartire con un passato che sempre più …

#2 Dischi di febbraio (con l'➑) ∞

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Ed ecco il secondo capitolo di quello che sarà il tentativo mensile di proporre (o riscoprire) i migliori album degli ultimi cinquant'anni, tutti accomunati dall'essere stati pubblicati negli anni che finiscono con l'8.
► 1968
Tomorrow - Tomorrow (Parlophone)
Tra i protagonisti della stagione psichedelica londinese, i Tomorrow hanno avuto la sfortuna di far uscire il loro album troppo tardi: nel febbraio del 1968 molte cose erano già successe, molti suoni già digeriti. Certo, la band di Keith West, Steve Howe (futuro chitarrista degli Yes), John Alder "Twink" e John Wood non aveva passato il '67 con le mani in mano, rappresentando anzi una delle realtà chiave di quella stagione.
Ritardo o non ritardo, il disco omonimo del gruppo rimane una deliziosa e sgargiante raccolta di brani caleidoscopici, capaci di mescolare prorompenza garage, soluzioni sonore avanguardistiche e una squisita freschezza melodica di stampo baroque-pop.

Tre Caleidoscopi

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Tre paesi, tre band, lo stesso nome, lo stesso spirito. I Kaleidoscope, richiamandosi al giocattolo simbolo dell'iconografia psichedelica (il caleidoscopio, capace di mutare la percezione visiva grazie a un congegno tanto rudimentale quando affascinante), sono l'esempio di come la fine degli anni Sessanta sia stata segnata da una comune predisposizione ricettiva, quella di una generazione pronta a marcare il proprio specifico passaggio esistenziale con linguaggi nuovi, avventurosi, caparbi, simbolicamente appariscenti e sfrontati. In un gioco di imitazione e differenziazione la controcultura psichedelica riusciva a imporsi tanto negli Stati Uniti che in Europa, tanto in America Latina che in Giappone, trovando un terreno straordinariamente fertile, preparato da una scena pop capace di una pervasività globale.

Regno Unito, Stati Uniti, Ibero-America: in questi paesi, seppur con differenti gradi di intensità e differenti caratterizzazioni, tra il '66 e il '69 esplosero…