#9 Dischi di settembre (con l'➑) ∞

[BEST OF] : Il mio 2017 in 20 album

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Come si può sintetizzare, musicalmente parlando, il 2017? Se il 2016 sarà ricordato come "l'anno della morte" (visto il cumulo di dipartite e lutti), l'anno giunto ormai al termine è per me inclassificabile, difficilmente inquadrabile all'interno di un percorso lineare, di una tendenza stilistica predominante.
Da un lato, infatti, assisto ad una progressiva "rarefazione" e perdita di peso specifico del gusto pop, incapace di rapprendersi in una "cultura" condivisa, ma sedimentato in comparti plurimi. Dall'altro constato un deciso appiattimento delle linee editoriali dei principali magazine online: le classifiche sono dominate, una volta giunto il momento di tirare le somme, dai soliti nomi, con poche variazioni.

E in Italia? Fatta eccezione per una limitata (e, mi pare, ininfluente) fetta di appassionati e critici, l'ascoltatore medio si balocca ancora con una proposta mainstream composta da datati artisti nazionali (basti guardare la Top10 degli album più venduti della FIMI), mentre il Festival di Sanremo non conosce crisi e X Factor continua a proporre un dubbio concetto di talento e innovazione.

Va detto che, tra servizi di streaming audio e video, la fruizione e il gusto dei giovani e giovanissimi parrebbe avere, almeno in potenza, la possibilità di sganciarsi dagli stantii canali ufficiali, per quanto la musica più ascoltata su Spotify rimanga, in parte, legata a questi ultimi potenti influencer, capaci di condizionare senza grandi problemi gli ascoltatori sui vari media.

Rimarrebbe da analizzare (e sarebbe il caso di farlo compiutamente, un giorno) il mondo italo-indie, vero fenomeno nazionale degli ultimi anni: l'impressione a caldo, non particolarmente entusiasta, è quella di un totale rigetto delle tendenze musicali globali per una più sicura e provinciale rivisitazione in chiave sempliciona e scanzonata della tradizione melodico/cantautorale nostrana.

Cosa dicono, poi, le principali classifiche internazionali?

Molto brevemente: l'artista del momento è senza dubbio Kendrick Lamar (aridaje!), santificato al primo posto da un gran numero di webzine (Pitchfork, NPR, Billboard, The Atlantic, Time Out), mentre come nomi caldi abbiamo, in ordine sparso, Lorde, SZA, Sampha, Mount Eerie, LCD Soundsystem, Jay-Z, Kelela, St. Vincent, Vince Staples, Kesha, Paramore.

Non mancano, certo, le realtà che cercano di percorrere sentieri non tracciati: una su tutte è The Quietus, che quest'anno ha tentato di spingere la corrente "new weird Britain" e la cui classifica merita almeno un'occhiata.

La mia Top20, come al solito, vuole essere un riassunto dei dischi che più mi hanno appassionato e divertito, senza alcuna pretesa di esaustività. Quest'anno mi sono scoperto più tradizionalista del solito, pur non trascurando alcune ghiotte manifestazioni di contaminazione e sperimentazione.

1) Bilderbuch / Magic Life (Maschin)
Secondo centro per gli austriaci Bilderbuch, che questa volta vanno forse ancora più a fondo nell'esplorazione del loro art-pop contorto, caleidoscopico e molecolare. Molecolare nel senso che si lavora sulle singole componenti, su grana, toni e sfumature (si prenda il trattamento della chitarra di "Sweetlove", o il lavoro sulle linee vocali in autotune, o ancora i tanti accorgimenti in fase produttiva), riuscendo ciononostante a conservare l'approccio anarchico e visionario dello scorso "Schick Schock". Al contempo, però, "Magic Life" è anche più lineare, focalizzato su radicali riletture alternative r&B e, potremmo dire, sulla gestione di un istrionico mood radio friendly. Una patina di leggerezza e un complessivo flirtare con pose mainstream (per quanto spesso in chiave parodistica) rendono il lavoro una sorpresa continua. Il futuro del pop alternativo passa dall'Austria di Maurice Ernst e Michael Krammer, e non si tratta più di una semplice sensazione.

2) The Horrors / V (Wolf Tone)
Che gli Horrors fossero la più grande band degli ultimi anni si sapeva già. Che il loro quinto lavoro sarebbe stato così bello, invece, non ci avrei scommesso. La verità è che il quintetto londinese trabocca letteralmente di idee, perseverando in un personale e coerentissimo percorso che sembra tanto ragionato quanto sospinto da un'impulsività dirompente (nei dischi della band c'è la voracità dell'appassionato ascoltatore e la meticolosa progettualità dell'artista). Se in passato si cambiavano i connotati a shoegaze, post-punk, kraut e neo-psichedelia, questa volta si passano in rassegna acid house (quel Roland TB-303 grattoso messo ovunque), musica industriale, noise rock, synthpop, finanche britpop (nella ballatona acustica "Gathering"), fusi assieme ai soliti elementi che nel tempo hanno consolidato la proposta di Badwan e soci. Un'esperienza sonora totale, grassa e ricca. Imperdibile.

3)  L.Stadt / L.Story (Mystic)
C'è davvero di tutto nel terzo lavoro dei polacchi L.Stadt. Un concentrato di pop elettronico aereo e cerebrale, di eleganti arrangiamenti da camera, melodie raffinatissime e cori solenni, elementi folk e espansioni psichedeliche, per un rock sperimentale che zigzaga con nonchalance tra spigliatezza alternativa e tratti progressivi (l'ultima "Od nowa" è in questo senso esemplare), alternando un'ottima conoscenza delle tendenze internazionali (spesso sorpassate) e una sapiente metabolizzazione della tradizione pop polacca. Tra i definitivi capolavori del 2017.
 
4) Hurray For the Riff Raff / The Navigator (ATO)
Un lavoro che esprime ottimamente lo spirito culturale del nostro tempo. Passata da punk in crisi di identità a artista alt-country, Alynda Lee Segarra incarna le contraddizioni e le collisioni delle identity politics, mostrando come l'identità - in particolare quella etnica - sia un fatto plastico, per nulla risolutivo, non fossilizzabile entro parametri stretti (e arbitrari), e che aprendo alla dimensione sociale si possa trovare la chiave per accomunare e unire un'umanità naturalmente plurale, dando voce a mondi altresì chiusi in più o meno piccole enclaves non comunicanti. La musica non fa che ribadire il concetto: folclore americano, cenni latini, indie rock, profumi chamber, poesia: linguaggi che si accavallano e si compenetrano per formare un insieme sciolto, vibrante, familiare, per un risultato che deve molto al songwriting cristallino della Segarra, interprete convincente, non retorica (interessante il ricorso ad un alter ego per trasferire su un piano metaforico la storia di "The Navigator") e appassionata. Pa'Lante!

5) Offa Rex / The Queen of Hearts (Nonesuch)
Voi chiamatelo revivalismo, io lo chiamo omaggio. Non è facile, infatti, confrontarsi con pezzi che parevano intoccabili, di fronte ai quali l'unico atteggiamento possibile sembrava essere un meravigliato timore reverenziale. Eppure la collaborazione tra gli statunitensi Decemberists e la britannica Olivia Chaney riesce nell'intento di far rivivere, grazie ad un'interpretazione eccellente, pezzi che sembrano usciti direttamente dalla penna della band. L'omaggio alla tradizione british folk di Fairport Convention e Steeleye Span assume così tratti originali e fecondi, perché qui si mettono in gioco nel migliore dei modi le capacità di appropriazione e rilettura del gruppo, che esegue con la massima naturalezza i brani in scaletta, oltre che con la capacità di tirare fuori un'espressività più che al passo con la contemporaneità. Vittoria su tutti i fronti, dunque: un esordio riuscitissimo, tra i più bei dischi folk dell'anno.
  

6) Sampha / Process (Young Turks)
Il Mercury Prize di quest'anno, Sampha, se l'è proprio meritato. Il suo lavoro è un concentrato di tutto quello che la musica inglese di oggi può offrire, per uno spaccato neo-soul macchiato di elettronica post-step alla James Blake, future garage scoppiettante in stile SBTRKT, intimismo cantautoriale dagli arrangiamenti essenziali eppure intricati (la ritmica formicolante, le tessiture fitte e screziate), sempre nobilitato da una produzione espansa e gentilmente futurista. Un gioiellino da non sottovalutare.

7) Rosalía / Los Ángeles (Universal Spain) 
Immaginatevi la tradizione folcloristica spagnola interpretata dal Richard Youngs di "Sapphie", o dalla Josephine Foster di "Blood Rushing". Flamenco nuevo, dunque, altamente contaminato da un approccio del tutto contemporaneo, a partire dalle trame di chitarra (a cura di Raül Refree) che fuggono spesso dai canoni del genere, colorandosi di un'espressività sganciata, libera, oppure acquietata in riflessioni sommesse e ambientali, per non parlare della voce potente e magmatica della bravissima Rosalía Vila Tobella. Un lavoro stupefacente, capace di inaugurare una nuova fase di attualizzazione del flamenco, incanalando tutta una tradizione in un linguaggio vivo e moderno: roba non da poco.

8) Natalia Lafourcade / Musas (Sony)
"Omaggio" è forse la parola più ricorrente nella classifica di quest'anno, come se fossimo arrivati ad un punto di svolta, al momento di fare i conti con il passato per procedere in avanti debitamente rafforzati. Natalia Lafourcade decide così di misurarsi con i grandi nomi della tradizione latinoamericana, sfoggiando un lavoro elegante e incantevole, frutto succoso della fortunata collaborazione tra la giovane artista messicana e il duo di chitarristi settantenni Los Macorinos. Il risultato sono dodici pezzi poetici e profumati, sgargianti e dotati di una vitalità dirompente. Siamo di fronte all'ennesimo esempio di come si possa affrontare la tradizione senza pose e scimmiottamenti, anzi aprendola a nuove interpretazioni, liberandone (ancora e ancora) tutta la carica espressiva.

9) Luca Bocci / Ahora (Autoproduzione)
Il grande merito di questo lavoro è quello di far luce sull'altra faccia del cosiddetto pop ipnagogico, distogliendoci per un istante dalla fascinazione per gli anni Ottanta britannici e americani per celebrare la splendida ondata di musicisti argentini di quel decennio. Stiamo parlando di gente come Luis Alberto Spinetta, Fito Páez, Charly Garcia, cioè di alcuni dei nomi di punta della recente storia pop latinoamericana. Il nostro Bocci, da buon ventunenne, riporta tutto a casa senza alcun timore reverenziale, mescolando ad un evidente intento rievocativo l'esigenza di appropriarsi di quei suoni per un discorso del tutto contemporaneo. Abbiamo allora bozzetti morbidi di indie pop ciondolante, sapientemente lo-fi, dall'ampio potere evocativo e dalla grande prestanza melodica, mischiata ad una sensibilità in sede di arrangiamento (la godibilissima presenza della sei corde, ora blueseggiante ora jazzata e swing) che fa dell'essenzialità la chiave per rendere tanto riuscito questo esordio.

10) Foxygen / Hang (JagJaguwar)
Pur nel segno di un manierismo al limite del maniacale, i Foxygen sfornano un lavoro frizzante e godibilissimo che, nonostante sia immerso in un universo di smaccati riferimenti vintage (glam e soul anni Settanta) e ornato da arrangiamenti gonfi e barocchi come non se ne sentivano da un po', riesce a fare centro grazie alle grandi doti da melodisti di Sam France e Jonathan Rado, fortunatamente decisi a concentrare le loro idee in una pratica tracklist di otto brani. Il risultato? Uno dei lavori più colorati, raffinati e divertenti dell'anno.


Ed ecco gli altri 10.


11) Meridian Brothers / ¿Dónde estás María? (Soundway)
12) Residente / Residente (Sony)
13) Dutch Uncles / Big Balloon (Memphis Industries)
14) Kirin J Callinan / Bravado (Terrible)
15) Desperate Journalist / Grow Up (Fierce Panda)

16) Emel / Ensen (Partisan)
17) Everything Everything / A Fever Dream (RCA Victor)
18) Tennis / Yours Conditionally (Mutually Detrimental)
19) Dua Lipa / Dua Lipa (Capitol)
20) Laura Marling / Semper Femina (Kobalt)


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