Il metodo “Rust” – Come fallire al meglio un colloquio di lavoro

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Di Matthew Lovers
Quando meno te lo aspetti ti accorgi di essere diventato vecchio; abbastanza vecchio da dover sopportare la pesante eredità del saggio che si trova di fronte a quelle nuove generazioni assetate di risposte su temi che riguardano il lavoro e la faticosa strada per raggiungere quella chimera chiamata “realizzazione personale e professionale”. Io ve lo dico chiaramente, non mi sento ancora pronto a dispensare consigli tali da poter risolvere i problemi identitari e esistenziali degli altri. Quando mi ponete domande in questo ambito, in particolare su quello strettamente lavorativo (mi candido, invio il cv, vado al colloquio, mi licenzio ecc. ecc.), potreste andare incontro a risposte totalmente spiazzanti da parte del sottoscritto. Io in realtà sono convinto, come mi ha insegnato un mio caro amico espatriato in Francia, che ciò che assumiamo come imprescindibile per noi non lo è in egual misura per altri. Al vostro posto agirei in una certa maniera ma l’unica cosa certa…

Recensione ► Mount Kimbie: "Love What Survives" (Warp, 2017)

mount kimbie album 2017 recensione
Lo si diceva poco tempo fa: tra i protagonisti della stagione dubstep, il duo londinese dei Mount Kimbie si distingueva fin dal principio per la sua grande capacità di ibridazione, per la risoluta volontà di stare fuori dagli schemi. A partire dai primi EP l’evidente vocazione era infatti quella di andare oltre, di superare ogni stringente confine di genere. Già future garage, quindi, quello consacrato con l’esordio datato 2010, così splendidamente in bilico tra left-field pop (per usare un termine generico capace di abbracciare i diversi ingredienti del sound) e le tipiche atmosfere Uk bass allora in voga.
Con questo nuovo episodio lo strappo è di nuovo netto, radicale, tanto da far pensare, più che ad un balzo in avanti, ad un curioso (retromaniaco, direbbe qualcuno) guardarsi indietro. La musica di “Love What Survives” appare meno digitalizzata e modernista, le componenti elettroniche sono integrate in un vasto frasario dove convivono bassi post-punk, sintetizzatori analogici, ritmiche motorik, chitarre sfibrate, stravaganza arty. Siamo di fronte ad una maniera rétro di intendere il synthpop, come se a suonare fossero gli OMD, o i Joy Division, per intenderci.

Il tratto caratterizzante, però, risiede nella natura smaccatamente pop della proposta: la tracklist è un susseguirsi di canzoni, lasciando che l’elettronica (un’elettronica poco futurista e molto waveggiante) ricopra spesso un ruolo scenografico, di supporto ad una scaletta dedicata alle voci forti del recente sottobosco britannico. King Krule (nella bellissima “Blue Train Lines”), Mica Levi, l’immancabile James Blake (doppietta, la sua, con “We Go Home Together” e “How We Got By”): featuring che vanno oltre la mera comparsata o il cammeo, lasciando agli ospiti un ruolo importante nella gestione del sound, per vere e proprie collaborazioni, come a voler registrare lo stato dell’arte (non posso non pensare ad un lavoro come “Psyence Fiction” di UNKLE, vero e propria rassegna all-stars, radiografia dell’allora scena alternativa).

 

Un album di spessore, anche se l’impressione è che si tratti di una prova di transizione, di una proposta le cui parti – non sempre ottimamente sincronizzate – richiederebbero una maggiore sistemazione all’interno di un discorso che, nonostante tutto, rimane davvero affascinante.

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