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Visualizzazione dei post da Novembre, 2017

Monsieur Tella

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Nater si è fatto fregare, quel coglione, e non è la prima volta, quel furto simulato gli è costato tre anni di gabbia e per cosa?, per una bomba manomessa Cristo santo, non pensavo che sarebbe andata a finire così ma certo sapevo che non si stava parlando di una gita al mare, o meglio al faro, un faro militare per giunta, proprio per non farsi mancare nulla oltre a gioielli, ricatti, macchine taroccate, soldi, soldi, soldi, come se a Gheddafi poi importasse davvero di questa faccenda, mandare due come noi, due qualunque, a far saltare un faro di cui non sarebbe fregato un cazzo a nessuno se non fosse stato della Marina, perché qui tutti i fari sono della Marina e ci si becca otto anni solo per questo, e poi c’è da considerare il trasporto clandestino di esplosivo, quello sì è un bel reato, il più grosso casino in cui mi sono ficcato dopo le mille cazzate che ho combinato (eravamo una bella coppia io e Jean-Louis, due furfanti con due palle così, dei figli di puttana davvero, in carce…

Recensione ► Mount Kimbie: "Love What Survives" (Warp, 2017)

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Lo si diceva poco tempo fa: tra i protagonisti della stagione dubstep, il duo londinese dei Mount Kimbie si distingueva fin dal principio per la sua grande capacità di ibridazione, per la risoluta volontà di stare fuori dagli schemi. A partire dai primi EP l’evidente vocazione era infatti quella di andare oltre, di superare ogni stringente confine di genere. Già future garage, quindi, quello consacrato con l’esordio datato 2010, così splendidamente in bilico tra left-field pop (per usare un termine generico capace di abbracciare i diversi ingredienti del sound) e le tipiche atmosfere Uk bass allora in voga. Con questo nuovo episodio lo strappo è di nuovo netto, radicale, tanto da far pensare, più che ad un balzo in avanti, ad un curioso (retromaniaco, direbbe qualcuno) guardarsi indietro. La musica di “Love What Survives” appare meno digitalizzata e modernista, le componenti elettroniche sono integrate in un vasto frasario dove convivono bassi post-punk, sintetizzatori analogici, rit…

Una canzone - "Albero" (UYUNI, da "Australe", 2014)

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Come scrivevo nel 2014, l'uscita di "Australe" dei riminesi UYUNI ha rappresentato per me una grande sorpresa: la padronanza di linguaggi insoliti per la tradizione pop italiana (l'american primitivism), unita a intelligenti dosaggi post-rock (genere ad alto rischio di sbrodolamento), faceva del secondo disco del trio un gioiello di forza espressiva ed estro poetico.
C'è però una canzone in particolare, in quel lavoro, che continua a stupirmi per il perfetto equilibrio tra le sue molteplici componenti.