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Visualizzazione dei post da Ottobre, 2017

Monsieur Tella

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Nater si è fatto fregare, quel coglione, e non è la prima volta, quel furto simulato gli è costato tre anni di gabbia e per cosa?, per una bomba manomessa Cristo santo, non pensavo che sarebbe andata a finire così ma certo sapevo che non si stava parlando di una gita al mare, o meglio al faro, un faro militare per giunta, proprio per non farsi mancare nulla oltre a gioielli, ricatti, macchine taroccate, soldi, soldi, soldi, come se a Gheddafi poi importasse davvero di questa faccenda, mandare due come noi, due qualunque, a far saltare un faro di cui non sarebbe fregato un cazzo a nessuno se non fosse stato della Marina, perché qui tutti i fari sono della Marina e ci si becca otto anni solo per questo, e poi c’è da considerare il trasporto clandestino di esplosivo, quello sì è un bel reato, il più grosso casino in cui mi sono ficcato dopo le mille cazzate che ho combinato (eravamo una bella coppia io e Jean-Louis, due furfanti con due palle così, dei figli di puttana davvero, in carce…

Dubstep. Dall'inizio.

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Niente è più difficile da padroneggiare delle varie correnti e sottocorrenti dalle quali il dubstep ha preso forma, così come è impresa ardua monitorare come si deve quello che il genere ha a sua volta tramandato come eredità, lasciando tracce in svariati generi musicali, diventando tanto estemporaneo (e riconoscibile) elemento di decorazione ritmica, quanto impalcatura complessiva sulla quale erigere i brani.
Fatto sta che, fino a pochi anni fa, il dubstep era IL principale fenomeno della Londra underground, dotato di un proprio santuario di alfieri e di tratti estetico/sonori riconoscibili, capace di passare da fenomeno di nicchia ai lidi mainstream. 
Proverò a tracciare la sua identità in modo "empirico", a partire dai primi esemplari dati alle stampe, tirando fuori dall'ascolto l'identikit di una delle più fervide e interessanti correnti degli ultimi anni.

Recensione ► Grizzly Bear: "Painted Ruins" (RCA, 2017)

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In qualche modo i Grizzly Bear non potevano che uscire con un album del genere: non solo perché con “Shields” si era già fatto un passo netto verso lidi art-rock, ma perché fare i conti con il pop contemporaneo significa integrare sempre più nel discorso elettronica e manipolazione sonora, dare corpo e profondità ai brani, flirtare con plurime ibridazioni black. C’è tutto questo in “Painted Ruins”, che sviluppa intensivamente (dunque in addensamenti verticali) quello che “Veckatimest” costruiva estensivamente in progressioni ardite e scrittura chamber. Eppure l’album della maturità dei quattro musicisti statunitensi (ormai tutti ampiamente over 30), nei suoi strappi relativamente radicali con il passato, ripropone il modus operandi di sempre: composizioni elegantemente cesellate, armonie complesse, songwriting che si snoda tra arrangiamenti fatti di continui cambi, di virate, di arzigogolati arabeschi (per quanto sommessi e meno appariscenti, più legati alla screziatura delle texture…