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Visualizzazione dei post da Ottobre, 2017

#07 Dischi di luglio (con il ➒) ♋

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Che caldo, luglio. Però immaginatevi di essere in uno qualsiasi degli anni seguenti e di ascoltare per la prima volta uno a caso dei dischi proposti. Ci si dimentica del caldo per un attimo, vero?
Buon ascolto!
► 1969
Fairport Convention - Unhalfbricking (Island)
Gemma del british folk rock, Unhalfbricking è un po' il Blonde on Blonde inglese. A rendere più sensato il paragone (oltre ai vari pezzi scritti da Dylan), il fatto che la produzione sia stata curata da Joe Boyd, transfugo americano innamorato perso della Gran Bretagna di quegli anni, e in particolare intrigato dalla scena folk di Londra (proprio nel '64 conosce Dave Swarbrick, futuro membro dei Fairport). I legami americani non finiscono qui: Sandy Denny, entrata nel gruppo nel 1968, era l'ex fiamma del folker Jackson C. Frank, di cui era solita interpretare i brani nelle sue prime esibizioni, mentre il nucleo fondante dei Fairport era patito di gente come Eric Andersen e in generale della scena blues e folk a s…

Dubstep. Dall'inizio.

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Niente è più difficile da padroneggiare delle varie correnti e sottocorrenti dalle quali il dubstep ha preso forma, così come è impresa ardua monitorare come si deve quello che il genere ha a sua volta tramandato come eredità, lasciando tracce in svariati generi musicali, diventando tanto estemporaneo (e riconoscibile) elemento di decorazione ritmica, quanto impalcatura complessiva sulla quale erigere i brani.
Fatto sta che, fino a pochi anni fa, il dubstep era IL principale fenomeno della Londra underground, dotato di un proprio santuario di alfieri e di tratti estetico/sonori riconoscibili, capace di passare da fenomeno di nicchia ai lidi mainstream. 
Proverò a tracciare la sua identità in modo "empirico", a partire dai primi esemplari dati alle stampe, tirando fuori dall'ascolto l'identikit di una delle più fervide e interessanti correnti degli ultimi anni.

Recensione ► Grizzly Bear: "Painted Ruins" (RCA, 2017)

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In qualche modo i Grizzly Bear non potevano che uscire con un album del genere: non solo perché con “Shields” si era già fatto un passo netto verso lidi art-rock, ma perché fare i conti con il pop contemporaneo significa integrare sempre più nel discorso elettronica e manipolazione sonora, dare corpo e profondità ai brani, flirtare con plurime ibridazioni black. C’è tutto questo in “Painted Ruins”, che sviluppa intensivamente (dunque in addensamenti verticali) quello che “Veckatimest” costruiva estensivamente in progressioni ardite e scrittura chamber. Eppure l’album della maturità dei quattro musicisti statunitensi (ormai tutti ampiamente over 30), nei suoi strappi relativamente radicali con il passato, ripropone il modus operandi di sempre: composizioni elegantemente cesellate, armonie complesse, songwriting che si snoda tra arrangiamenti fatti di continui cambi, di virate, di arzigogolati arabeschi (per quanto sommessi e meno appariscenti, più legati alla screziatura delle texture…