#02 Dischi di febbraio (con il ➒) ♋

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Febbraio è stato un mese intenso. Infatti la puntata sui dischi di febbraio esce a marzo. Pronti, via!

► 1969

The Temptations - Cloud Nine (Gordy)

L'approdo dei Temptations alla psichedelia è più che un fatto circoscrivibile alla sola band (l'album sarà un successo, garantendo al gruppo da poco guidato dal frontman Dennis Edwards il primo Grammy Award). Da un lato, infatti, è tra i capolavori del produttore Norman Whitfield, nome imprescindibile per gli sviluppi della black music (e in particolare del suono Motown), che con "Cloud Nine" consolida la ricerca sonora intrapresa con la band a partire dal 1966 (sebbene il suo rapporto con il gruppo sia da far risalire al '64). Dall'altro è il segno di un fermento generale che, assieme agli episodi ben più radicali di Sly and The Family Stone e Funkadelic, farà fare un passo importantissimo all'R&B anni Settanta.

Recensione ► alt-J: "Relaxer" (Infectious, 2017)

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Rallentare. Questo, forse, hanno pensato gli alt-J dopo la sovraesposizione degli anni passati. Un disco fatto più di vuoti che di pieni, il loro ultimo “Relaxer”, privo delle dinamiche mirabolanti che caratterizzavano le scorse prove (per quanto già “This Is All Yours” apparisse scricchiolante e incerto). Questa volta, però, l’impressione è di avere a che fare con un tentativo di messa a lucido di vecchie outtake: ogni dinamismo, ogni segno di eclettismo in sede di arrangiamento e composizione è sacrificato a favore di un mood piatto, calmo e disteso, dove al minimalismo degli arrangiamenti si unisce un senso della composizione sonnacchioso, privo di vitalità, per otto brani che privilegiano tessiture larghe e ritmiche statiche.

Così alla prima “3WW”, suggestivo reiterarsi indietronico di accordi in fingerpicking su un pattern ritmico scricchiolante e dilatazioni ambient, non seguono - fatta eccezione per una discreta e relativamente vivace “In Cold Blood”, con tanto di sezione di ottoni ad incendiare il costante crescendo – pezzi altrettanto validi. Si passa infatti dall’inaspettata e piuttosto insipida cover di “House of the Rising Sun” (riscritta in chiave ambient-folk, senza aggiungere niente di particolarmente brillante al celebre brano), alla polverosa “Hit Me Like That Snare”, sorta di improvvisazione garage/rockabilly in bassa fedeltà (accostabile a quanto fatto dai Deerhunter di “Monomania”), dove uno sguaiato Joe Newman biascica una filastrocca su spire di synth e chitarre sporche in overdrive; dalle grasse spire synth di “Deadcrush”, alla diafana ballata electro-folkAdeline”, di chiara derivazione radioheadiana.


Lascia l’amaro in bocca, “Relaxer”, perché dopo otto tracce niente si fissa alla mente, niente spicca. Gli alt-J si baloccano con un discreto buon gusto, in una rilassata noncuranza nella gestione spaziale, in una disinvolta attitudine ad un espressionismo libero ma eccessivamente auto-compiacente. A peggiorare le cose arriva la piccola gemma incastonata a fine album, quella bellissima “Pleader” capace di dispensare con giusta e ottimamente congegnata lentezza un inno di grande impatto (si mescolano qui elementi chamber, coralità sacra, tinte etno/gabrieliane, slanci mozzafiato), eppure, a causa del suo contrasto con i precedenti episodi, colpevole di far suonare tutto ancora più insipido, rendendo così manifesto uno spiacevole sperpero di potenziale. alt-J: è davvero tutto qui quello che sapete fare?


Recensione pubblicata su Storiadellamusica.it

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