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Recensione ► Ten Years After: "Ten Years After" (Deram, 1967)

ten years after cover art 1967
Ten years before, nel 1956, Elvis Presley esordiva con il suo album omonimo: per questo, nel 1966, Alvin Lee decise di cambiare il nome del suo precedente gruppo. Con i Jaybirds il quartetto -appassionato di rhythm and blues e rock’n’roll- aveva percorso i primi anni Sessanta secondo uno schema consueto: dallo Star Club di Amburgo (come i Beatles) alla Londra in fermento della psichedelia, degli hippie, del Marquee, dove la band divenne uno dei nomi ricorrenti del 1967, arrivando addirittura ad aprire l’esibizione della Jimi Hendrix Experience tenutasi l’11 novembre. Bazzicando tra un Jazz Festival e i locali dell’UFO Club, i Ten Years After rappresentavano, nel 1967, una sorta di archetipo delle componenti base della musica sessantiana, per un sound che univa blues, sfumature psichedeliche, stacchi jazz, virtuosismo chitarristico.

L’esordio del 1967, prodotto da Mike Vernon e Gus Dudgeon per la Deram, è una sorta di “Disraeli Gears” più posato e, pur non avendo nulla di paragonabile -intellettualmente- con le grandi sperimentazioni e innovazioni dell’epoca, rimane una prova impeccabile, capace di rivelarsi ancora oggi frizzante, fresca, scattante, scritta e interpretata benissimo.
L’introduzione di “I Want To Know”, un blues frenetico arricchito da vivaci trame di organetto r’n’b e da un piano honky tonk, mette subito in mostra il carattere portante della chitarra di Alvin Lee, che incalza e agghinda il brano con vivaci e veloci assoli, prima della successiva “I Can't Keep from Crying, Sometimes” (scritta da Al Kooper), il cui titolo già preannuncia una svolta di mood rispetto all’opening. La trama del basso si intreccia con la chitarra che ricama lenti e suadenti fraseggi, mentre l’organetto, sullo sfondo, segue il motivo melodico addensando l’atmosfera, il tutto sul tappeto frusciante dei piatti di Ric Lee, fino alla bellissima sezione centrale, dominata dal solo a singhiozzo di Lee, con quell’organetto a ricamare in contrappunto, aiutando la sei corde a dilatare l’atmosfera sul finale, in un addensarsi ipnotico e psichedelico.

Dopo “Adventures of a Young Organ”, brioso intermezzo jazzy alla Piero Umiliani, si torna alle atmosfere madide di “Spoonful”, standard di Willie Dixon, che vanta un dialogo mozzafiato tra la chitarra dolente di Lee e le intelaiature ritmiche elegantemente jazzate e al contempo assertive e strutturanti di Ric. Il brano, un incessante turbinare magnetico, sembra voler proporre una versione terrena -non intellettualistica- di psichedelia, rimanendo ancorato alla ripetitività e al trasporto blues, più che ai voli pindarici dei colleghi che allora infiammavano l’underground londinese (rimane il fatto che pagherei oro per sentire questo pezzo live all’UFO).


Dopo una prima metà album consacrata all’interpretazione di brani altrui, seguono quattro composizioni originali: il frenetico e fumoso rock’n’roll alla Rolling Stones di “Losing the Dogs” contraddistinto dall’irresistibile boogie pianistico di Chick Churchill, l’energico e guizzante blues elettrico di “Feel It for Me” (impreziosito dal solo acido di Alvin), il gioiellino “Love Until I Die” e la vivace perla acustica di Don't Want You Woman”. A chiudere l’album l’interpretazione colma di pathos della lunga “Help Me”, scritta originariamente da Sonny Boy Williamson, tramutata per l’occasione in una jam heavy-blues non troppo dissimile da quanto avrebbero fatto i Led Zeppelin nel giro di pochi mesi.

Celebri per l’esibizione a Woodstock del 1969, i Ten Years After vanno però ricordati anche per questo ottimo album che resta un gioiellino in puro stile anni Sessanta. Da riscoprire.

Recensione pubblicata su Storiadellamusica.it

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