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Visualizzazione dei post da Agosto, 2017

Sessantacinque-Sessantanove: il meglio dei Sixties, secondo me.

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La classifica dei 200 migliori album degli anni Sessanta pubblicata da Pitchfork è piuttosto controversa: da diversi anni la storica webzine sembra lanciata in un dubbio tentativo di riscrittura della storia pop in chiave black, operazione certamente lecita ma incapace di coinvolgermi e convincermi fino in fondo.
Ci possono essere centinaia di storie della musica, questo è il fatto. Perciò ho deciso di fare un personalissimo e innocuo tentativo: quali sono i dischi che, per me, rappresentano al meglio gli anni Sessanta?
Procederò in questo modo: toglierò dal mucchio il jazz (lo conosco troppo poco e non mi è mai piaciuto accostarlo al pop), partirò dalla seconda metà del decennio (che continuo a trovare di gran lunga più significativa e ricca: è a partire dal '65 che tutto cambia), cercherò infine di considerare qualche artista appartenente a scene diverse da quella britannica o statunitense (ma senza esagerare, la cosa richiederebbe un capitolo a parte).
▶ Ed ecco qui, il meglio…

Recensione ► Ten Years After: "Ten Years After" (Deram, 1967)

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Ten years before, nel 1956, Elvis Presley esordiva con il suo album omonimo: per questo, nel 1966, Alvin Lee decisedi cambiare il nome del suo precedente gruppo. Con i Jaybirds il quartetto -appassionato di rhythm and blues e rock’n’roll- aveva percorso i primi anni Sessanta secondo uno schema consueto: dallo Star Club di Amburgo (come i Beatles) alla Londra in fermento della psichedelia, degli hippie, del Marquee, dove la band divenne uno dei nomi ricorrenti del 1967, arrivando addirittura ad aprire l’esibizione della Jimi Hendrix Experience tenutasi l’11 novembre. Bazzicando tra un Jazz Festival e i locali dell’UFO Club, i Ten Years After rappresentavano, nel 1967, una sorta di archetipo delle componenti base della musica sessantiana, per un sound che univa blues, sfumature psichedeliche, stacchi jazz, virtuosismo chitarristico.
L’esordio del 1967, prodotto da Mike Vernon e Gus Dudgeon per la Deram, è una sorta di “Disraeli Gears” più posato e, pur non avendo nulla di paragonab…

New new new (...) wave: il breve - ma intenso - rinascimento del nuovo rock britannico (2008-2013).

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Non molti anni fa, a Londra e dintorni, si faceva largo una scena tanto entusiasmante quanto effimera, tanto effimera da non meritare neanche - nonostante tratti stilistici piuttosto omogenei - un nome (e un nome se lo meritano tutti, basti pensare che per l'ondata precedente, quella che riprendeva e attualizzava il post-punk e il garage rock, si era scelta la pessima etichetta di nu-new wave).
Il primo interrogativo, quindi, è proprio relativo alle supposte similitudini in grado di giustificare un accomunamento: il Guardian si poneva la stessa domanda recensendo uno degli album cardine di questo "rinascimento", parlando di un pop "un po' più strano, un po' più espanso", concludendo che "for the purposes of music journalism, though, three bands is a scene". Bene così, quindi.
Che qualcosa stesse cambiando lo si capiva già nel 2008: i Bloc Party pubblicavano "Intimacy", un album duro e intenso, contaminatissimo di elettronica, post-p…