Maggio torinese

Andare verso l'alto

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Il vento lambisce la tazza e la fa gemere sottilmente, disperdendo nell’aria il suo suono sordo. La sera si trascina appresso un profumo che pare scivolare da lassù, dalle vette nude sulle cui sommità ancora fiammeggia il bagliore di un sole freddo, impresso sulle rocce colorate di un arancione acceso, vivo, fosforescente.
Stringo la tazza con le mani, finisco il liquore forte che ha catturato gli odori dei pini e dei fiori che circondano la mia piccola baita di legno scricchiolante. Capita, a volte, di veder gocciolare ancora la resina dalle travi che sostengono il tetto, come se il legno fosse ancora vivo e sanguinasse la sua linfa, dispensando aromi balsamici, irrorando il suo nettare colloso in cicliche fasi di rigonfiamenti e contrazioni. Come un respiro. Forse sono questi movimenti che la notte tormentano il silenzio, gonfiando l’intera casa e facendole parlare un linguaggio irregolare e scomposto, eppure in qualche modo rispondente all’ambiente intorno dove tutto fischia, soffia, ulula, schianta.
Salendo con la macchina verso la mia meta solitaria, tutti quanti prendevano la direzione opposta alla mia, come sassi rotolanti staccatisi dalle pareti rocciose delle montagne. Pochissimi hanno scelto di salire, di tendere verso l’alto: piuttosto la gente ha preferito disperdersi nello spazio, squagliarsi a macchia d’olio, prendere direzioni disparate, come molecole impazzite. Forse ognuno ha un suo personale santuario da qualche parte, forse il semplice muoversi per molti è sufficiente, sta di fatto che mi sarei aspettato più gente quassù. Le ultime presenze le ho incontrate molto più giù, nel paesino prima dell’inizio del bosco. Preparavano una grande griglia, qualcuno era già ubriaco e rideva scomposto, sdraiato sul prato, altri sedevano con lo sguardo perso nel vuoto, altri ancora erano impegnati a marinare la carne e attizzare il fuoco, come durante un ferragosto qualsiasi. L’odore che si spandeva nell’aria -di legna bruciata e erbe aromatiche- era un profumo di festa eppure strideva, quasi fosse fuori luogo, come un ospite indesiderato.
Ci sono, poi, quelli rimasti in città, tutta un’altra storia. Impantanati nel traffico e costretti ad abbandonare le macchine e proseguire a piedi, ma i più ricondotti da una timorosa abitudine e un rassegnato senso di sconfitta alle loro case, ai loro divani, alle loro televisioni incapaci di diffondere qualsivoglia credibile rassicurazione, anch’esse schizofreniche nell’alternare regolari palinsesti a edizioni speciali dei telegiornali sulla difficile situazione in corso.
Io però ho saputo subito cosa fare: ho iniziato ad andare in salita. È stato istintivo, niente a che fare con la ragione, la lucidità, il calcolo. Un’intuizione primordiale che mi ha spinto come una forza meccanica e incontrollata.
La baita di legno non è propriamente mia. Mio zio mi ci portava da piccolo, e da lì partivamo per lunghe passeggiate oltre i duemila metri, raggiungendo le cime che ora sono lassù a rosseggiare nella sera che avanza, nude eppure così solide, così rassicuranti nella loro stazza granitica. Verrebbe da pensare che ci saranno sempre, quelle vette. Come potrebbe essere altrimenti? Cosa potrebbe danneggiare quelle masse di roccia indistruttibile, austera, incapace di marcire come noialtri. È pazzesco rendersi conto che si tratta solo di una questione di prospettiva, di relatività: quelle creste sono il risultato plastico dell’effetto modellante del vento, della pioggia, dell’erosione dei ghiacci. Esistesse una ripresa in time-lapse capace di far scorrere in pochi minuti milioni di anni, le vedremmo cambiare forma come plastilina. Eppure ora, ai miei occhi, le cime lassù sono una fortezza inespugnabile, la cosa più dura e resistente al mondo. Non posso credere altro se non che rimarranno lì dove sono, ben salde, anche dopo quello che ci aspetta.
Pensandoci, tutti dobbiamo morire. Semplicemente questa volta moriremo tutti assieme, in un solo colpo. La cosa mi spaventa e nello stesso tempo mi conforta: non ci sarà nessuno a guardare il mondo dopo di me, il creato sparirà perché tutte le creature senzienti saranno annientate. Il livello delle acque, dicono, inizierà a salire a un ritmo vertiginoso sommergendo ogni cosa, raggiungendo ogni sommità, annegando tutto. Costruire barche? Erigere arche? Non servirà, perché le onde e la corrente saranno così impetuose da spezzare ogni materiale, da vanificare ogni sforzo.
Mi dispiace pensare alla fine di ogni cosa. Leggendo le informazioni sui siti internet più autorevoli -nonostante il tono falsamente rassicurante delle emittenti tv- pare che non ci sia proprio alcuna speranza. Il fatto di salire quassù è dipeso da questo, mi ripeto: voglio godermi questi ultimi giorni nel posto più intimo e brullo che abbia mai conosciuto. Non posso negare, però, che resiste in me un’ostinata speranza: possono sbagliarsi. E se l’acqua si fermasse? Se la mia baita diventasse una piccola oasi balneare? Se ogni mattina mi alzassi e, prima di fare colazione, mi tuffassi in un mare nuovo d’alta quota? No, niente da fare. So benissimo che si tratta di illusioni. Vorrei abbatterle e rassegnarmi, ma qualcosa nella mia testa mi impedisce di cancellare ipotesi del genere. Razionalmente so che sarò travolto come tutto il resto. Sparirò.
Il vento soffia più forte, la brezza si è trasformata in un vento freddo. Mi alzo, barcollo: il liquore fa effetto. Entro nella baita e i miei passi la fanno scricchiolare. È il suo saluto, rinnovato ad ogni mio varcare la soglia. Dentro, la penombra lascia entrare qualche fascio di luce che fa brillare il pulviscolo sospeso nell’atmosfera. Quando sono entrato, qualche giorno fa, la baita era disabitata da chissà quanto tempo: una volta morto mio zio qui non è più venuto nessuno. Avevo paura che avrei trovato un rudere, che il tetto si fosse imbarcato, che le travi fossero marcite. Niente di tutto questo: era stata costruita bene, la baita. All’interno però regnava l’incuria. Non ho toccato nulla, non ne vale la pena.
Prendo il giaccone appeso al chiodo accanto all’uscio, lo indosso, riempo ancora la tazza di liquore e esco da quell’antro polveroso.
Ho un unico grande rimpianto. Quando arriverà l’onda, quando ogni cosa sarà travolta, vorrei essere presente, vorrei durare almeno un po’. Vorrei durare almeno quel che basta per vedere se, una volta raggiunte le cime fiammeggianti, incandescenti come barre di ferro appena uscito dalla forgia, l’acqua fischi e sbuffi, sibilando e stridendo, lottando contro quell’ultimo ostacolo rovente, quelle punte infuocate, eterne, implacabili.

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