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Visualizzazione dei post da Luglio, 2017

#09 Dischi di settembre (con il ➒) ♋

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Ed eccoci al mese più bello dell'anno. Malinconico, colorato, profumato. Settembre è adatto per i dischi importanti, quelli che ti guidano per tutto il resto della fine dell'anno, per poi accompagnare l'inizio di quello nuovo. Dischi di confine, quindi, resi ancora più liminali dal loro essere del 1969, dunque aperti al salto verso l'ignoto, e quindi inclini a una carica o una malinconia ancora maggiore. Buon ascolto!
► 1969
Townes Van Zandt - Townes Van Zandt (Poppy)

Disco affascinante e delicato, quello del cantautore americano, qui al terzo lavoro. Sui solchi di quanto fatto da Bob Dylan, Jackson C. Frank, Eric Andersen e più in generale dalla nuova generazione di folkers americani, Van Zandt innesta un suo particolare approccio quieto e poetico impregnato di americana e country, riallacciandosi direttamente a gente come Hank Williams o Ernest Tubb, insomma a una tradizione profonda che sarebbe stata riadattata, tra la fine dei Sessanta e i primi Settanta, da Byrds,

Andare verso l'alto

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Il vento lambisce la tazza e la fa gemere sottilmente, disperdendo nell’aria il suo suono sordo. La sera si trascina appresso un profumo che pare scivolare da lassù, dalle vette nude sulle cui sommità ancora fiammeggia il bagliore di un sole freddo, impresso sulle rocce colorate di un arancione acceso, vivo, fosforescente. Stringo la tazza con le mani, finisco il liquore forte che ha catturato gli odori dei pini e dei fiori che circondano la mia piccola baita di legno scricchiolante. Capita, a volte, di veder gocciolare ancora la resina dalle travi che sostengono il tetto, come se il legno fosse ancora vivo e sanguinasse la sua linfa, dispensando aromi balsamici, irrorando il suo nettare colloso in cicliche fasi di rigonfiamenti e contrazioni. Come un respiro. Forse sono questi movimenti che la notte tormentano il silenzio, gonfiando l’intera casa e facendole parlare un linguaggio irregolare e scomposto, eppure in qualche modo rispondente all’ambiente intorno dove tutto fischia, soff…

Recensione ► Shabazz Palaces: "Quazarz: Born on a Gangster Star" + "Quazarz vs. the Jealous Machines" (Sub Pop, 2017)

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È sempre difficile entrare nel mondo sonoro degli Shabazz Palaces: il loro sci-fi hip-hop è un incompromissorio impasto di elettronica “cloudy”, di blocchi timbrici scomposti, di flussi apparentemente non irrelati, di flow astratti. Il rischio è quello di fermarsi alla facciata nerd, freddamente calcolata, della proposta. Eppure ogni volta tocca ricredersi, almeno parzialmente: nel sound di Ishmael Butler e Tendai Maraire c’è qualcosa di più, una tensione estatica che unisce le parti, una sensibilità estetica -ecco- che aggiunge fascino e solidità alla materia a prima vista disaggregata.
Questa volta, però, Butler e Maraire, mettono ulteriormente alla prova i loro ascoltatori. Doppio album, concept spazial-fantascientifico in due episodi: la storia dell’emissario Quazarz -non così diversa da quella di Navita, per quanto il tema portante, qui, siano le nuove tecnologie- si dipana lungo il primo “Quazarz: Born on a Gangster Star” (dato alla vita in due settimane con l’aiuto del produtt…

Recensione ► Green On Red: "Gravity Talks" (Slash Records, 1983)

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Dovette sembrare un'operazione reazionaria, nell'effervescente panorama musicale dei primi anni '80, veder spuntare gruppi come i Green On Red. Un po' meno reazionaria sembrò forse l'uscita di "The Days of Wine and Roses" dei colleghi Dream Syndicate, più legati a certe innovazioni stilistiche e a movenze direttamente collegate alla new wave e al post-punk.
I Green On Red invece pescavano dal roots più puro, da quel “americana” desertico e parodisticamente redneck, seppur accelerato e modernizzato, condizionato dall'impossibilità di sfuggire totalmente dalle sonorità della nuova onda e colorato da un disinvolto e aggraziato approccio "flower power".