#09 Dischi di settembre (con il ➒) ♋

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Ed eccoci al mese più bello dell'anno. Malinconico, colorato, profumato. Settembre è adatto per i dischi importanti, quelli che ti guidano per tutto il resto della fine dell'anno, per poi accompagnare l'inizio di quello nuovo. Dischi di confine, quindi, resi ancora più liminali dal loro essere del 1969, dunque aperti al salto verso l'ignoto, e quindi inclini a una carica o una malinconia ancora maggiore. Buon ascolto!
► 1969
Townes Van Zandt - Townes Van Zandt (Poppy)

Disco affascinante e delicato, quello del cantautore americano, qui al terzo lavoro. Sui solchi di quanto fatto da Bob Dylan, Jackson C. Frank, Eric Andersen e più in generale dalla nuova generazione di folkers americani, Van Zandt innesta un suo particolare approccio quieto e poetico impregnato di americana e country, riallacciandosi direttamente a gente come Hank Williams o Ernest Tubb, insomma a una tradizione profonda che sarebbe stata riadattata, tra la fine dei Sessanta e i primi Settanta, da Byrds,

Recensione ► White Reaper: "The World's Best American Band" (Polyvinyl, 2017)

white reaper new album review matteo castello
La migliore band americana del mondo”? Guai a prenderli troppo sul serio, i White Reaper, punk band intrisa di sonorità pop americane, radicate sottopelle in tutta naturalezza, come si trattasse di elementi ereditari. Eppure il quartetto di Louisville non va nemmeno sottovalutato: il loro secondo disco è un convinto e febbrile concentrato di energia, riff formidabili e melodie destinate a ficcarsi in testa e non uscire più.

Rispetto all’esordio, il sound della band si ibrida ancora di più, divertendosi a giocare con componenti plurime, tutte unite da uno sfrigolante abbraccio power pop, per una sorta di versione meno manifestamente istrionica degli Orwells.
Celebrativi ed energici, i White Reaper partono alla grande, tra le ovazioni del pubblico in apertura della title-track, che sfoggia tenaci schitarrate alla Who incastonate lungo un guizzante andazzo garage. Come non pensare direttamente ai Cheap Trick ascoltando brani come “Judy French” o “Little Silver Cross”, o ai Ramones nella filastrocca di “Party Next Door”, o ancora ai Supergrass in “The Stack”? Eppure non è tutto, perché le chitarre si lanciano spesso e volentieri in energiche e godibilissime incursioni Aor, mentre la spigliatezza delle composizioni ricorda tanto l’estro pop-wave dei The Cars, quanto la spigliatezza di certo skate punk anni Novanta. Il tutto -e questo è il bello- perfettamente equilibrato tra ammiccamenti mainstream e sottocorrenti alternative, mantenendosi sempre all’interno della famiglia allargata rock’n’roll a stelle e strisce.


Insomma: che li si prenda sul serio o meno è cosa di poca importanza, perché i White Reaper vanno a segno senza troppi sbrodolamenti o sofismi, dimostrando il loro valore in poco più di mezzora di durata, con pezzi veloci e precisi, ognuno un sapiente mix di ingredienti, oltre che manifestazione di istrionismo e buona scrittura. La strada sembra essere tutta in discesa, viste le premesse.

Recensione pubblicata su Storiadellamusica.it

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