Il metodo “Rust” – Come fallire al meglio un colloquio di lavoro

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Di Matthew Lovers
Quando meno te lo aspetti ti accorgi di essere diventato vecchio; abbastanza vecchio da dover sopportare la pesante eredità del saggio che si trova di fronte a quelle nuove generazioni assetate di risposte su temi che riguardano il lavoro e la faticosa strada per raggiungere quella chimera chiamata “realizzazione personale e professionale”. Io ve lo dico chiaramente, non mi sento ancora pronto a dispensare consigli tali da poter risolvere i problemi identitari e esistenziali degli altri. Quando mi ponete domande in questo ambito, in particolare su quello strettamente lavorativo (mi candido, invio il cv, vado al colloquio, mi licenzio ecc. ecc.), potreste andare incontro a risposte totalmente spiazzanti da parte del sottoscritto. Io in realtà sono convinto, come mi ha insegnato un mio caro amico espatriato in Francia, che ciò che assumiamo come imprescindibile per noi non lo è in egual misura per altri. Al vostro posto agirei in una certa maniera ma l’unica cosa certa…

Recensione ► White Reaper: "The World's Best American Band" (Polyvinyl, 2017)

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La migliore band americana del mondo”? Guai a prenderli troppo sul serio, i White Reaper, punk band intrisa di sonorità pop americane, radicate sottopelle in tutta naturalezza, come si trattasse di elementi ereditari. Eppure il quartetto di Louisville non va nemmeno sottovalutato: il loro secondo disco è un convinto e febbrile concentrato di energia, riff formidabili e melodie destinate a ficcarsi in testa e non uscire più.

Rispetto all’esordio, il sound della band si ibrida ancora di più, divertendosi a giocare con componenti plurime, tutte unite da uno sfrigolante abbraccio power pop, per una sorta di versione meno manifestamente istrionica degli Orwells.
Celebrativi ed energici, i White Reaper partono alla grande, tra le ovazioni del pubblico in apertura della title-track, che sfoggia tenaci schitarrate alla Who incastonate lungo un guizzante andazzo garage. Come non pensare direttamente ai Cheap Trick ascoltando brani come “Judy French” o “Little Silver Cross”, o ai Ramones nella filastrocca di “Party Next Door”, o ancora ai Supergrass in “The Stack”? Eppure non è tutto, perché le chitarre si lanciano spesso e volentieri in energiche e godibilissime incursioni Aor, mentre la spigliatezza delle composizioni ricorda tanto l’estro pop-wave dei The Cars, quanto la spigliatezza di certo skate punk anni Novanta. Il tutto -e questo è il bello- perfettamente equilibrato tra ammiccamenti mainstream e sottocorrenti alternative, mantenendosi sempre all’interno della famiglia allargata rock’n’roll a stelle e strisce.


Insomma: che li si prenda sul serio o meno è cosa di poca importanza, perché i White Reaper vanno a segno senza troppi sbrodolamenti o sofismi, dimostrando il loro valore in poco più di mezzora di durata, con pezzi veloci e precisi, ognuno un sapiente mix di ingredienti, oltre che manifestazione di istrionismo e buona scrittura. La strada sembra essere tutta in discesa, viste le premesse.

Recensione pubblicata su Storiadellamusica.it

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