Maggio torinese

Vuoi andare a scuola, oggi?

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Oggi vuoi andare a scuola?
Che domanda. Certo che voglio andare a scuola! Devo, no?
Sì, sì, era solo per chiedere…
Sei proprio sicuro che vuoi andare a scuola?

Che strano, oggi, mio papà. Sarà un segno di premura, forse. Dopo la campagna, abituarsi alla città non è stato facile. Con tutto quello che è successo in questi anni, poi... Dall’inizio della guerra ad oggi, non so nemmeno contare quante bombe siano cadute su Torino. L’ultima pochi giorni fa, all’inizio di aprile. Sono morte 70 persone.

Io, comunque, ai primi segni di pericolo sono stato spedito in collina, dai nonni, lontano dagli aerei americani. Era bello stare laggiù: passavo tutto il tempo fuori casa a girovagare con i ragazzini di Cherasco, a cacciare i passeri con il fucile ad aria compressa, a giocare nel grosso cortile del Castello Visconteo con la mia compagnia fugace e variegata.
Eventi drammatici ce ne sono stati anche da quelle parti, come l’estate che hanno fucilato un gruppo di partigiani, tra i quali undici cheraschesi, nel paesino di La Morra, i cui tetti si scorgono da casa mia, in lontananza, seguendo il Tanaro e salendo con lo sguardo su per le colline. Qualcuno di loro lo conoscevo pure di vista, ragazzi che avranno avuto una decina di anni più di me. Dieci anni che segnano un confine, che vogliono dire tutto: di qua, bambini, di là, in un attimo, adulti che possono essere messi al muro, o mandati in guerra. Che possono rifiutare di andare in guerra. A pensarci, poi, pochi mesi prima avevano ammazzato un tale, si chiamava Ferraretto, per rappresaglia. L’hanno fucilato giù al cimitero. Fatti che tuttavia, nella mia quotidianità di bambino, sono passati come passa uno spaventoso temporale.

Ora però sono qui, in questa lunga e stretta via Bibiana che come un sottile capillare di mura grigie scorre dall’arteria periferica di corso Grosseto a via Stradella, e da lì fino alla stazione Dora, ancora piuttosto lontana da via Parini, dove si trova la mia scuola: sono costretto a prendere due tram per arrivare fin là. Ci metterò un’oretta buona, anche perché la città in questi giorni, dopo lo sciopero del 18 aprile, è in subbuglio. Il mio liceo però, accidenti, è rimasto aperto, nonostante i tram quasi tutti fermi e i negozi chiusi. I fascisti e i tedeschi hanno facce scure e tese, e presidiano le strade con un nervosismo contagioso. Oggi, però, noto un movimento continuo in direzione opposta alla mia.

Oltre le finestrelle del tram, un lento stillicidio di mezzi corazzati tedeschi, mentre i pochi cittadini in strada sono fermi ad ammirare quella che sembra una vera e propria ritirata. A dir la verità, il grosso dei soldati si è già spostato ai margini di Torino nei giorni scorsi, forse temendo che lo sciopero si possa trasformare in una sommossa, o qualcosa del genere. Di certo, la loro ormai è una guerra persa: le notizie che arrivano dalla radio sono quelle di un costante avanzamento degli Alleati, che avrebbero superato Bologna risalendo verso il Po. E poi lo dice anche mio papà. Mi perdo nei pensieri, ancora mezzo addormentato, fino a che non arrivo alla mia fermata.
Scendo dal tram e mi incammino verso il liceo classico Massimo D’Azeglio, che dopo i bombardamenti ospita noialtri del Galileo Ferraris. Mi accorgo di essere uno dei pochi ragazzi in strada. Faccio pochi passi e d’un tratto sento un forte rumore di ferraglia, unito a un concitato vociare. Alcune persone stanno dirottando il tram sul quale ero seduto poco fa fuori dai binari: lottano faticosamente, in combutta con l’autista, contro le resistenze delle ruote d’acciaio, riuscendo finalmente a incastonare il grosso mezzo sulla strada lastricata di corso Vittorio Emanuele, piazzandolo di traverso per creare un blocco stradale.

Dopo un attimo di rapimento scuoto la testa e mi rimetto in moto, è tardi e rischio di entrare dopo il suono della campanella. Ecco, ora riesco a vedere la mia scuola, laggiù, il piazzale semi-deserto, solo alcuni ragazzi a formare uno scudo umano sulle scale d’ingresso. Quando mi avvicino noto che tutti portano un fazzoletto rosso al collo. Sono più grandi di me, devono essere del quinto anno, lo si capisce dai baffi e dalle prime barbe, oltre che dallo sguardo serio e forzatamente sprezzante.
Dove vai tu?, mi dice uno. Oggi niente scuola ragazzino, torna a casa!
Tornare a casa? E come? Dopo aver fatto tutta questa strada per arrivare fin qua? Rimango un attimo stordito, senza sapere bene che fare. Bofonchio una domanda di spiegazione.
Perché? Che succede?
Lo vedrai, intanto tornatene a casa, forza!
Sono agitati, si guardano attorno come se da un momento all’altro dovesse apparire chissà che cosa, stanno in guardia, alcuni entrano di corsa nell’atrio e si precipitano su per le scale. Arriva un fischio dall’alto: un manipolo di ragazzi è appostato sul tetto, scorgo dei fucili oltre il cornicione, oscillanti come ramoscelli. Finalmente mi decido e faccio dietro front. Ecco, forse, perché mio papà era così premuroso questa mattina. Lui lavora come capostazione, avrà sentito delle voci, lo avranno avvisato. A dir la verità sono giorni che il clima, in casa, è teso. Sì, deve aver saputo per forza qualcosa, e ieri ho sentito parlare di un certo Aldo che ci deve essere dentro fino al collo, in questa faccenda.
Basta, torno a casa. Inizio anche a essere un po’ preoccupato. L’atmosfera è sempre più frizzante, e mescola il timore con l’eccitazione tipica di quando sta per succedere qualcosa di importante.

Di trovare un tram, però, neanche a parlarne: ora Torino è proprio paralizzata, gli ultimi mezzi tedeschi sono scomparsi, e di milizie fasciste in strada neanche l’ombra. Non mi resta che fare la strada a piedi, risalendo il reticolo di stradine che squadrano Torino. È un po’ come Cherasco, Torino, solo più grande: pianta quadrata, impossibile perdersi. È bello, quando non si ha fretta e ci si può permettere di sprecare un po’ di tempo, zigzagare verso casa percorrendo a casaccio le viuzze che si incrociano, si separano, scorrono parallele, formano angoli retti, poi a volte si moltiplicano lungo larghi e rotonde. Basta avere in mente la meta all’orizzonte ed è fatta. Però oggi ho fretta, cerco il tragitto più breve e diretto e tengo un passo sostenuto.
Pochissime le persone in strada, solo sparuti camion militari che sfrecciano di qua e di là, oltre a qualche passante che, come me, si affretta calcando i marciapiedi. Sui tetti iniziano ad accumularsi grossi sacchi di sabbia. Non mi era mai capitato di sentire tutta questa elettricità nell’aria, non mi accorgo quasi di stare praticamente correndo, e in men che non si dica sono alla stazione Dora. Noto subito che lì è appostato un discreto numero di soldati, il che mi convince a superare quel punto nevralgico il più in fretta possibile.

Ed eccomi a casa. Varco la porta sfilandomi le scarpe dai piedi doloranti e lancio un saluto. Mamma, sono a casa, la scuola è chiusa.
Sì, lo so!, mi risponde.
Come lo sai? Ma che sta succedendo oggi?
Questo invece non lo so, ma tuo papà stamattina era parecchio agitato. Meglio stare al chiuso oggi, comunque. Siediti che ti preparo un caffè!
Poso la cartella e mi butto sulla poltrona che si affaccia sul balcone. Pian piano realizzo che avrò la giornata libera, inizio a rilassarmi e una discreta sonnolenza -mi sarò svegliato alle sei stamattina- comincia a farsi largo.
Un certo movimento nell’appartamento di fronte, oltre la strada, cattura però la mia attenzione. L’inquilino dirimpetto, un ometto di mezza età piccolo e goffo che mi ha sempre suscitato un involontario effetto comico, sta armeggiando come un ossesso. Cerca qualcosa freneticamente aprendo cassettoni che, visto lo sforzo, sembrano pesantissimi. Fino a che il tizio non prende una sedia per andare a tastare in cima ad un vecchio armadio. Afferra qualcosa avvolto in un panno e lo srotola: è un vecchio moschetto che, da qui, ha l’aria di un’inoffensiva ferraglia. A quel punto l’ometto esce di casa, e poco più tardi è giù in strada, il moschetto in spalla e il mento che punta in alto come sembra non aver fatto mai, fiero. Va a fare la sua parte, mi viene da pensare, anche se non so bene in che cosa questa consista. L’effetto ridicolo, però, è scomparso, lasciando il posto a una solennità nuova, ad un coraggio inedito.

Il caffè è pronto!
Faccio un lungo respiro prima di alzarmi. Penso che non è niente male stare a casa da scuola, una volta tanto. È una bella liberazione, ecco.
Eccomi, mamma, arrivo!

**Questo racconto si ispira liberamente alla cronaca della mattina del 25 aprile 1945 fornita da mio nonno, che allora si trovava, quindicenne, in una Torino nel pieno dei preparativi per la liberazione. La sera di quel giorno inizieranno gli scontri tra partigiani, operai e nazi-fascisti. Torino si libererà da sola, prima dell'arrivo in città degli Alleati.

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