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Recensione ► Hurray for the Riff Raff: "The Navigator" (ATO Records, 2017)

alynda segarra the navigator review 2017
Alynda Lee Segarra ha da sempre dovuto fare i conti con la sua appartenenza etnica, mostrando come l’identità sia un fatto tutt’altro che scontato. Troppo bianca per essere riconosciuta come “diversa”, eppure troppo diversa per entrare non solo nelle fila del tipico modello wasp, ma anche in quelle della propria comunità portoricana. La Segarra adolescente preferisce così definirsi a modo suo, partendo dalla scena punk dei sobborghi newyorkesi, finendo col vagabondare per gli States, stabilirsi a New Orleans e fondare una band country-folk. Fino a “Small Town Heroes” (2014) i suoi Hurray for the Riff Raff abbracciano così un classico sound Americana, colmo di tinte bluegrass, country e folk: un suono estremamente bianco, per usare una classificazione da retriva race music. La questione etnica, però, negli Usa (e non solo) esiste, e si è manifestata con forza proprio durante i mandati di quel Presidente dipinto come l’uomo del riscatto per milioni di “coloured” americani.

Il nuovo “The Navigator” acquista una grande rilevanza all’interno di questo contesto. Da un lato, infatti, rappresenta un segno di come la politicizzazione del pop stia travalicando -anche grazie alla generalizzazione del dissenso legato all’era Trump- la scena black; dall’altro perché, navigando lungo la personale presa di coscienza della leader degli Hurray, la questione identitaria viene decodificata e riproposta in modo del tutto peculiare: riscoprendo le proprie origini senza però sostituire alla mitizzazione della cultura bianca (“I was still finding most of my heroes in white men, feeling like they’re the ones who make history”) una speculare scelta del campo portoricano, la Segarra integra il recupero delle radici in un discorso politico più vasto, che va dal femminismo alla rivendicazione di stampo universalistico. “Just searching for my lost humanity”, canta in “Pa’lante”, vero fulcro stilistico e ideologico dell’album, erompendo in un appello finale che va a cucire la dimensione personale con quella collettiva: “To my mother and my father, I say, ¡Pa’lante! / To all who had to hide, I say, ¡Pa’lante! / To all who lost their pride, I say, ¡Pa’lante! / To all who had to survive, I say, ¡Pa’lante!”.

Ecco qui risolto il conflitto, molto ben illustrato da Eric Hobsbawm nel suo saggio “Identity Politics and the Left” (1996) tra appartenenze ascrittive (quella etnica), scelte identitarie multiple e intercambiabili (“The songs on The Navigator are about how a lot of people have to navigate through society because they fit into different identities but don’t fit anywhere”) e affermazione di un Io al contempo autonomo e connesso con le rivendicazioni di un’umanità con la quale, a prescindere dalla razza, si condivide un’esperienza comune.


The Navigator” è dunque un concept album che sfrutta un personaggio (Navita, sorta di Ziggy Stardust latino in versione proletaria) impegnato a navigare tra mondi, tra identità, tra epoche (l’approdo al futuro sconvolto dai processi di gentrificazione della bellissima “Rican Beach” - ed eccola la questione sociale che travalica quella puramente etnica), legando il percorso grazie a un sound compatto, elettrico, capace di abbracciare alt-country, indie e Latin rock (tra salsa, tex-mex, sonorità cubane, senza parlare di spunti soul, doo-wop e rock’n’roll) in un quadro unitario e stilisticamente solidissimo.

alynda segarra the navigator review 2017
È il sound, però, il vero connettore che da unità al concept: a partire dalla prima “Living in the City”, la band che sostiene Alynda Segarra sfrutta un caracollante ed energico folk-rock a tinte country che, associato ad un songwriting limatissimo e melodicamente ineccepibile (si prenda, da sola, l’orecchiabilità del brano in questione, sorta di versione potenziata di un pezzo dei Feelies), sfoggia una gestione dell’emotività da manuale, tanto nelle ballate (la bellissima, a base di chitarre sfrigolanti, “Life to Save”, praticamente l’evoluzione di Angel Olsen che avrei desiderato, così colma di strizzatine d’occhio alla tradizione -in particolare quel piano honky-tonk nel refrain- integrate in una forma canzone viva e contemporanea; o il folk acustico di “Nothing’s Gonna Change That Girl”, con i suoi leggeri arrangiamenti d’archi e quell’outro di armonizzazioni vocali su ritmica latineggiante), quanto nei pezzi più rock e tirati (“Hungry Ghost”, in aria Arcade Fire, omaggia le vittime dell’incendio del Ghost Ship di Oakland; “Rican Beach”, catartico e movimentatissimo richiamo al Latin rock, si dipana attraverso una selva di percussioni e un organetto contrappuntato dal solo espressivo della chitarra elettrica).


È “Pa’lante”, come già detto, il brano dove vanno a condensarsi e sciogliersi umori e tensioni dell’album: la composizione si divide in più sezioni, un percorso nel percorso, partendo dalla lenta ballata pianistica delle prime strofe, passando per la più movimentata sezione centrale, che si interrompe per lasciare spazio alla voce del poeta Pedro Pietri e del suo “Puerto Rican Obituary”, fino all’ultimo climax, emozionante inno politico, concitato preludio alla traccia finale, un incompromissorio abbandono al vibrante e frenetico sound Latino.

Un album convincente, compatto, che riesce a fondere come non succedeva da tempo messaggio e musica: se il primo elemento è intelligentemente dosato e limato, mai retoricamente preda di appiattenti sterilità agit-pop, ma confezionato nella forma di un songwriting intelligente e sottile, il sound -che poi, in musica, è ciò che conta- è altrettanto curato, tra arrangiamenti eleganti, composizioni ricche e stratificate, ibridazioni stilistiche fertilissime. Gli Hurray for the Riff Raff di Alynda Segarra, con “The Navigator” scuotono la canzone americana regalandoci un lavoro davvero notevole, che si spera non venga assorbito dal nulla imperante, ma che possa produrre frutti succosi.

Recensione pubblicata su storiadellamusica.it

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