I migliori album (finora) del 2019

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Il 2019 è un anno importante: qui si chiude il secondo decennio dei Duemila, e tra qualche mese sarà il momento di chiedersi cosa sia rimasto di questi dieci anni fitti di avvenimenti. Se è vero che la musica ha la capacità (quasi figurativa nonostante sia tra le arti la più astratta) di fotografare il proprio tempo, allora ripercorrere i dischi che hanno contrassegnato questo strano decennio senza nome, sarà impresa stimolante e allo stesso tempo malinconica. Come ripercorrere le pagine di un grande album di famiglia.
Inizio da qui, nel mio piccolo, con una piccola rassegna dei migliori album ascoltati finora, per un personale appiglio utile all'orientamento.
► Mahmood - Gioventù bruciata (Island)
Il fatto che al primo posto metta un italiano, per di più uscito vincitore a Sanremo, è cosa più unica che rara (o forse segno dei tempi? Chissà, di sicuro si sta sviluppando una scena nazionale alt-r'n'b a cui auguro uno sviluppo mirabolante). Eppure il disco di Alessandro Mah…

John Fahey sarebbe fiero di voi. I primitivisti americani del nuovo Millennio

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John Fahey
L'American Primitivism è un genere che mi ha sempre affascinato moltissimo. Fondato, come recitano i manuali, da John Fahey, personaggio incastrato tra il mito e la miseria, lo stile primitivista è caratterizzato da una rilettura della tradizione folk rurale americana in chiave "raga". Le composizioni primitive erano lunghe, oniriche, suite di chitarra acustica suonata prevalentemente in fingerpicking, madide di sentori esotici, di arabeschi vibranti, di dilatazioni che sarebbero poi state il pane quotidiano della scena blues-psichedelica della seconda metà degli anni Sessanta.

Tra i pionieri del genere alcuni chitarristi intenti in un'opera di vera e propria trasfigurazione dell'espressività tradizionale: il sound diventava espressione di un immaginario astratto più che una polverosa testimonianza di vita terrena. A contare, più che la tecnica, erano proprio le visioni che la musica era capace di stimolare.

Un genere non così popolare e nemmeno troppo fertile. Eppure, grazie anche agli sforzi dei Cul de Sac di Glenn Jones che, negli anni Novanta (complici anche la riscoperta del magazine Spin e l'interesse di Jim O'Rourke), andarono a ripescare il povero John Fahey (che sarebbe morto pochi anni dopo) coinvolgendolo in una collaborazione, presto nuove leve si aggiunsero allo stinto rosario primitivista.

La seguente playlist è un breve e non esaustivo elenco di alcuni dei nomi più significativi degli ultimi vent'anni. Roba da rendere orgoglioso il buon vecchio John, ne sono sicuro.



*Gli unici artisti non americani sono Gionata Mirai e gli Uyuni, piccolo tributo ai cultori italiani del genere.


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