I migliori album (finora) del 2019

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Il 2019 è un anno importante: qui si chiude il secondo decennio dei Duemila, e tra qualche mese sarà il momento di chiedersi cosa sia rimasto di questi dieci anni fitti di avvenimenti. Se è vero che la musica ha la capacità (quasi figurativa nonostante sia tra le arti la più astratta) di fotografare il proprio tempo, allora ripercorrere i dischi che hanno contrassegnato questo strano decennio senza nome, sarà impresa stimolante e allo stesso tempo malinconica. Come ripercorrere le pagine di un grande album di famiglia.
Inizio da qui, nel mio piccolo, con una piccola rassegna dei migliori album ascoltati finora, per un personale appiglio utile all'orientamento.
► Mahmood - Gioventù bruciata (Island)
Il fatto che al primo posto metta un italiano, per di più uscito vincitore a Sanremo, è cosa più unica che rara (o forse segno dei tempi? Chissà, di sicuro si sta sviluppando una scena nazionale alt-r'n'b a cui auguro uno sviluppo mirabolante). Eppure il disco di Alessandro Mah…

Recensione ► Jake Xerxes Fussell: "What in the Natural World" (Paradise of Bachelors, 2017)

Jake Xerxes Fussel, alum 2017 recensione



Continua la riscoperta della tradizione folk americana da parte di Jake Xerxes Fussell, anche se questa volta sembra che il ragazzone del Sud (con quel suo secondo nome così esotico, suggestiva ipotesi di un legame tra diverse mitologie) abbia aggiunto al tutto un pizzico di personalità in più. 

Non che i brani dell’esordio di due anni fa non fossero rivisitati a dovere: semplicemente, questa volta, Fussell si scopre più meditativo e assorto, maggiormente disposto a lasciarsi andare in divagazioni strumentali, lavorando su sfumature e impasti di colore che sanno più di presente che di passato.

La formula è sempre la stessa: riscrivere in chiave blues/folk moderna brani tradizionali, tutti provenienti dal primo dopoguerra. Così per la prima, introduttiva, “Jump for Joy”, che si dipana attraverso una lieve malinconia, smorzando il piglio sbarazzino dell’originale, o per l’ottima “St. Brendan’s Isle”, arrangiata secondo un gusto finissimo da un ensemble affiatato e capace di dare lustro alla pur incantevole versione di Jimmy Driftwood. La prima vera sorpresa, però, arriva con “Have You Ever Seen Peaches Growing on a Sweet Potato Vine”, che ricama, sulla base del crudo folk-blues di Jimmy Lee Williams, un arioso folk elettrico di marca dolcemente pastorale, capace di acquisire un andamento riflessivo ed espanso grazie ai numerosi stacchi strumentali, i quali sembrano voler amplificare la vena contemplativa che nel brano originale è solo suggerita dalle suggestive liriche.
Jake Xerxes Fussell recensione Castello
Jake Xerxes Fussell

Interpretazione originalissima, quindi, che permea a fondo almeno altri due brani: la dolente “Furniture Man”, qui levigata dalla steel guitar di Nathan Golub, e l’ultima “Lowe Bonnie”, che applica alla bellissima murder ballad degli anni Trenta le stesse aperture immaginifiche di “Have You Ever Seen Peaches”, lavorando sul brano da un punto di vista che ricorda più l’intento cinematico e visionario dell’ultimo William Tyler che la tradizione folk più ortodossa.


Con “What in the Natural World”, Fussell allarga i suoi orizzonti e trae dalla tradizione molteplici spunti per guardare ad una contemporaneità ibrida, dove il suono si fa meno terreno e polveroso, scoprendosi attratto dal richiamo di una grana ineffabile e sciolta (la steel guitar per allargare gli spazi, l’impiego dei riverberi, la predilezione per le sbavature strumentali), sempre meno vincolata al mero revivalismo. Gli sviluppi non potranno che essere interessanti.


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