#9 Dischi di settembre (con l'➑) ∞

Aprile è il mese più crudele, infatti ecco il meglio di Febbraio e Marzo

best albums march 2017 matteo castello
Jo Bevan dei Desperate Journalist

Una piccola selezione di album che hanno catturato la mia attenzione negli ultimi due mesi.
Ho escluso dall'elenco Laura Marling e Bilderbuch, di cui ho già parlato abbondantemente su queste pagine.

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∮ FEBBRAIO

Louise Burns - "Young Mopes" (Light Organ Records)
Un disco curioso, sorta di versione al femminile dei War On Drugs (quando si tratta di darci con la chitarra, psichedelica ed immersa nei riverberi), che non fa mancare rimandi alla tradizione ("Strange Weather"), ai Cocteau Twins ("Hysteria") e, più in generale, a un pop onirico ed espanso ("Moonlight Shadow"), per non parlare della cover di "Downtown Lights" dei Blue Nile, che aggiunge un'ulteriore sfumatura alla mistura della musicista canadese. Crescerà? Speriamo.


Sampha - "Process" (Young Turks)
A partire dalla fantastica "Plastic 100°" siamo immersi nel mondo complicato e al contempo rilassato, morbido, di Sampha: cantautorato electro-r&b che scorre lineare, se non fosse per un senso futuristico della produzione, capace di addensare e allargare gli spazi, di lavorare su texture ritmiche intricate e strutturanti, di dare consistenza modernista anche ai momenti più classici e intimi (penso alla ballata pianistica ("(No One Knows Me) Like My Piano"). Un'ottima prova future garage, di gran classe.


Homeshake - "Fresh Air" (Sinderlyn)
Il chitarrista di Mac DeMarco si mette in proprio sfornando un album di tutto rispetto, tra soul bianco e laccato, groove morbidi e sensuali, vena pop ipnagogica (si pensi a un Toro Y Moi) scopertissima. Peter Sagar infila una dopo l'altra gustose caramelline zuccherose segnando almento tre punti sicuri: "Every Single Thing", delizioso duetto r&b condotto al passo di  una linea di synth liquida e di un ficcante pattern ritmico hip-hop, "Khmlwugh", magnetico synth funk, e "Serious", dal groove estremo, in salsa Jamiroquai. Limando qua e là sarebbe stato un lavoro perfetto.


Jesca Hoop - "Memories Are Now" (Sub Pop)
Art pop raffinato e sperimentale, capace però anche di una notevole e sbarazzina carica melodica, quasi una Fiona Apple (o una Joanna Newsom) assoldata dalle First Aid Kit. Delicati giochi minimalisti di armonie vocali ("Memories Are Now"), bozzetti folk psichedelici ("The Lost Sky", "Animal Kingdom Chaotic"), gioiellini elettrificati di spire circolari ("Cut Connection") e nenie alla Vashti Bunyan soffici come il velluto ("Pegasi"). Insomma, un album che è un piacevolissimo caleidoscopio sonoro. Tutto da gustare.


Teen Daze - "Themes for Dying Earth" (Flora)
I Teen Daze sono stati tra i primi rappresentanti della scena chillwave, interessantissimo tentativo (stile madeleine proustiana) di ricreare l'effetto nostalgia applicando strati e strati di riverbero a un electropop etereo e onirico. Il nuovo lavoro di Jamison Isaak porta avanti il discorso con un album di delicatissimo ambient pop, più vicino a Tim Hecker (si prenda il lento fluttuare di "Dream City") che ai Memory Tapes, anche se non mancano diretti rimandi alla stagione glo-fi (la prima, bellissima, "Cycle" è l'esempio più opportuno). Da prendere con le pinze, ma se cercate qualcosa di rilassante, questo fa al caso vostro.


Entrance - "Book of Changes" (Thrill Jockey)
Un disco d'altri tempi: Guy Blakeslee dimostra, con il suo nuovo album, di essere un autore serio, avventurandosi lungo un'autorevole scaletta folk e blues che ricorda da vicinissimo nomi come Tim Hardin, Leonard Cohen e Townes Van Zandt e, più in generale, il cantautorato di fine Sessanta e inizio Settanta. Non mancano svolazzi chamber e ispessimenti psichedelici: Blakeslee è da tenere d'occhio.



∮ MARZO

Pyramides - "Vacíos y variables" (Fuego Amigo Discos)
Quello che mi piace di questa band argentina è la maniera con cui si uniscono post-punk (siamo dalle parti dei Sad Lovers & Giants e dei Chameleons, ma anche dei messicani Caifanes) e shoegaze (trasparente e riverberato): il risultato è una serie di brani sfumati, spaziosi, oscuri, dalla scrittura solida e coinvolgente. Un ottimo esordio, per quanto ancora piuttosto acerbo, per una realtà che promette un gran bene.

Tennis - "Yours Conditionally" (Mutually Detrimental) 
Da sempre dedito a un indie pop cristallino ed elegante, questa volta il duo dei Tennis si è superato: recuperando una vena r&b che aggiunge sensualità e calore al sound, il nuovo lavoro spicca per una rinnovata verve compositiva, per una cura certosina degli arrangiamenti e per una carica vitale che la vocalist Alaina Moore cercava di raggiungere da tempo.  


Desperate Journalist - "Grow Up" (Fierce Panda)
Tra le migliori sorprese del post-punk inglese di qualche anno fa, i londinesi Desperate Journalist tornano a mettere insieme il jangle pop degli Smiths (il testimone di Johnny Marr è raccolto dal talentuoso Rob Hardy), l'intenso lirismo di una Dolores O'Riordan (qui rinvigorito da una splendida Jo Bevan) e la new-wave tenebrosa delle Organ. "Grow Up" è un altro centro, per pezzi densi e coinvolgenti, scritti e interpretati come meglio non si poteva pretendere.

 
Jake Xerxes Fussell - "What in the Natural World" (Paradise of Bachelors)
Dopo il bell'esordio omonimo di due anni fa, il ragazzone tradizionalista del North Carolina torna con un album ancora più ispirato del suo predecessore. Siamo sempre in territorio revivalista, con Fussell impegnato a rileggere e reinterpretare brani degli anni '20 e '30. Questa volta però il mood è più pregnante, l'interpretazione ancora più personale e "moderna", e il tutto è immerso in atmosfere che alternano tinte fosche (quelle slide a gemere sullo sfondo) a estrosi guizzi blues. La strada è quella giusta: hurray, Jake!


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