#02 Dischi di febbraio (con il ➒) ♋

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Febbraio è stato un mese intenso. Infatti la puntata sui dischi di febbraio esce a marzo. Pronti, via!

► 1969

The Temptations - Cloud Nine (Gordy)

L'approdo dei Temptations alla psichedelia è più che un fatto circoscrivibile alla sola band (l'album sarà un successo, garantendo al gruppo da poco guidato dal frontman Dennis Edwards il primo Grammy Award). Da un lato, infatti, è tra i capolavori del produttore Norman Whitfield, nome imprescindibile per gli sviluppi della black music (e in particolare del suono Motown), che con "Cloud Nine" consolida la ricerca sonora intrapresa con la band a partire dal 1966 (sebbene il suo rapporto con il gruppo sia da far risalire al '64). Dall'altro è il segno di un fermento generale che, assieme agli episodi ben più radicali di Sly and The Family Stone e Funkadelic, farà fare un passo importantissimo all'R&B anni Settanta.

"Nemmeno per la felicità". Il folk secondo Julie Byrne

articolo julie byrne recensione matteo castello
Ma che brava Julie Byrne
Nata a Buffalo ma da sempre in vagabondaggio lungo gli States, la giovane (26 anni) cantautrice fa un netto passo in avanti rispetto al precedente "Rooms With Walls and Windows", già capace di mettere in scena le caratteristiche che -debitamente perfezionate- fanno brillare il nuovo "Not Even Happiness", pubblicato dalla newyorkese Ba Da Bing! Records.
Un senso dello spazio esteso, etereo, una matrice vaga dove ondeggiano e tremolano le chitarre acustiche, dove risuona la voce grave e melodiosa, che risente tanto di umori soul quanto di influenze folk. Se allora tutto questo era proposto in chiave free/pasticciata, oggi la creatura della Byrne sboccia e profuma.

Ogni cosa si placa, si aggiusta, filtrata attraverso una produzione più raffinata e uno squisito metodo folk, che sia quello ambient e leggermente ornato di grazia chamber della prima "Follow My Voice" (dove troviamo le atmosfere magiche di Grouper) o della successiva, splendida, "Sleepwalker", più saldamente avviluppata attorno a un cristallino fingerpicking di arpeggi circolari (tra Meg Baird e Marissa Nadler), saturi di fascino melodico.
La statura acquisita da Julie Byrne è evidente tanto in sede compositiva (canzoni, finalmente), quanto nella conquista di una grande sicurezza (e personalità) vocale, che ricorda la freschezza di Vashti Bunyan ma anche la complessità di Joni Mitchell.


Lungo tutto l'album si respira un mood di profonda quiete, di abbandono, come se New York fosse solo un'inconsistente bruttura attorno a Central Park, come se lo spazio cittadino non fosse che uno sbuffo di fumo. La levigata e appena appena lambita dagli archi "Natural Blue", il rincorrersi di arpeggi di "Morning Dove" (intrisa dello spirito di Linda Perhacs), l'elegante trascendenza di "Sea as It Glides", l'apertura mistica (Enya) di "I Live Now as a Singer": tutto risente di una placida attitudine contemplativa, di un esistere lieve, riflessivo, per quanto non per forza pacificato.

Che, dopo Laura Marling, sia nata una nuova stella nel firmamento del folk contemporaneo? "Not Even Happiness" ha tutta l'aria di una risposta affermativa.

"I crossed the country and I carried no key
Couldn’t I look up at the stars from anywhere
And sometimes I did, I felt ancient
But still I sought peace and it never came to me"
("Sleepwalker")

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