#08 Dischi di agosto (con il ➒) ♋

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Ciao ciao, estate! È sempre un piacere dire addio ai mesi estivi, soprattutto dopo agosto, mese affollato e assieme molle e frenetico. Aspettando le tenui consistenze di settembre, compilo la consueta lista degli album degli anni passati usciti durante questo mese così controverso. Buon ascolto!
► 1969
The Stooges - The Stooges (Elektra)
Incendiari e senza freni, gli Stooges di Iggy Pop sono uno dei tanti motivi che rendono tanto affascinanti gli anni Sessanta. Assieme ai cugini MC5 la band forgia un rock'n'roll debosciato e svincolato dai toni prevalenti dell'epoca. Se c'è psichedelia è una psichedelia nera, deviata (come quella di "We Will Fall" e di "Ann"); se c'è blues è un blues ritorto su se stesso, uno scheletro che pesca dal garage più underground. Tutto il resto è minimalismo, distorsione, espressività nuda e cruda, annoiata, depressa, stonata e caciarona.
Prodotto da John Cale (che di sonorità simili se ne intendeva), l'esordio del …

"Nemmeno per la felicità". Il folk secondo Julie Byrne

articolo julie byrne recensione matteo castello
Ma che brava Julie Byrne
Nata a Buffalo ma da sempre in vagabondaggio lungo gli States, la giovane (26 anni) cantautrice fa un netto passo in avanti rispetto al precedente "Rooms With Walls and Windows", già capace di mettere in scena le caratteristiche che -debitamente perfezionate- fanno brillare il nuovo "Not Even Happiness", pubblicato dalla newyorkese Ba Da Bing! Records.
Un senso dello spazio esteso, etereo, una matrice vaga dove ondeggiano e tremolano le chitarre acustiche, dove risuona la voce grave e melodiosa, che risente tanto di umori soul quanto di influenze folk. Se allora tutto questo era proposto in chiave free/pasticciata, oggi la creatura della Byrne sboccia e profuma.

Ogni cosa si placa, si aggiusta, filtrata attraverso una produzione più raffinata e uno squisito metodo folk, che sia quello ambient e leggermente ornato di grazia chamber della prima "Follow My Voice" (dove troviamo le atmosfere magiche di Grouper) o della successiva, splendida, "Sleepwalker", più saldamente avviluppata attorno a un cristallino fingerpicking di arpeggi circolari (tra Meg Baird e Marissa Nadler), saturi di fascino melodico.
La statura acquisita da Julie Byrne è evidente tanto in sede compositiva (canzoni, finalmente), quanto nella conquista di una grande sicurezza (e personalità) vocale, che ricorda la freschezza di Vashti Bunyan ma anche la complessità di Joni Mitchell.


Lungo tutto l'album si respira un mood di profonda quiete, di abbandono, come se New York fosse solo un'inconsistente bruttura attorno a Central Park, come se lo spazio cittadino non fosse che uno sbuffo di fumo. La levigata e appena appena lambita dagli archi "Natural Blue", il rincorrersi di arpeggi di "Morning Dove" (intrisa dello spirito di Linda Perhacs), l'elegante trascendenza di "Sea as It Glides", l'apertura mistica (Enya) di "I Live Now as a Singer": tutto risente di una placida attitudine contemplativa, di un esistere lieve, riflessivo, per quanto non per forza pacificato.

Che, dopo Laura Marling, sia nata una nuova stella nel firmamento del folk contemporaneo? "Not Even Happiness" ha tutta l'aria di una risposta affermativa.

"I crossed the country and I carried no key
Couldn’t I look up at the stars from anywhere
And sometimes I did, I felt ancient
But still I sought peace and it never came to me"
("Sleepwalker")

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