I migliori album (finora) del 2019

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Il 2019 è un anno importante: qui si chiude il secondo decennio dei Duemila, e tra qualche mese sarà il momento di chiedersi cosa sia rimasto di questi dieci anni fitti di avvenimenti. Se è vero che la musica ha la capacità (quasi figurativa nonostante sia tra le arti la più astratta) di fotografare il proprio tempo, allora ripercorrere i dischi che hanno contrassegnato questo strano decennio senza nome, sarà impresa stimolante e allo stesso tempo malinconica. Come ripercorrere le pagine di un grande album di famiglia.
Inizio da qui, nel mio piccolo, con una piccola rassegna dei migliori album ascoltati finora, per un personale appiglio utile all'orientamento.
► Mahmood - Gioventù bruciata (Island)
Il fatto che al primo posto metta un italiano, per di più uscito vincitore a Sanremo, è cosa più unica che rara (o forse segno dei tempi? Chissà, di sicuro si sta sviluppando una scena nazionale alt-r'n'b a cui auguro uno sviluppo mirabolante). Eppure il disco di Alessandro Mah…

Musica sinfonica in discoteca. I Baustelle, l'amore e la violenza

Baustelle recensione 2017 matteo castello
Tornati in studio a quattro anni di distanza dal magniloquente, esagerato, fastoso "Fantasma", i Baustelle trovano una più posata maniera collocandosi a metà strada tra la maturità autoriale di "Amen" e il synthpop giovanile de "La moda del lento".

In "L'amore e la violenza" Bianconi sembra abbandonare gli eccessi dei capitoli precedenti (anche "I mistici dell'Occidente" non scherzava), facendo a meno dei continui rimandi biblici/mitologici da crisi di mezza età, dell'ipertrofia testuale delle liriche, recuperando invece una sorta di estetica della banalità (si prenda un verso come "che sciocchezza la guerra", o il testo di "La vita") che ritrova l'espressività allusiva e velenosa degli esordi, tornando finalmente a bilanciare i due elementi costitutivi della canzone: più rilievo alla musica e ruolo maggiormente funzionale e accessorio del testo (ché nella musica pop le liriche servono a poco, giusto a dare argomenti ai giornalisti delle pagine culturali dei quotidiani, anche se a volte con i testi ci si vincono i Nobel).

Esistenzialisti tristi e citazionisti incalliti da sempre, con il loro nuovo episodio i Baustelle riscoprono quindi leggerezza (addio orchestra, benvenuto mellotron) e slancio melodico, senza per questo abbandonare il gusto per l'arrangiamento ricco, per quanto riletto secondo canoni synthpop di stampo battiatiano, tra episodi tipicamente europei (la kosmische musik di "Lepidoptera", i riferimenti agli OMD di "Amanda Lear") e momenti chamber-chanson di ottima fattura ("La vita", "Ragazzina").

Tutto, in poche parole, viene ricondotto a un linguaggio squisitamente pop. Quando, nel 2013, un giornalista si lamentava con Bianconi riguardo alla difficoltà d'ascolto de "I mistici", lui rispondeva così: "perché siete giovani, siete abituati ad un certo tipo di fruizione della musica". L'impressione, oggi, è che Bianconi voglia fare il giovane, o meglio, farsi ascoltare dai giovani, o meglio ancora, farsi ascoltare dai propri coetanei con lo sguardo rivolto sardonicamente alla sensibilità giovanile: la formula, come già accennato, è quella di un turbinio mutevole di pop elettronico, ritornelli grassi e grossi, minutaggio rispettoso dell'ascoltatore. C'è però sempre una nota inattuale, un riferimento démodé, uno sguardo disincantato e eccessivamente cinico a rovinare la festa.


"Il vangelo di Giovanni", allora, colpisce per quel suo orecchiabilissimo refrain che dà il via a un beat squadrato e pressante, il tutto immerso in un'atmosfera che pesca direttamente dai Settanta-Ottanta italiani (quelli del Battiato elettronico e dei Matia Bazar), ma anche la bellissima "Betty" e la gradevole "Eurofestival" (la prima una densa ballata electro, la seconda un bel boogie sospinto da una batteria squadrata) hanno un vigore inedito, una prestanza energica e votata all'easy listening, per quanto gli arrangiamenti continuino a essere curatissimi e i temi trattati tutt'altro che faciloni.

E che dire della coda vocoderizzata e spaziale di "Basso e batteria", o del groove di "La musica sinfonica", o ancora del french touch di "L'era dell'acquario"? L'impressione è che il trio Bianconi-Bastrenghi-Brasini abbia riscoperto la voglia di giocare con il suono, di sperimentare mantenendosi però fedeli a una sorta di antico formato radiofonico ai tempi dell'internet. Il tutto in nome di una leggerezza che continua, pur scorrendo liscia a livello musicale, a essere pesante non appena si provi ad andare un pò più a fondo (e allora ecco che la contemporaneità diventa presenza ingombrante -quasi tutte le prime strofe indicano un fatto di attualità, dalle migrazioni alla jihad-, ogni volta elusa forzatamente dal procedere dei versi).

Perché, in fondo: "La vita è tragica / la vita è stupida / però è bellissima / essendo inutile / Pensa a un' immagine /a un soprammobile / pensare che la vita è una sciocchezza aiuta a vivere". Una bella sintesi, dopo vent'anni di attività. Una "scoperta" che ha portato bene a questo settimo album, infondendo una gradita sensazione di freschezza al settimo lavoro del trio di Montepulciano. Lunga vita, a questo punto.


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