Maggio torinese

Téchne

racconto matteo castello téchne
Siamo nell'era gloriosa della pace illimitata. Della pace fredda. Della noiosissima pace. “Un ciclo riempiamo gli arsenali, un ciclo riempiamo i granai”. Mai è stato tanto tremendo riempire i granai, penso. E mentre penso il mio sguardo indolente segue una linea nel cielo, la scia bianca di un aereo che passa a velocità supersonica. Involucro alato ad alta tecnologia che vince la gravità e sfida i limiti, e nel contempo adempie ad un compito quanto mai primitivo: spostare persone da un punto A ad un punto B. La tecnologia è, e sempre sarà, al servizio di bisogni primordiali, votata all'ancestrale ticchettio biologico che porta con sé la fame, il desiderio, la violenza. La tecnologia cela la morte con l'inganno di un possibile infinitamente vasto, assoluto.
È il condizionamento di questo vetro che non si apre più a farmi (s)ragionare, a farmi trarre delle conseguenze forse affrettate. Le porte scorrevoli automatizzate sono il sacro affrancamento dalla fatica. Neutralizzazione della pressione concentrata della mano, spinta tesa delle spalle, messa in moto di fasci e nervi. Sono la fantasia realizzata dell'apriti sesamo, senza però più incanto. Operatività di trasparente consistenza e sciolto sincrono di ingranaggi.
Questa porta vetrosa che si piega volubile all'intento d'ognuno di passare oltre, ora che s'è chiusa alle mie spalle, disobbedisce sdegnosa ai dettami della tecnica che l'ha voluta e realizzata. Sono in gabbia.
Tutto questo per l'ennesimo bisogno preistorico: quello della sopravvivenza. Ne ho pieno il portafoglio, adesso, di sopravvivenza. La formula che garantisce la congiunzione tra il bisogno e il suo oggetto è il denaro, dispensato come per incanto da bocche metalliche. Profetiche, quasi. A disposizione di tutti, apparentemente. No. La disponibilità di ricchezza -e dei suoi simulacri- è regolata da leggi eterne, quelle del possesso, della forza, dei ceti. La tecnologia fa apparire tutto naturalmente consolidato, tutto banalmente giusto. Non si interroga, la tecnologia. Eppure ora io chiedo la domanda pura del bambino: “perché?”. Lo chiedo a questi meccanismi perfettamente inceppati. “Perché non mi fate uscire, perché mi costringete a dubitare di Tutto?”.
Un'epifania. Sono in un cilindro di vetro, bloccato. La trasparenza mi permette di vedere quello che, là fuori, mi è negato. La mia macchina lampeggia al bordo della strada (mi sono fermato solo un istante, giusto per consultare la bocca della verità moderna che dice sempre “si” limitandosi a chiedere solo “quanto”), sono vestito di fibre frutto della moderna industria sintetica, nel mio stomaco si decompongono grassi idrogenati e zuccheri, il sangue scorre, il cuore pompa, respiro. E però non posso passare perché si sta svolgendo una rivolta suprema di sensori, fotocellule, materiali, circuiti, chip, robotica elementare. Tutto inceppato.
Mi siedo, fuori non passa nessuno. Uno guizza di fretta, non mi vede. La notte scorre, come tutte le notti hanno fatto fin dall'inizio. È la loro essenza, passare. Ritorno allo stadio primigenio dell'incomunicabilità: nessun telefono cellulare ad aiutarmi. Se ne sta custodito in macchina, forse sta squillando. Il ritardo, o peggio, l'assenza, non rappresenta una possibilità quando c'è la certezza programmata. Ho detto che ci sarei stato quindi ci sarò. Pare impossibile rompere questa insindacabile catena logica. Plasmiamo il tempo e lo sottomettiamo al nostro volere. Solo le tragedie, il non ordinario, l'innominabile, possono fermare questa assurda presunzione. Ricerca della sicurezza, fiducia, tempismo, prevedibilità... Tutto annullato per qualche difetto meccanico, o per un circuito bruciato, o per uno scherzo del destino. Mi appoggio al vetro traslucido, sento il pavimento di polivinile fare contatto con il jeans e reagire in un incontro non previsto: la materia plastica è stata pensata per essere calpestata, non per ospitare dei glutei avvolti da tessuto denim. Im-Pre-Ve-Di-Bi-Li-Tà.
Solitudine. Come in una grotta, un'era fa. Accettazione della propria fragilità. Sono una foglia nel vento, mi dico. Oppure è la tecnologia che mi sta osservando, che sta prendendosi una rivincita. Però ecco che bastano pochi respiri e le cose assumono una loro naturalezza. Sono rasserenato, mi scopro addomesticato, sereno. In fondo questa è stata la mia condizione nei tempi passati. Ogni uomo è stato imprigionato nel suo cilindro di vetro, ognuno di noi cela un ricordo primitivo, come un istinto, legato all'essere in trappola senza rimedio, all'essere assolutamente dipendente dalle condizioni esterne. La mia giungla di elettronica sfrigolante mi dice che devo aspettare, che devo accettare, che devo dire di sì. Qualcosa succederà, oppure soccomberò. Nessun problema, tutto naturale. Sono ormai estatico. Accetto la mia condizione. Guardo fuori con l'animo in pace. La pace perpetua si è trasformata per un attimo in trincea e poi di nuovo in quiete piana. Ma adesso la apprezzo, me ne nutro.
D'un tratto, proprio mentre espiro una dose di biossido di carbonio carica di mansueta volubilità, la porta a vetri automatizzata emette uno sbuffo, e si apre scorrendo sui suoi binari. L'aria fresca della sera circola nella cabina generando correnti novelle che portano con loro l'aroma frizzante della città. Il mio formicaio, il mio alveare, il mio villaggio tribale ultra-moderno. Mi alzo, spero intimamente che i vetri si richiudano nuovamente, ma non succede, e io esco. Per un istante sono spaesato. Ora che devo fare? Mettermi al riparo, accendere un fuoco per tenere lontano gli animali notturni, non espormi al vento per limitare la diffusione del mio odore. No, in questo Tempo no. La pace perpetua mi assicura con buona confidenza la conservazione. Così mi ricordo la macchina, il cellulare, l'appuntamento.
Gesti noti. Apro la portiera, mi siedo, inserisco la chiave. Il motore è tutto un fremere di cilindri, un dispiegarsi di cavalli, un fluire d'essenza. È il mio mondo, questo. Schiaccio l'acceleratore e parto.

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