I migliori album (finora) del 2019

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Il 2019 è un anno importante: qui si chiude il secondo decennio dei Duemila, e tra qualche mese sarà il momento di chiedersi cosa sia rimasto di questi dieci anni fitti di avvenimenti. Se è vero che la musica ha la capacità (quasi figurativa nonostante sia tra le arti la più astratta) di fotografare il proprio tempo, allora ripercorrere i dischi che hanno contrassegnato questo strano decennio senza nome, sarà impresa stimolante e allo stesso tempo malinconica. Come ripercorrere le pagine di un grande album di famiglia.
Inizio da qui, nel mio piccolo, con una piccola rassegna dei migliori album ascoltati finora, per un personale appiglio utile all'orientamento.
► Mahmood - Gioventù bruciata (Island)
Il fatto che al primo posto metta un italiano, per di più uscito vincitore a Sanremo, è cosa più unica che rara (o forse segno dei tempi? Chissà, di sicuro si sta sviluppando una scena nazionale alt-r'n'b a cui auguro uno sviluppo mirabolante). Eppure il disco di Alessandro Mah…

Recensione ► Eagulls: "Ullages" (Partisan, 2016)

recensione Eagulls, Ullages, Partisan, 2016
Poco, pochissimo è rimasto di quella bellissima e fugace ondata di band che, durante i primi anni Dieci, rileggevano e mescolavano liberamente -dopo la sbornia wave revival e nu rave- scorie di post-punk ottantiano, shoegaze e dreampop. Ne uscivano album notevoli (penso agli esordi dei Chapel Club, dei Toy e degli S.C.U.M, alla costante evoluzione degli Horrors, a gemme sottovalutate come Airship e Lowline, a followers del calibro di Younghusband e Patterns), prodotti da band che si sarebbero presto sciolte o dedicate ad altro, lasciando il campo a un più vasto (ma meno interessante) sottobosco di revivalisti shoegaze. Non esiste nemmeno un nome per descrivere quella proto-scena di difficile delimitazione (il filo rosso che univa le varie band, ognuna libera di interpretare a suo modo la materia privilegiando questo o quell'ingrediente, era piuttosto vago, legato più ad un “sentire” comune che ad uno stile codificato). Eppure gli Eagulls, partiti da tutt'altre coordinate, sembrano oggi raccogliere e portare avanti quel discorso lasciato aperto.


Eagulls” (Partisan, 2014) era infatti maggiormente legato a sonorità feroci di stampo hardcore, per una favella post-punk urlata e roboante alla maniera di band come Balaclavas, Iceage, Holograms, Protomartyr (e, guardando al passato, Killing Joke). Eppure già ai tempi dell'esordio si notava il gusto per un chitarrismo espanso e trattato, per nulla monocromatico ma anzi espressivo, spazioso, mutevole. Caratteristiche, queste, che finiscono al centro del nuovo “Ullages”, capace di riscrivere i dosaggi di un sound totalmente reinventato (l'anagramma è rivelatore: “ullage” sta per “spazio non riempito di un contenitore”, come a voler suggerire -vista la netta evoluzione- un processo di “riempimento” del potenziale della band di Leeds).



Le chitarre di Mark Goldsworthy e Liam Matthews lavorano di fino, lasciando da parte i riff al fulmicotone per concentrarsi, da un lato, su tessiture di arpeggi liquidi e tremolanti, dall'altro su nugoli ambientali sullo sfondo. Si prenda il dialogo tra basso e chitarre jangly nella bellissima ed incalzante “Euphoria”, coinvolgente prova di addensamenti ed espansioni (le chitarre shoegaze che montano in alternanza ai ricami solisti), o la fitta ballata “My Life in Rewind”, densa di tremolii e riverberi (vale qui la pena seguire l'evoluzione finale dell'arabesco onirico tratteggiato dalla chitarra solista), intrisa di romanticismo decadente frutto dell'incontro tra i Cure di “Pornography” e i Chapel Club. A mutare è anche la voce di George Mitchell, non più urlata ma dolente e squillante (come non notare la somiglianza con il timbro di Robert Smith?), in sintonia con un mood meno opprimente, più orientato verso quello che da molti è stato letto come un discreto ottimismo (per quanto virato su tinte dark). Tutto, poi, fiorisce in arrangiamenti ricercati e traslucidi, per scenografie cromate, pluridimensionali (frutto anche del peculiare studio di registrazione ricavato tra le navate di una chiesa sconsacrata), capaci di giocare al contempo con una psichedelia disincantata e cupi retroscena gotici. Si prenda “Velvet”, cosi spigliatamente pop eppure così invischiata nell'impasto informe sullo sfondo, o la cupa e ieratica “Psalms”, capace di sfruttare al meglio una produzione aleggiante, dilatata, spaziale, o ancora la galoppata a ritmo motorik immersa nei cromatismi delle sei corde di “Blume” e il post-punk affilato e roboante di “Lemontrees” (che mette assieme The Smiths e Chameleons).



Poco è rimasto di quella ondata di band capaci di ridare originalità al rock contemporaneo, si diceva. Ecco, gli Eagulls sono ancora qui, e con “Ullages” rilanciano con vigore una sfida che forse vale ancora la pena di accettare.

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