I migliori album (finora) del 2019

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Il 2019 è un anno importante: qui si chiude il secondo decennio dei Duemila, e tra qualche mese sarà il momento di chiedersi cosa sia rimasto di questi dieci anni fitti di avvenimenti. Se è vero che la musica ha la capacità (quasi figurativa nonostante sia tra le arti la più astratta) di fotografare il proprio tempo, allora ripercorrere i dischi che hanno contrassegnato questo strano decennio senza nome, sarà impresa stimolante e allo stesso tempo malinconica. Come ripercorrere le pagine di un grande album di famiglia.
Inizio da qui, nel mio piccolo, con una piccola rassegna dei migliori album ascoltati finora, per un personale appiglio utile all'orientamento.
► Mahmood - Gioventù bruciata (Island)
Il fatto che al primo posto metta un italiano, per di più uscito vincitore a Sanremo, è cosa più unica che rara (o forse segno dei tempi? Chissà, di sicuro si sta sviluppando una scena nazionale alt-r'n'b a cui auguro uno sviluppo mirabolante). Eppure il disco di Alessandro Mah…

True Widow - Avvolgere (Relapse, 2016)

True Widow, Avvolgere, Relapse 2016 review
Che bello il suono sporco e sfrigolante, granuloso, dei True Widow. Una formula affinata nel tempo ma da sempre incentrata sull'accostamento tra densità granitiche di marca sludge, espansioni shoegaze e mesti pantani slowcore. Una formula semplice, tutta giocata sui riff distorti dell'accoppiata basso-chitarra, con il primo a gorgogliare e dettare la linea in primo piano e la seconda a lavorare sia sul rafforzamento della grana che sulle screziature armoniche (senza dimenticare, certo, l'incrollabile, roccioso sostegno della batteria). Minimalismo, sì, ma all'insegna di sommovimenti, di gorghi e spire, di addensamenti e lenti impaludamenti sonori. C'è sempre stato movimento, per quanto lento e viscerale, nelle composizioni della band texana.

E se una cosa cambia, in questo “Avvolgere” (sì, come la stretta di un pitone), è la maggiore concretezza di una proposta che, se con “Circumambulation” covava una sua torbida metafisica (la fascinazione per i motivi ossessivi, per i chiaroscuri netti, per i vocals atmosferici), oggi sembra più ancorata alla sporca e nuda terra -e quindi alle matrici stoner- e ai suoi movimenti tellurici. Un suono più muscolare, dunque, con il basso della Estill sempre più protagonista: sulle sue pulsazioni strutturanti si erigono pezzi solidi, massicci, heavy, ben piantati in una crosta dura, battuta e compattata dalle scosse soniche del trio.


La prima “Black Shredder” mette subito le cose in chiaro con quel riffone massiccio che scuote il brano per tutta la sua durata, imperversando su una base ritmica solenne e minimale, lasciando che la successiva “Theurgist” ribadisca l'antifona, seppure tra giochi cromatici più screziati e sediziosi (se l'apertura risultava quasi soffocante, qui il main riff viene ripetutamente lasciato in secondo piano per poi tornare a invadere prepotentemente lo spettro sonoro). A fianco di brani ottundenti e feroci come la bellissima “Sante” e la gorgogliante “The Trapper and The Trapped”, si innestano i momenti più scenici, dove prevalgono le tinte fosche (e dove meglio si esprime la vena melodica) della band: la densissima “O. O. T. P. V.”, la ieratica e sciamanica (visto anche il titolo) “Entheogen”, con la chitarra che si concede straordinariamente ad un melodioso, per quanto distorto dal fuzz, arpeggio, o l'inesorabile saliscendi scalare di “Grey Erasure”.



Il livello rimane alto, non si registra alcun cedimento rispetto allo scorso “Circumambulation”. Magari la visione, questa volta, è un po' più a fuoco, più concentrata e schietta, con i conseguenti pro (in termine di definizione e impatto del sound) e contro (quanto era affascinante il registro cupo e opprimente del 2013?). I True Widow, al quarto album, rimangono una conferma.

Recensione tratta da:  http://www.storiadellamusica.it/indie_rock/shoegaze/true_widow-avvolgere(relapse-2016).html

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