Post

Visualizzazione dei post da Novembre, 2016

#09 Dischi di settembre (con il ➒) ♋

Immagine
Ed eccoci al mese più bello dell'anno. Malinconico, colorato, profumato. Settembre è adatto per i dischi importanti, quelli che ti guidano per tutto il resto della fine dell'anno, per poi accompagnare l'inizio di quello nuovo. Dischi di confine, quindi, resi ancora più liminali dal loro essere del 1969, dunque aperti al salto verso l'ignoto, e quindi inclini a una carica o una malinconia ancora maggiore. Buon ascolto!
► 1969
Townes Van Zandt - Townes Van Zandt (Poppy)

Disco affascinante e delicato, quello del cantautore americano, qui al terzo lavoro. Sui solchi di quanto fatto da Bob Dylan, Jackson C. Frank, Eric Andersen e più in generale dalla nuova generazione di folkers americani, Van Zandt innesta un suo particolare approccio quieto e poetico impregnato di americana e country, riallacciandosi direttamente a gente come Hank Williams o Ernest Tubb, insomma a una tradizione profonda che sarebbe stata riadattata, tra la fine dei Sessanta e i primi Settanta, da Byrds,

Lisa Germano - Geek the Girl (4AD, 1994)

Immagine
They don't like women to be frightening, you know?
(“The Muse interview with Lisa Germano”, ottobre 1995)

 Mi sono sempre ostinato a voler scorgere più o meno plausibili punti di contatto tra il terzo album di Lisa Germano e il vuoto lasciato dal colpo di fucile con cui Kurt Cobain -giusto sei mesi prima della pubblicazione di questo “Geek the Girl”- ha dato il suo estremo addio al mondo. Non riesco a non notare una certa continuità tra il lato più introverso e inquieto del grunge e il capolavoro della musicista americana, capace di traghettare in altra guisa (la materia, qui, è un chamber folk che germina tra ruggini alt-rock) molti degli stilemi di quella stagione: c'è la provincia (la Germano è di Mishawaka, Indiana), con la sua generazione masticata e sputata in una fine millennio de-ideologica, vuota e immobile (“songs for people who are stuck but they want to go somewhere else”), c'è la rudezza del sound, c'è un lirismo scontroso che fa dell'Io il baricent…

True Widow - Avvolgere (Relapse, 2016)

Immagine
Che bello il suono sporco e sfrigolante, granuloso, dei True Widow. Una formula affinata nel tempo ma da sempre incentrata sull'accostamento tra densità granitiche di marca sludge, espansioni shoegaze e mesti pantani slowcore. Una formula semplice, tutta giocata sui riff distorti dell'accoppiata basso-chitarra, con il primo a gorgogliare e dettare la linea in primo piano e la seconda a lavorare sia sul rafforzamento della grana che sulle screziature armoniche (senza dimenticare, certo, l'incrollabile, roccioso sostegno della batteria). Minimalismo, sì, ma all'insegna di sommovimenti, di gorghi e spire, di addensamenti e lenti impaludamenti sonori. C'è sempre stato movimento, per quanto lento e viscerale, nelle composizioni della band texana.

Veduta #1

Immagine

case/lang/veirs - case/lang/veirs (Anti-, 2016)

Immagine
Neko Case e il suo cantautorato rock dal cuore country, k.d. lang e il suo classicismo intriso di rimandi a Nashville e Tin Pan Alley, Laura Veirs e la sua formula sbarazzina capace di infondere leggerezza indie ad una solidissima scrittura folk. Tre voci americane, molte sfumature, diversi approcci, variegati timbri. Tre distinte femminilità, anche. Quale idea migliore se non quella di unire queste differenze in un progetto comune? Detto fatto: “case/lang/veirs” (rigorosamente in minuscolo) è un lavoro corale, capace di valorizzare e al contempo equilibrare le tre personalità in un comune abbraccio, in un sentire condiviso (che comprende gli elementi country e americana, il richiamo ad un songwriting tradizionale che va da Frank Sinatra a Dolly Parton, da Judee Sill ai Jayhawks, il gusto da camera con cui si organizzano gli arrangiamenti).