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Visualizzazione dei post da Novembre, 2016

Monsieur Tella

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Nater si è fatto fregare, quel coglione, e non è la prima volta, quel furto simulato gli è costato tre anni di gabbia e per cosa?, per una bomba manomessa Cristo santo, non pensavo che sarebbe andata a finire così ma certo sapevo che non si stava parlando di una gita al mare, o meglio al faro, un faro militare per giunta, proprio per non farsi mancare nulla oltre a gioielli, ricatti, macchine taroccate, soldi, soldi, soldi, come se a Gheddafi poi importasse davvero di questa faccenda, mandare due come noi, due qualunque, a far saltare un faro di cui non sarebbe fregato un cazzo a nessuno se non fosse stato della Marina, perché qui tutti i fari sono della Marina e ci si becca otto anni solo per questo, e poi c’è da considerare il trasporto clandestino di esplosivo, quello sì è un bel reato, il più grosso casino in cui mi sono ficcato dopo le mille cazzate che ho combinato (eravamo una bella coppia io e Jean-Louis, due furfanti con due palle così, dei figli di puttana davvero, in carce…

Lisa Germano - Geek the Girl (4AD, 1994)

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They don't like women to be frightening, you know?
(“The Muse interview with Lisa Germano”, ottobre 1995)

 Mi sono sempre ostinato a voler scorgere più o meno plausibili punti di contatto tra il terzo album di Lisa Germano e il vuoto lasciato dal colpo di fucile con cui Kurt Cobain -giusto sei mesi prima della pubblicazione di questo “Geek the Girl”- ha dato il suo estremo addio al mondo. Non riesco a non notare una certa continuità tra il lato più introverso e inquieto del grunge e il capolavoro della musicista americana, capace di traghettare in altra guisa (la materia, qui, è un chamber folk che germina tra ruggini alt-rock) molti degli stilemi di quella stagione: c'è la provincia (la Germano è di Mishawaka, Indiana), con la sua generazione masticata e sputata in una fine millennio de-ideologica, vuota e immobile (“songs for people who are stuck but they want to go somewhere else”), c'è la rudezza del sound, c'è un lirismo scontroso che fa dell'Io il baricent…

True Widow - Avvolgere (Relapse, 2016)

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Che bello il suono sporco e sfrigolante, granuloso, dei True Widow. Una formula affinata nel tempo ma da sempre incentrata sull'accostamento tra densità granitiche di marca sludge, espansioni shoegaze e mesti pantani slowcore. Una formula semplice, tutta giocata sui riff distorti dell'accoppiata basso-chitarra, con il primo a gorgogliare e dettare la linea in primo piano e la seconda a lavorare sia sul rafforzamento della grana che sulle screziature armoniche (senza dimenticare, certo, l'incrollabile, roccioso sostegno della batteria). Minimalismo, sì, ma all'insegna di sommovimenti, di gorghi e spire, di addensamenti e lenti impaludamenti sonori. C'è sempre stato movimento, per quanto lento e viscerale, nelle composizioni della band texana.

Veduta #1

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case/lang/veirs - case/lang/veirs (Anti-, 2016)

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Neko Case e il suo cantautorato rock dal cuore country, k.d. lang e il suo classicismo intriso di rimandi a Nashville e Tin Pan Alley, Laura Veirs e la sua formula sbarazzina capace di infondere leggerezza indie ad una solidissima scrittura folk. Tre voci americane, molte sfumature, diversi approcci, variegati timbri. Tre distinte femminilità, anche. Quale idea migliore se non quella di unire queste differenze in un progetto comune? Detto fatto: “case/lang/veirs” (rigorosamente in minuscolo) è un lavoro corale, capace di valorizzare e al contempo equilibrare le tre personalità in un comune abbraccio, in un sentire condiviso (che comprende gli elementi country e americana, il richiamo ad un songwriting tradizionale che va da Frank Sinatra a Dolly Parton, da Judee Sill ai Jayhawks, il gusto da camera con cui si organizzano gli arrangiamenti).