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Visualizzazione dei post da Ottobre, 2016

#09 Dischi di settembre (con il ➒) ♋

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Ed eccoci al mese più bello dell'anno. Malinconico, colorato, profumato. Settembre è adatto per i dischi importanti, quelli che ti guidano per tutto il resto della fine dell'anno, per poi accompagnare l'inizio di quello nuovo. Dischi di confine, quindi, resi ancora più liminali dal loro essere del 1969, dunque aperti al salto verso l'ignoto, e quindi inclini a una carica o una malinconia ancora maggiore. Buon ascolto!
► 1969
Townes Van Zandt - Townes Van Zandt (Poppy)

Disco affascinante e delicato, quello del cantautore americano, qui al terzo lavoro. Sui solchi di quanto fatto da Bob Dylan, Jackson C. Frank, Eric Andersen e più in generale dalla nuova generazione di folkers americani, Van Zandt innesta un suo particolare approccio quieto e poetico impregnato di americana e country, riallacciandosi direttamente a gente come Hank Williams o Ernest Tubb, insomma a una tradizione profonda che sarebbe stata riadattata, tra la fine dei Sessanta e i primi Settanta, da Byrds,

Troppi morti!

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Quante persone sono morte sulla Terra? Intendo proprio dalla comparsa dell’uomo moderno. Mille miliardi? No, esagerati, mille no. Forse cinquecento?  La stima -l’ho letta da qualche parte- è di 57 miliardi di persone vissute e poi, va da sé, morte, sul nostro pianeta. Non sembrano tante? Certo, non rispetto alla sparata di mille miliardi, ma dal mio punto di vista rimane comunque un numero eccessivo. Il problema che condivido con quelli nella mia condizione, infatti, è il sovrappopolamento. E voi che vi lamentate dei 7 miliardi di vivi che minacciano il vostro spazio… ridicoli! Il fatto è che le strade sono piene zeppe, è difficile trovare un cantuccio dove stare soli in santa pace, a volte non è possibile vedere ad un palmo dal proprio naso tante sono le persone che ti si accalcano davanti. Persone, poi, non è propriamente il termine adeguato. Tra di noi ci chiamiamo “passati”. Diciamo: da quanto sei passato?, e così ricostruiamo biografie anche millenarie. Abitavamo la Terra prima,…

Post-punk revival 2001-2005: la new wave del terzo millennio

Con post-punk revival, più che ad una vera e propria scena, ci si riferisce alla sensibilità stilistica comune a molte formazioni "indie" nate a cavallo tra gli anni '90 e 2000, tutte influenzate -più o meno direttamente- dalla new wave di fine anni Settanta. Television e Wire, Joy Division e Gang of Four, Talking Heads e Josef K.: questi i riferimenti delle band americane e britanniche (e non solo) riunite in questa playlist.

The War on Drugs - Lost in the Dream (Secretly Canadian, 2014)

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"Slave Ambient", visto oggi, e visto soprattutto alla luce di questo "Lost in the Dream", acquista maggior peso: un disco che, di fatto, covava in forma nemmeno troppo embrionale tutti gli elementi che ritroviamo in fase matura nella splendida fatica di quest'anno. Allora, liberatosi dai rami secchi (leggasi Kurt Vile), Adam Granduciel faceva passi da gigante esprimendo tutta la sua incontenibile capacità autoriale e la sua verve sperimentale in uno dei grandi album di quel 2011. E sì, c'era un po' di kraut e un po' di Dylan, erano evidenti i legami con una canzone americana ben radicata nel DNA della band, ma a tutto questo faceva da geniale contraltare una vena psichedelica e ambientale fatta di strati su strati di synth e riverberi chitarristici.

Allah-Las - Calico Review (Mexican Summer, 2016)

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Gli Allah-Las -che nonostante qualche mail da parte di credenti offesi non hanno mai manifestato l’intenzione di cambiare nome- sanno fare una sola cosa, ma quella cosa la sanno fare benissimo. Il nuovo lavoro della band losangelina, “Calico Review”, rimane ben piantato nel terreno del solito 60s revival sgargiante e purista (seppur filtrato attraverso riletture Paisley anni Ottanta), eppure il tutto è interpretato con una freschezza e una naturalezza di cui pochi, oggi, possono vantarsi. Il risultato non è tanto quello di riportarci indietro agli anni Sessanta, ma al contrario di illuderci che questi -come si scriveva per il loro “Worship the Sun”- non siano mai realmente terminati. Un sogno dorato, un confortante vaccino contro una città sempre più preda della “rivalutazione” causata dai fighetti della Silicon Valley, “plastic people coming here chasing plastic dreams”. La musica, quindi, come necessario rimedio per “imparare a convivere con queste stronzate”.