I migliori album (finora) del 2019

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Il 2019 è un anno importante: qui si chiude il secondo decennio dei Duemila, e tra qualche mese sarà il momento di chiedersi cosa sia rimasto di questi dieci anni fitti di avvenimenti. Se è vero che la musica ha la capacità (quasi figurativa nonostante sia tra le arti la più astratta) di fotografare il proprio tempo, allora ripercorrere i dischi che hanno contrassegnato questo strano decennio senza nome, sarà impresa stimolante e allo stesso tempo malinconica. Come ripercorrere le pagine di un grande album di famiglia.
Inizio da qui, nel mio piccolo, con una piccola rassegna dei migliori album ascoltati finora, per un personale appiglio utile all'orientamento.
► Mahmood - Gioventù bruciata (Island)
Il fatto che al primo posto metta un italiano, per di più uscito vincitore a Sanremo, è cosa più unica che rara (o forse segno dei tempi? Chissà, di sicuro si sta sviluppando una scena nazionale alt-r'n'b a cui auguro uno sviluppo mirabolante). Eppure il disco di Alessandro Mah…

Uyuni - Australe (Tafuzzy Records, Stop Records, diNotte Records, Bleu Audio, 2015)

copertina album Uyuni Australe
Il post-rock, categoria vaga “come le stelle dell'Orsa”, si può grossomodo dividere in due filoni: uno, quello del rock strumentale tout court, perlopiù di matrice chitarristica, con qualche intervento di fiati ed elementi da camera vari; l'altro, quello più contaminato, frutto di incontri inusuali e arditi tra elettronica, folk, dub, post-punk, kraut, eccetera. Pur senza negare i meriti della prima corrente, è stata la seconda ad aver sfornato alcuni tra i nomi più autorevoli degli ultimi decenni: si pensi a David Grubbs, Jim O'Rourke, Glenn Jones, David Pajo. Tutta gente capace di spaziare tra mondi, congiungendo pop e avanguardia, forgiando linguaggi a metà tra l'astrattismo, il collage e il free-form. E proprio i Cul de Sac di Jones fanno al caso nostro: loro il merito di aver ripescato dal dimenticatoio uno dei grandi nomi del folk americano, quel John Fahey su cui mai si spenderanno troppe parole. Nel 1997 (a 30 anni da "Requia" e da "Days Have Gone By", per dire) veniva pubblicato "The Epiphany of Glenn Jones", che veicolava l'american primitivism del grande vecchio nella materia dronica della band di Boston.


Da qui si parte, per parlare di "Australe", splendido sophomore del trio Uyuni, composto da Nicola “Lompa” Lombardi, Alice Berni e l'enigmatico addetto alle percussioni e all'elettronica “InserireFloppino”. Otto pezzi che si sviluppano entro una cornice estetica ed espressiva unitaria, creando legami costantemente rinnovati tra poetica faheyana ed ornamenti di elettronica sperimentale. Così, nella prima parte di “Ojos del salar”, i mantra chitarristici di Lombardi si fondono intimamente con i droni e i rumorisimi sullo sfondo, per poi lasciare alle trame aperte della chitarra lo sviluppo del tema, in un progressivo addensarsi sonoro, fino al completamento armonico e ritmico del terzo movimento. E se “Albero” è un agglomerato di grazia folk (con tanto di banjo e chitarre in slide) e di sapiente padronanza delle parole (un'istantanea efficacissima e poetica), “Parallasse” torna alle grandi vedute di marca american primitivism, dedicandosi alla visione onirica e all'espansione psichedelica (soprattutto in un secondo momento di pura estensione kosmische), dispensando generosamente -nell'articolarsi del tema- una fragrante sensibilità melodica. Si procede tra il fiorire folk degli armonici di “Knocknarea”, il blues della soffusa ballata -dove ricompare la voce- “Molte volte niente”, per tornare all'incanto delle accordature aperte di “Qualcosa a cui non pensavi da tempo”, come al solito costruita su un lento crescendo che approfondisce l'iniziale andamento riflessivo in un infittirsi di stratificazioni sonore.



Aperto da “Australe I” e chiuso da “Australe II”, il lavoro del trio Uyuni sviluppa alla perfezione un discorso a tutto tondo, per un affresco vasto, elegante, ricco di profumi e sfumature. Si compie qui un grande lavoro, aprendo almeno due fronti: da una parte si metabolizzano a perfezione tendenze non così scandagliate in Italia (l'american primitivism, il post-rock più sperimentale); dall'altra le si naturalizza in un'espressività originale, ibrida. Il risultato: un album da ascoltare e riascoltare, ed ascoltare ancora.



Recensione tratta da: http://www.storiadellamusica.it/avant_post_rock/post_rock/uyuni-australe(tafuzzy_records_stop_records_dinotte_records_bleu_audio-2014).html

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