Maggio torinese

Il 2016 (finora) in 5 dischi

migliori album 2016 Castello
 1) Yeasayer - Amen & Goodbye (Mute)
Ritorno in gran spolvero per la band di Brooklyn, che finalmente trova un equilibrio tra la world music di "All Hour Cymbals" e il pop elettronico di "Odd Blood". Lavori creativi, quelli, ma non così ben congegnati. Qui invece convivono equilibrio e fughe in avanti. Ogni elemento trova un suo posto, come in posa (la copertina parla chiaro), animandosi però in una rappresentazione plastica dove alla scrittura (raffinata, centrata, di grande resa pop) si accosta un senso dell'arrangiamento storto, psichedelico, strabordante. Bentornati!

 


2) Rihanna - ANTI (Wistbury Road)
Rihanna fa di testa sua, lo fa con la stessa libertà di Miley Cyrus in "Miley Cyrus & Her Dead Petz", e colpisce il bersaglio con altrettanta efficacia, dimostrando di essere artista a tutto tondo, spiegandoci per l'ennesima volta come non esistano (o come non debbano necessariamente esistere) muri invalicabili tra mainstream e underground, ma un vasto e ramificato sistema di vasi comunicanti. Quindi: imponente manifesto d'intenti che saggia l'ottimo stato di salute del pop contemporaneo (mentre qualcuno si lamenta della "gran quantità di insipide barrette energetiche" di cui sarebbe colma la scena musicale odierna partendo dalla celebrazione delle... Spice Girls. Bah...).




 3) Maria Peszek - Karabin (Warner Music Poland)
Succede sempre più spesso che siano degli outsider -geograficamente parlando- a spostare il baricentro di un anglocentrismo che oggi, in avanzata globalizzazione, non ha più senso di esistere. Brexit, dunque. Maria Peszek ("Jezus" prima del westiano "Yeezus") è un personaggino invidiabile: provocatrice sonora e non solo, il suo pop sintetico è martellante e pulsante, stratificato e potente, ma anche piacevolmente "arty" e sapientemente autoriale. Avercene, di outsider così.




 4) Money - Suicide Songs (Bella Union)
Il secondo lavoro di Jamie Lee riesce, da un lato, nell'operazione di sublimare ancor più gli elementi dell'esordio portando così al limite la tendenza estatica e vaporosa della proposta; dall'altro lascia maggior spazio (ed è un bene) al songwriting. Una dirompente ma disincantata emozionalità (un tempo c'era il bisogno dichiarato di essere parte di qualcosa, di unirsi ad un sentire collettivo più o meno reale, oggi questa esigenza sembra esser venuta meno: “Standing in the doorway, laughing, Singing songs to myself” canta Lee in “I'm Not Here”, reclamando una gelosa intimità), tesa però a dar vita ad uno “spectacle of beauty” più strutturato, volto non ad atterrare l'ascoltatore (ci penserà agli ascoltatori Lee?), ma ad elevarlo, piuttosto. I Money, dunque, promettono benissimo.






5) Aloha - Little Windows Cut Right Through (Polyvinyl)
Niente funambolismi o acrobazie, nel caso degli Aloha, ma una predisposizione alla sofisticatezza che permea e agghinda ottime canzoni. Il discorso dell'ottimo “Some Echoes” (sono passati dieci anni da allora) qui è aggiornato ma non stravolto: siamo dalle parti di un art-pop che rimette a lucido Peter Gabriel abbinandolo a nomi come Talk Talk, Prefab Sprout e certo sophisti-pop anni Ottanta, senza dimenticare le -presentissime- componenti elettroniche e indie. Nonostante il tempo passato gli Aloha risultano, se possibile, più interessanti di prima. Qui tutto -dalla produzione, alla composizione e all’arrangiamento- trasuda di fermento creativo, di originalità e voglia di rimettersi in gioco. Il risultato è uno degli album più stimolanti di quest’anno.

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