Maggio torinese

The Innocence Mission - Glow (A&M, 1995)

recensione album Glow Innocence Mission
Tutto ha inizio nel 1989, con la pubblicazione dell'esordio "The Innocence Mission". Si tratta di un progetto acerbo, a metà strada tra la spigliatezza melodica di una Harriet Wheeler (The Sundays) e l'enfasi gonfia di certo sophisti pop. Quello che spicca è però il talento di Karen Peris, performer brillante e dotata, assieme al marito Donald, di un intuito melodico non comune. L'approccio al suono del produttore Larry Klein non ha niente a che vedere con la strada intrapresa -6 anni dopo- da "Glow", primo capolavoro della band di Lancaster. I suoni sono espansi, patinati, il basso roboante e le ritmiche '80s dominano su invadenti linee di synth e robusti aggiustamenti in fase di overdubbing. Nonostante tutto però, con pezzi come "Curious", riesce ad emergere una raffinata sensibilità melodica e una scrittura che lascia ben sperare. Con il successivo "Umbrella" (1991) le cose cambiano. E molto. Nonostante la permanenza di Klein in regia, la band sembra smarcarsi da ogni influenza esogena, liberando finalmente le proprie potenzialità. I buoni pezzi abbondano ("And Hiding Away", "Now in This Hush", "Beginning the World"), Karen Peris è più in forma che mai, la pulizia in fase di arrangiamento e scrittura aumenta, le composizioni sono dominate da buon gusto ed eleganza (non a caso si fa più evidente il contributo del chitarrista Don Peris, capace di un tocco unico).


La metamorfosi è dunque avviata. Con "Glow" (1995) gli Innocence Mission compiono il salto decisivo, quello che ne definirà la natura e ne confermerà l'incredibile talento, affermandoli (il singolo "Bright as Yellow" non se la caverà male in classifica) come fiore all'occhiello della scena alternativa americana, tra innocenza jangle-pop e sensibilità folk. Registrato tra Seattle e New Orleans da Dennis Harring (conosciuto allora per aver prodotto i Camper Van Beethoven), "Glow" è un apice sotto molti punti di vista, primo fra tutti quello relativo alla conquista di un sound maturo: basta patinature, sessioni ritmiche strabordanti (basso e batteria qui fanno un lavoro eccelso basato sulla sottrazione, costruendo impalcature leggere e soffici) e artificiosi trucchi da studio di produzione. Quello che domina è un'essenzialità ricercata (e ricca), dove ogni elemento trova senso in un equilibrio aggraziato e sommesso. I riflettori vengono puntati sulla voce cristallina di Karen, sulle basi di chitarra acustica e piano, sugli arrangiamenti sopraffini di Don Peris.

Ecco: gli arrangiamenti di Don Peris potrebbero costituire un discorso a parte. La sua chitarra elettrica ricama, accompagna, lavora di contrappunto, riempe i “vuoti” dotandoli di un valore aggiunto irrinunciabile, costituendo un punto di forza indispensabile. Si prenda ad esempio l'intervento su "Brave", dove il fraseggio tra le sgargianti pennate di acustica e le linee melodiche soliste raggiunge livelli altissimi. Don Peris non eccede mai, il suo virtuosismo è pacato, funzionale, accarezza il brano seguendo le melodie o intervenendo a screziare le armonie. Lo capiamo in "That Was Another Country", con quel leggero levitare degli strumenti attorno alle evocative liriche e il mutamento imposto al ritornello dal limpido motivo jangle, con il basso che, con un solo tocco, contribuisce a creare un'inflessione toccante e patetica. Stesso discorso per l'iniziale "Keeping Awake" (splendido il coretto anni '60 del refrain) o per la spigliata e dreamy "Speak Our Minds", irrobustita da una solida veste elettrica.



Un altro capitolo potrebbe essere aperto su Karen Peris: nonostante le apparenze siano quelle di una donna timida, pacata, sommessa, la sua capacità di imporsi nei brani -a livello di interpretazione e scrittura- rivela una forza imponente. I suoi testi, quindi: una poesia del quotidiano fatta di attimi, di sensazioni, di ricordi sublimati in immagini efficaci, immense nel loro parlare dell'universale custodendolo (e trovandolo) in una domesticità pacifica e desiderata. Dall'innocenza e ingenuità della metafora floreale-cromatica di "Bright as Yellow" ("And I do not want to be a rose / I do not wish to be pale pink / but flower scarlet, flower gold / And have no thorns to distance me"), alla confessione-preghiera di "Brave" ("And I always go to pieces / And I have it in my mind / that the sky is tall and heavy / when I could be brave, brave"), fino all'espressività zen di ricordi e sensazioni di "That Was Another Country" ("Rowing into the air / Driving home, home from the bay / And we sang / And he was fine / And what is more, he was around / That was another country, that was another country"). E la composizione sembra fatta apposta per vitalizzare le liriche: così per l'elegia di "Happy, the End", costruita su accordi dolenti di piano e striature atmosferiche di chitarra elettrica che accompagnano un testo intriso di una malinconia totale, che trova forza nell'allusione sospesa a fine verso ("In this story / we sit down on Luna Bridge / and catch snow in our cupped hands / and music is coming from the houses / or it sings inside me / I begin to mind / Oh happy, oh happy, the end, / the end, the end").



Impossibile non citare ognuno dei brani che seguono: il pop-folk di "Our Harry", l'incantevole "Go", il jangle di "Everything's Different Now" (un altro esempio di dosaggio impeccabile dei climax e delle atmosfere). É il trittico finale però a regalarci la definitiva conferma del valore dell'album. "Spinning", una ballata in crescendo incentrata sull'incantevole duetto tra il piano e la chitarra dei coniugi Peris, "There", incalzante pop-rock, e soprattutto "I Hear You Say So" (partite da qui se volete innamorarvi incondizionatamente), duetto folk a base di chitarre acustiche che regala uno dei brani più belli e poetici degli anni '90.

I coniugi Peris, assieme a Mike Bitts (basso) e Steve Brown (batteria), conquistano con "Glow" un livello artistico mai del tutto eguagliato, nonostante un sequel della stazza di "Birds of My Neighborhood" (chi volesse un assaggio ascolti "Lakes of Canada") e un recente "My Room in the Trees" in grado di dimostrare l'ottima salute della band. Un lavoro che, integrando indie-pop, alternative rock, folk e dream pop (inserendosi in una strana compagine formata da gente come Sundays, House of Love, Cranberries, Blueboy, Field Mice) riesce a proiettarsi fuori dal tempo, costituendo un'esperienza unica e brillante. Assolutamente da riscoprire. E, nel caso, amare.



 http://theinnocencemission.com/

Tratta da: http://www.storiadellamusica.it/indie_pop/indie_pop/the_innocence_mission-glow%28a_m-1995%29.html

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