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Visualizzazione dei post da Maggio, 2016

#07 Dischi di luglio (con il ➒) ♋

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Che caldo, luglio. Però immaginatevi di essere in uno qualsiasi degli anni seguenti e di ascoltare per la prima volta uno a caso dei dischi proposti. Ci si dimentica del caldo per un attimo, vero?
Buon ascolto!
► 1969
Fairport Convention - Unhalfbricking (Island)
Gemma del british folk rock, Unhalfbricking è un po' il Blonde on Blonde inglese. A rendere più sensato il paragone (oltre ai vari pezzi scritti da Dylan), il fatto che la produzione sia stata curata da Joe Boyd, transfugo americano innamorato perso della Gran Bretagna di quegli anni, e in particolare intrigato dalla scena folk di Londra (proprio nel '64 conosce Dave Swarbrick, futuro membro dei Fairport). I legami americani non finiscono qui: Sandy Denny, entrata nel gruppo nel 1968, era l'ex fiamma del folker Jackson C. Frank, di cui era solita interpretare i brani nelle sue prime esibizioni, mentre il nucleo fondante dei Fairport era patito di gente come Eric Andersen e in generale della scena blues e folk a s…

Verdena - WOW (Universal, 2011)

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Ho sempre considerato il percorso dei Verdena come un ottimo esempio di maturazione progressiva, lineare e costante. Una carriera impeccabile, in una parola. In breve, con il primo album prevaleva un approccio alternative che univa la rabbia grunge al nervosismo dei primi Placebo. Con "Solo un Grande Sasso" si faceva un netto passo avanti dilatando ed irrobustendo le architetture sonore. La summa di questa ricerca trovava l'apice nello splendido e definitivo (con il pregio della sintesi) "Il Suicidio dei Samurai": un gioiellino di alternative rock in grado di stare a fianco di mostri sacri della recente scena italiana come Marlene Kuntz e Afterhours. La conferma definitiva dunque, la chiave di accesso al sacrario rock di noi altri. Ed ecco che però i Verdena non si siedono sugli allori, anzi, fanno uscire dopo tre anni "Requiem", un'altra prova di coraggio e sperimentazione, dove prevale l'attitudine psichedelica e dove si allarga sensibilmen…

Le cose gratis, di solito, sono le più belle

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“Devo cercami una religione”.
“E perché? Che te ne fai di una religione?”.
“Non so... Forse mi aiuterebbe a vivere meglio. Dicono che credere in qualcosa dia più motivazione”.
“Motivazione in cosa?”.
“Ad esempio... Non saprei. Forse nella sopportazione. E comunque almeno la religione è gratis”.
“Non è vero! La quota mensile alla parrocchia o alla moschea o alla sinagoga di distretto dove la metti?”.
“Va bene! Hai vinto! Allora devo cercarmi un Dio, occhei?”.
“Rimane il fatto che non capisco a cosa ti serva un Dio”.
“...È gratis. L'unica cosa gratis rimasta al mondo. E le cose gratis, di solito, sono le cose più belle”.
“E allora trovati una religione, Julie. Però io ora mi metto a dormire, sono stanco”.

Tomorrow - Tomorrow (Parlophone, 1968)

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I. Introduzione – Fare musica negli anni Sessanta

Gli anni Sessanta iniziarono nell'estate del 1956, finirono nell'ottobre del 1973 e culminarono poco prima dell'alba, il 1 luglio 1967, durante un'esibizione dei Tomorrow all'UFO Club a Londra”.

Così il produttore statunitense Joe Boyd, nel suo “White Bicycles. Making music in the 1960s”, descrive quell'incredibile lungo decennio. Un periodo di straordinaria vitalità artistica, culturale e politica, dove sembrava esistere una consapevole commistione tra le tante ramificazioni di un pensiero progressista generalizzato ed egemone. Un progetto complessivo di rinnovamento sociale e culturale che poteva contare su di un sentire diffuso, serpeggiante: un sentire che si sviluppava a partire da trasformazioni e rivendicazioni comuni, dai fermenti anti-imperialistici (particolarmente cari agli studenti americani chiamati alla leva), dalle nuove esigenze di welfare, consumo e democrazia, tra reciproche “invasioni” music…