#9 Dischi di settembre (con l'➑) ∞

Skate

Il clangore della tavola sui grind di metallo, lo scorrere sibilante delle ruote, il tonfo sordo degli scarponi sul grip. E poi lo sciabordare delle onde, poco più in là, verso la darsena, con le barche di ogni stazza ed età lasciate a ciondolare, stanche, al calare della sera, e altre in procinto di partire, con i pescatori intenti a preparare le reti, a imbarcare le energie per una notte in mare. I rumori del traffico, anche, che ben si accordavano a quella sinfonia raggrumata quotidianamente in Piazzale del Porto, in una cittadina né troppo grande né troppo piccola, incastonata in un golfo della riviera ligure. I ragazzi ci arrivavano alla spicciolata a partire dalle quattro di pomeriggio. Altri, però, erano già lì da tempo, come se non si muovessero mai da quei gradoni di cemento, da quelle rampe improvvisate, da quei bordi di pietra unti di paraffina e anneriti dall'usura causata dalle strisciate delle tavole da skate.
Marco era ancora in via Giolitti, stava scivolando sul marmo lucido dei portici scansando noncurante i passanti. Gli era sempre piaciuto quel modo di spostarsi, come se il cemento e le strade fossero degli sconfinati corridoi ghiacciati, e ogni ostacolo non fosse un vero e proprio ostacolo, ma una sfida, un'escrescenza urbana da affrontare con creatività, sul cui superamento misurare il proprio coraggio, il proprio genio.

Un pensiero, però, si insinuava in quel giorno come tanti altri. Mentre guardava le file di bei palazzi che gli scorrevano accanto non poteva non pensare alle case di cemento grigio ridotte a scheletri disarticolati che aveva visto poche ore prima al Tg. Dicevano che c'era stato un massacro, che gruppi paramilitari avevano ammazzato donne e bambini. Nel video si vedevano file di corpi morti sgranati dalla censura, per non rendere troppo impressionante la scena. La giornalista raccontava che la gente iniziava a patire la fame e non poteva uscire di casa, perché sparavano da tutte le parti. Si chiamava Homs, quella città, e stava in Siria. Nel filmato c'era un ragazzo della sua età, vestito più o meno allo stesso modo, solo un po' più sbrindellato, con lo sguardo spento, assente.

Della guerra in Siria non ci aveva capito molto. Sapeva che il presidente era un bel pezzo di merda e che le proteste contro di lui erano finite malissimo, represse nel sangue. Qualche volta Marco aveva partecipato a delle manifestazioni studentesche: di solito la polizia si limitava a seguire il corteo stancamente, nessuno era mai stato preso a fucilate, tranne una volta vicino a casa sua, a Genova, ma era una cosa che gli avevano raccontato, non se la ricordava affatto. I ribelli siriani, però, non capiva bene chi fossero, se stessero dalla parte del giusto oppure no, e sembrava che ci fosse un sacco di gentaglia a calcare le fila degli insorti, tra fanatici religiosi e mercenari che alcuni suoi amici dicevano essere pagati dagli “Usa”.

Il punto, però, non era capire la guerra in Siria. Quello che Marco non riusciva a togliersi dalla testa era come potesse capitare che un ragazzo in tutto e per tutto simile a lui potesse precipitare in un inferno simile, come potesse perdere ogni vitalità nello sguardo. Ogni tanto Marco vedeva dei tossici in giro per la città con la stessa vacuità nelle pupille. Però no, era diverso: il ragazzo della tivù non era stordito, anzi, sembrava lucido, ma vuoto dentro, come un riccio di mare spolpato. Chissà, forse l'anno prima andava a scuola e si rompeva le palle sui libri. Avrà avuto degli amici, avrà avuto i suoi gruppi musicali preferiti. Quindi, com'era andata? Un giorno -puff!- ti trovi la casa distrutta, i parenti morti, la gente che ti spara addosso? Oppure ti accorgi pian piano che le cose stanno andando di male in peggio e in qualche modo ci arrivi preparato, al disastro?

Come poteva essere che nel mondo ci fossero abissi incolmabili tra le condizioni di vita delle persone? Chi non avrebbe mai avuto preoccupazioni da un lato e chi, invece, si trovava in mezzo a una strada, con la casa bombardata, dall'altro. Quale era la logica? Era tutto un caso? Poteva succedere anche a lui, in quella cittadina tranquilla sul mare, di dover lottare per la sopravvivenza? Avrebbe dovuto uccidere qualcuno per difendersi, o essere ammazzato come quelli in televisione? Gli pareva incredibile, eppure per la prima volta sentiva che tutto era come appeso ad un filo, che non c'era nulla che gli desse la certezza di poter scacciare le peggiori eventualità. Insomma, magari non la guerra, ma perché non qualcos'altro, come una catastrofe naturale o un incidente nucleare o il crollo di una diga?

Che ne sarebbe stato del suo futuro? E quanto questo sarebbe dipeso dalle sue scelte, dal suo percorso, e non da fattori esterni, incontrollabili? Per poco non vide il rosso del semaforo, si fermò giusto in tempo ma si beccò una clacsonata e un vaffanculo da un motorino lanciato a tutta velocità. Si sentiva leggermente stordito, sovrastato da una matassa gonfia di dubbi che crescevano e crescevano ancora. All'improvviso si sentì sperso in mezzo al mare, di notte. Come quando era andato a pesca di totani: si vedevano solo le lucine della costa, di lontano, ma intorno non c'era nulla, e il senso prevalente era il disorientamento dovuto al ciondolio della barca. Le cose potevano andare male, se ne stava rendendo conto solo ora. Fino a quel momento aveva pensato che il suo percorso sarebbe stato come una linea retta ben calcata su un foglio bianco. Certo, avrebbe avuto un ampio margine di scelta -che scuola fare, chi frequentare, eccetera- ma senza eccessivi scossoni. E ci sarebbero state delle garanzie: certe cose -che di solito capitavano sempre e solo agli altri- a lui non l'avrebbero sfiorato di striscio. Eppure no, stava capendo che si poteva anche scartare di lato, uscire dai binari. Di più: potevano costringerti ad uscirci, da quei binari, anche controvoglia. L'inquietudine lo stava inglobando come una spuma densa e porosa, e per un attimo si trovò con la sensazione di essere un profugo nella sua città, in quella stradina che svoltava a destra e sgradinava giù, fino all'attraversamento pedonale prima del piazzale vicino al porto, dove quasi tutti i giorni incontrava gli amici.

Ed eccolo là, Luca: lo conosceva da quando era piccolissimo, ci era andato all'asilo e alle elementari insieme, poi alle medie no, ma si erano sempre tenuti in contatto. C'era anche Niki, che tra tutti era quello che con la tavola ci sapeva fare meglio. Solo lui era riuscito a chiudere un 360 gradi, una volta, e non perdeva quasi mai l'equilibrio durante gli slide. Fra', Matte e Jacopo, più un gruppetto di ragazzi più grandi che però stavano su un altro pianeta, pensando più a fumare e guardare le ragazze che non a saltare sullo skate: erano tutti lì, come sempre. Qualcuno alzò il braccio in segno di saluto, Marco sbuffò, scosse la testa e iniziò ad accelerare pestando il piede sinistro sull'asfalto, facendo scorrere sempre più veloci le ruote. Attraversò la strada sfruttando l'arancione e, arrivato ai tre gradini che scendevano verso la piazza, si piegò, fece forza sulla coda, diede un colpo di reni e saltò. Atterrò liscio, elegante, pulito. Sentiva di star riprendendo il controllo. Fece un altro ollie e atterrò con la punta della tavola sul bordo dei gradoni che delimitavano quella sorta di arena cittadina: uno slide perfetto. I ragazzi erano entusiasti ed applaudirono. Marco si fermò. Grande Marc! Bello carico oggi! Allora, come va?
...Tutto ok. Voi?

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