I migliori album (finora) del 2019

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Il 2019 è un anno importante: qui si chiude il secondo decennio dei Duemila, e tra qualche mese sarà il momento di chiedersi cosa sia rimasto di questi dieci anni fitti di avvenimenti. Se è vero che la musica ha la capacità (quasi figurativa nonostante sia tra le arti la più astratta) di fotografare il proprio tempo, allora ripercorrere i dischi che hanno contrassegnato questo strano decennio senza nome, sarà impresa stimolante e allo stesso tempo malinconica. Come ripercorrere le pagine di un grande album di famiglia.
Inizio da qui, nel mio piccolo, con una piccola rassegna dei migliori album ascoltati finora, per un personale appiglio utile all'orientamento.
► Mahmood - Gioventù bruciata (Island)
Il fatto che al primo posto metta un italiano, per di più uscito vincitore a Sanremo, è cosa più unica che rara (o forse segno dei tempi? Chissà, di sicuro si sta sviluppando una scena nazionale alt-r'n'b a cui auguro uno sviluppo mirabolante). Eppure il disco di Alessandro Mah…

Boogarins - Manual (Other Music, 2015)



Nel 1933 viene fondata la citta di Goiânia, nel 1968 viene pubblicato il manifesto tropicalista “Tropicália ou panis et circencis”, nel 2012 Fernando Almeida e Benke Ferraz formano i Boogarins, che riassumono quanto è stato lasciato fuori dall’ampio arco temporale sommariamente tracciato. Cresciuti in una città di oltre un milione di abitanti nel bel mezzo del Brasile, a poche centinaia di chilometri dalla capitale Brasilia, Almeida e Ferraz pubblicano nel 2013, con la newyorkese Other Music, il loro primo “As plantas que curam”, che mostra una dedizione estrema nel ridar vita a sonorità sixties in bilico tra suoni di casa (Os Mutantes, il primo Caetano Veloso, oscurità del calibro di Loyce e Os Gnomes) e psichedelia anglo-americana d’antan. 

Con “Manual” (sottotitolato: “ou guia livre de dissolução dos sonhos”) i due -passati attraverso i migliori festival mondiali e diventati nel frattempo una band di quattro elementi- rinsaldano le buone basi dell’esordio (una sorta di “Nuggets” brasileiro) lavorando su trame più rifinite e su un sound più curato. 

Registrato in Spagna in un vero e proprio studio di registrazione, “Manual” risente dell’influsso dei grandi nomi del momento (i Tame Impala, ad esempio, o i Foxygen) ma serba una sua frizzante personalità: “Avalanche” conserva un tocco vagamente tropicale pur se immersa in risonanze e riverberi spaziali e in una circolarità anestetizzante, “Tempo” è un lento strutturarsi di accordi tutto giocato sull’alternarsi di vuoti, frasi sinuose e riff incendiari, “6000 Dias” è un brioso impasto di pop psichedelico che fiorisce su un chitarrismo colorato e frizzante, destinato a vaporizzarsi in una nebulosa cosmica.


Una sensibilità compositiva raffinata, capace di una notevole resa pop il cui segreto sta nell’equilibrio tra melodie sgargianti (si prenda l’incantevole “Mario de Andrade – Salvagem”), fantasismi psichedelici (“Cuerdo”) e armonie eleganti, di stampo jazz, per nulla sovraccariche o raffazzonate (si prenda, ad esempio, l’aggraziato caleidoscopio di “Falsa Folha de Rosto”, divertente gioco stereofonico di trasparenze e addensamenti).
In “Manual” c’è tutto il materiale per crescere ulteriormente, anche se la proposta dei Boogarins è già in grado di stare in piedi da sola.



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