#09 Dischi di settembre (con il ➒) ♋

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Ed eccoci al mese più bello dell'anno. Malinconico, colorato, profumato. Settembre è adatto per i dischi importanti, quelli che ti guidano per tutto il resto della fine dell'anno, per poi accompagnare l'inizio di quello nuovo. Dischi di confine, quindi, resi ancora più liminali dal loro essere del 1969, dunque aperti al salto verso l'ignoto, e quindi inclini a una carica o una malinconia ancora maggiore. Buon ascolto!
► 1969
Townes Van Zandt - Townes Van Zandt (Poppy)

Disco affascinante e delicato, quello del cantautore americano, qui al terzo lavoro. Sui solchi di quanto fatto da Bob Dylan, Jackson C. Frank, Eric Andersen e più in generale dalla nuova generazione di folkers americani, Van Zandt innesta un suo particolare approccio quieto e poetico impregnato di americana e country, riallacciandosi direttamente a gente come Hank Williams o Ernest Tubb, insomma a una tradizione profonda che sarebbe stata riadattata, tra la fine dei Sessanta e i primi Settanta, da Byrds,

Boogarins - Manual (Other Music, 2015)



Nel 1933 viene fondata la citta di Goiânia, nel 1968 viene pubblicato il manifesto tropicalista “Tropicália ou panis et circencis”, nel 2012 Fernando Almeida e Benke Ferraz formano i Boogarins, che riassumono quanto è stato lasciato fuori dall’ampio arco temporale sommariamente tracciato. Cresciuti in una città di oltre un milione di abitanti nel bel mezzo del Brasile, a poche centinaia di chilometri dalla capitale Brasilia, Almeida e Ferraz pubblicano nel 2013, con la newyorkese Other Music, il loro primo “As plantas que curam”, che mostra una dedizione estrema nel ridar vita a sonorità sixties in bilico tra suoni di casa (Os Mutantes, il primo Caetano Veloso, oscurità del calibro di Loyce e Os Gnomes) e psichedelia anglo-americana d’antan. 

Con “Manual” (sottotitolato: “ou guia livre de dissolução dos sonhos”) i due -passati attraverso i migliori festival mondiali e diventati nel frattempo una band di quattro elementi- rinsaldano le buone basi dell’esordio (una sorta di “Nuggets” brasileiro) lavorando su trame più rifinite e su un sound più curato. 

Registrato in Spagna in un vero e proprio studio di registrazione, “Manual” risente dell’influsso dei grandi nomi del momento (i Tame Impala, ad esempio, o i Foxygen) ma serba una sua frizzante personalità: “Avalanche” conserva un tocco vagamente tropicale pur se immersa in risonanze e riverberi spaziali e in una circolarità anestetizzante, “Tempo” è un lento strutturarsi di accordi tutto giocato sull’alternarsi di vuoti, frasi sinuose e riff incendiari, “6000 Dias” è un brioso impasto di pop psichedelico che fiorisce su un chitarrismo colorato e frizzante, destinato a vaporizzarsi in una nebulosa cosmica.


Una sensibilità compositiva raffinata, capace di una notevole resa pop il cui segreto sta nell’equilibrio tra melodie sgargianti (si prenda l’incantevole “Mario de Andrade – Salvagem”), fantasismi psichedelici (“Cuerdo”) e armonie eleganti, di stampo jazz, per nulla sovraccariche o raffazzonate (si prenda, ad esempio, l’aggraziato caleidoscopio di “Falsa Folha de Rosto”, divertente gioco stereofonico di trasparenze e addensamenti).
In “Manual” c’è tutto il materiale per crescere ulteriormente, anche se la proposta dei Boogarins è già in grado di stare in piedi da sola.



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