Il metodo “Rust” – Come fallire al meglio un colloquio di lavoro

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Di Matthew Lovers
Quando meno te lo aspetti ti accorgi di essere diventato vecchio; abbastanza vecchio da dover sopportare la pesante eredità del saggio che si trova di fronte a quelle nuove generazioni assetate di risposte su temi che riguardano il lavoro e la faticosa strada per raggiungere quella chimera chiamata “realizzazione personale e professionale”. Io ve lo dico chiaramente, non mi sento ancora pronto a dispensare consigli tali da poter risolvere i problemi identitari e esistenziali degli altri. Quando mi ponete domande in questo ambito, in particolare su quello strettamente lavorativo (mi candido, invio il cv, vado al colloquio, mi licenzio ecc. ecc.), potreste andare incontro a risposte totalmente spiazzanti da parte del sottoscritto. Io in realtà sono convinto, come mi ha insegnato un mio caro amico espatriato in Francia, che ciò che assumiamo come imprescindibile per noi non lo è in egual misura per altri. Al vostro posto agirei in una certa maniera ma l’unica cosa certa…

Martin Courtney - Many Moons (Rca, 2015)


Mancava solamente Martin Courtney alla prova dell’album solista. Se Bleeker e Mondanile hanno alle spalle carriere più o meno convincenti ma di certo affermate, Courtney, fino a questo “Many Moons”, era rimasto ancorato all’esperienza Real Estate. La pubblicazione dell’esordio in solitaria è importante, quindi, perché ci permette finalmente di analizzare l’ultimo dei tre tasselli in isolamento, scoprendo -come se ce ne fosse stato bisogno- che proprio a Courtney spetta il ruolo di “mente” della band. Non solo: se i Real Estate non potrebbero esistere senza Martin Courtney, forse lui -al contrario dei due soci- sarebbe in grado di farcela da solo.
In “Many Moons”, infatti, ritroviamo lo stesso senso rilassato della scrittura (sognante, aperta), le stesse briose cadenze jangly, le fragranze guitar pop che si respirano in “Days” o in “Atlas”; eppure tutto è come semplificato, sgravato dalle contaminazioni contemporanee tanto care a Bleeker e Mondanile.

Courtney fa vivere i suoi pezzi nelle gentili progressioni chitarristiche che si colorano di lievi ma eleganti arrangiamenti cameristici (in organico troviamo un flauto -nello strumentale stacchetto sixties “Many Moons”- un violino e un violoncello, oltre alle pelli di Michael Stasiak -membro degli EZTV- e alle tastiere del compagno di band Matt Kallman) o di briose partiture sunshine pop: “Vestiges”, tutta un fiorire di coretti e violini, il tutto cadenzato da un basso tondo, giocoso, e dai ricami scintillanti della chitarra solista, o la delicata “Before We Begin”, profumatissimo midtempo dall’andamento sottilmente psichedelico, sognante, o ancora della stupenda “Northern Highways”, tra i brani migliori del lotto, capace di vantare un’outro incantevole, apice di spensieratezza e buon gusto che dimostra tutta l’abilità compositiva e l’intuito melodico di Courtney.
Prodotto da Jarvis Taveniere (qui anche al basso), “Many Moons” suona pulito e classico (come altro definire un brano come “Little Blue”?), una sorta di versione essenziale delle composizioni a firma Real Estate, capace però di rivendicare uno spazio autonomo: un buon viatico per una carriera solista che -vista l'estemporaneità di un capolavoro quale "Days"- potrebbe rivelarsi non solo promettente, ma forse necessaria.

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