Maggio torinese

Siouxsie and The Banshees - Juju (Polydor, 1981)


Ogni scena musicale ha i suoi luoghi chiave, le sue geografie di riferimento. Nel caso del punk il luogo in questione (come racconta Jon Savage nel suo “Il sogno inglese”) è il distretto di World's End, alla fine di King's Road. Più precisamente: è il locale al pianterreno, il numero 430, l'epicentro di quella stagione. Lì sorge uno dei tanti edifici di epoca vittoriana che, a partire dagli anni Sessanta, diventa sede della boutique per dandy-hippie di Michael Rainey. E che c'entra col punk? C'entra, perché un decennio dopo lo stesso locale si chiama SEX ed è gestito da Malcolm McLaren e Vivienne Westwood. Il resto della storia lo conosciamo. Fatto sta che i corsi e ricorsi del 430 di King's Road scandiscono le fasi che portano all'affermazione -quantomeno quella estetica- del punk. Vedendo sfumare la stagione flower power il negozio, grazie a McLaren, cambia stile: prima abbraccia il revival teddy boy, confezionando giubbotti di pelle cui vengono applicate le prime borchie, poi sposa una bizzarra e sessualmente ambigua vena situazionista. E il punk è servito. Abbasso i fiori, la pace e tutto il resto e viva la degenerazione e la sgradevolezza. Purché integrate in un discorso pop. I Sex Pistols sono, a questo punto, le cavie perfette.

Il punk, però, dura poco, e presto si evolve in qualcos'altro, in post-punk, in new wave. I suoni si fanno più strutturati, l'espressività si affina, i linguaggi, citando Jon Savage, sono “nuovi e obliqui”. È la vera deflagrazione, la vera rivoluzione. Adverts, Fall, Slits, Jam, Magazine, Stranglers: non è “solo” punk, c'è qualcosa di più, qualcosa di maggiormente complesso, seppur ancora grezzo, senza peli sulla lingua, sporco.
Siouxsie Sioux (al secolo Susan Janet Ballion) rientra in pieno in questa storia. A diciotto anni ascolta per la prima volta i Pistols e da lì tutto cambia. Diventa più di una groupie, con il suo “Bromley Contingent” diviene -assieme all'amico Steven Severin- parte integrante del “corpo esteso” di quella sottocultura materializzatasi in gruppo rock. Il passo per formarne uno proprio, di gruppo, è breve: non importa saper suonare, basta partecipare. Bastano tre accordi. Però il suono dei Banshees è già un'evoluzione, un prodotto del punk. Non si torna indietro. La sensibilità è mutata, dalla foga iconoclasta e anarchica della prima ondata si passa ai toni più affettati, ai postumi della sbronza: dopo le Peel Session del dicembre '77 e del febbraio '78, nel novembre del 1978 esce per la PolydorThe Scream”.
Apriti cielo. “The Scream” è un album da brividi: affilato, spigoloso, stridente, cupo, preciso nelle intenzioni. Dark, gotico. La furia punk è lontana, seppur rimanga un'impostazione debosciata e bastarda. C'è però un metro ricercato, una precisa scelta stilistica, un mood definito. Se “Join Hands rappresenta una buona conferma e “Kaleidoscope” un album di transizione, è "Juju" che consacra i Banshees nell'olimpo del rock, rappresentando uno dei lavori che meglio definiscono l'anima nera del post-punk.
Uscito nel giugno del 1981, preannunciato dai singoli “Spellbound” e “Arabian Knights”, il quarto disco dei Banshees è il loro definitivo capolavoro. La line-up vede Siouxsie alla voce, John McGeogh alla chitarra, Steven Severin al basso e Budgie (Pete Edward Clark) alle pelli. Tutto è perfetto: Siouxsie si impone sui pezzi con la sua presenza stentorea, mentre Budgie crea vortici di ritmi tribali, Severin incalza e cuce, ora seguendo il rutilare delle percussioni ora giocando di contrappunto, mentre McGeogh regala ai posteri una summa di avventuroso chitarrismo post-punk, spaziando tra stilettate dal sapore metallico, ricami in delay, interventi tesi alla creazione di atmosfera e alla ricerca timbrica.
La prima traccia dell’album, “Spellbound”, apre le danze nel migliore dei modi. Una vera e propria cavalcata oscura che si struttura nell'alternanza tra due momenti: il primo dove basso e chitarra sono intrecciati in un dialogo minaccioso, teso; il secondo dove la chitarra acustica di McGeoch impenna in un jangle impazzito, accompagnando la potente voce di Siouxsie nella sua trascinante declamazione. Con “Into The Light, poi, si rimane letteralmente a bocca aperta. Il lavoro di McGeoch è stupefacente: la sua chitarra -che prende corpo tramite diverse sovraincisioni- compie una continua metamorfosi, ricamando un sinuoso arabesco che prima puntella l'andamento ritmico, poi si snoda in una linea dilungata e distorta. La voce è evocativa come non mai, avvolgendo il brano di pathos dalle tinte noir. Segue “Arabian Knights”, che contribuisce a rendere ancora più intrigante questo sabba musicale: il basso di Severin regala il meglio di sé col suo proporsi roboante, potente, mentre la chitarra alterna accordi e arpeggi, distorta dal flanger e immersa in eco.

Halloween” converte l'energia del punk in una sorta di vortice goth-psichedelico, con il basso di Severin che avanza velocissimo e sembra non trovare mai pace, la chitarra che molla fendenti taglienti come lame, il tutto completato dalla batteria che qui viene lasciata per un istante sola, libera di sfogare la sua rabbia. Se “Monitor” ci regala un pezzo mozzafiato, dove il levare di Budgie subisce le incursioni delle solite evoluzioni effettate della chitarra, “Night Shift”, costruita come un lento dipanarsi di un incubo, ci costringe ad un lento vagare in una landa nebbiosa e spettrale. Siouxsie è del tutto posseduta dalle sue liriche dolenti, facendosi interprete totale, mentre i rintocchi del basso segnano mesti il passo e la chitarra crea un fitto coacervo di rumori ambientali, stridendo minacciosa in un continuo nugolo lamentoso.

Si continua con la scheggia caustica di “Sin In My Heart”, con le atmosfere infestate di “Head Cut”, lenta discesa in un delirio irreversibile, per concludere le danze con il commiato espressionista di “Voodoo Dolly". Una composizione lentissima, rarefatta, minacciosa, funerea, che si struttura pian piano tra le cadenze vorticose della sessione ritmica e sulle intelaiature psicotiche della sei corde. Il canto sembra echeggiare dalle profondità della terra, cercando di fuggire da un McGeoch evocatore di spiriti maligni, fino a che tutto acquista progressivamente velocità per poi concludersi in una catarsi desolante. Le forze del male evocate dai Banshees hanno infine preso il sopravvento.
"Juju" va oltre ogni categorizzazione, generando una perla ibrida di immaginismo oscuro, dove alle spinte centripete create dai vortici tribali si contrappongono quelle centrifughe di espansioni psichedeliche, rarefazioni spettrali e di una visionarietà complessa, artefatta, a suo modo raffinata. La coesione tra i membri della band è totale, la tecnica di McGeogh è da brividi, Siouxsie è in stato di grazia. Il suono, con il successivo “A Kiss in the Dreamhouse”, si farà ancora più ibrido, sfociando in un approccio arty lontano dagli esordi punk della band. L'efficacia di "Juju", tuttavia, rimarrà ineguagliata.

Recensione tratta da:  http://www.storiadellamusica.it/classic_rock-psichedelia-wave/goth_rock/siouxsie_the_banshees-juju%28polydor-1981%29.html

Ogni scena musicale ha i suoi luoghi chiave, le sue geografie di riferimento. Nel caso del punk il luogo in questione (come racconta Jon Savage nel suo “Il sogno inglese”) è il distretto di World's End, alla fine di King's Road. Più precisamente: è il locale al pianterreno, il numero 430, l'epicentro di quella stagione. Lì sorge uno dei tanti edifici di epoca vittoriana che, a partire dagli anni Sessanta, diventa sede della boutique per dandy-hippie di Michael Rainey. E che c'entra col punk? C'entra, perché un decennio dopo lo stesso locale si chiama SEX ed è gestito da Malcolm McLaren e Vivienne Westwood. Il resto della storia lo conosciamo. Fatto sta che i corsi e ricorsi del 430 di King's Road scandiscono le fasi che portano all'affermazione -quantomeno quella estetica- del punk. Vedendo sfumare la stagione flower power il negozio, grazie a McLaren, cambia stile: prima abbraccia il revival teddy boy, confezionando giubbotti di pelle cui vengono applicate le prime borchie, poi sposa una bizzarra e sessualmente ambigua vena situazionista. E il punk è servito. Abbasso i fiori, la pace e tutto il resto e viva la degenerazione e la sgradevolezza. Purché integrate in un discorso pop. I Sex Pistols sono, a questo punto, le cavie perfette.
Il punk, però, dura poco, e presto si evolve in qualcos'altro, in post-punk, in new wave. I suoni si fanno più strutturati, l'espressività si affina, i linguaggi, citando Jon Savage, sono “nuovi e obliqui”. È la vera deflagrazione, la vera rivoluzione. Adverts, Fall, Slits, Jam, Magazine, Stranglers: non è “solo” punk, c'è qualcosa di più, qualcosa di maggiormente complesso, seppur ancora grezzo, senza peli sulla lingua, sporco.
Siouxsie Sioux (al secolo Susan Janet Ballion) rientra in pieno in questa storia. A diciotto anni ascolta per la prima volta i Pistols e da lì tutto cambia. Diventa più di una groupie, con il suo “Bromley Contingent” diviene -assieme all'amico Steven Severin- parte integrante del “corpo esteso” di quella sottocultura materializzatasi in gruppo rock. Il passo per formarne uno proprio, di gruppo, è breve: non importa saper suonare, basta partecipare. Bastano tre accordi. Però il suono dei Banshees è già un'evoluzione, un prodotto del punk. Non si torna indietro. La sensibilità è mutata, dalla foga iconoclasta e anarchica della prima ondata si passa ai toni più affettati, ai postumi della sbronza: dopo le Peel Session del dicembre '77 e del febbraio '78, nel novembre del 1978 esce per la PolydorThe Scream”.
Apriti cielo. “The Scream” è un album da brividi: affilato, spigoloso, stridente, cupo, preciso nelle intenzioni. Dark, gotico. La furia punk è lontana, seppur rimanga un'impostazione debosciata e bastarda. C'è però un metro ricercato, una precisa scelta stilistica, un mood definito. Se “Join Hands rappresenta una buona conferma e “Kaleidoscope” un album di transizione, è “Juju” che consacra i Banshees nell'olimpo del rock, rappresentando uno dei lavori che meglio definiscono l'anima nera del post-punk.
Uscito nel giugno del 1981, preannunciato dai singoli “Spellbound” e “Arabian Knights”, il quarto disco dei Banshees è il loro definitivo capolavoro. La line-up vede Siouxsie alla voce, John McGeogh alla chitarra, Steven Severin al basso e Budgie (Pete Edward Clark) alle pelli. Tutto è perfetto: Siouxsie si impone sui pezzi con la sua presenza stentorea, mentre Budgie crea vortici di ritmi tribali, Severin incalza e cuce, ora seguendo il rutilare delle percussioni ora giocando di contrappunto, mentre McGeogh regala ai posteri una summa di avventuroso chitarrismo post-punk, spaziando tra stilettate dal sapore metallico, ricami in delay, interventi tesi alla creazione di atmosfera e alla ricerca timbrica.
La prima traccia dell’album, “Spellbound, apre le danze nel migliore dei modi. Una vera e propria cavalcata oscura che si struttura nell'alternanza tra due momenti: il primo dove basso e chitarra sono intrecciati in un dialogo minaccioso, teso; il secondo dove la chitarra acustica di McGeoch impenna in un jangle impazzito, accompagnando la potente voce di Siouxsie nella sua trascinante declamazione. Con “Into The Light, poi, si rimane letteralmente a bocca aperta. Il lavoro di McGeoch è stupefacente: la sua chitarra -che prende corpo tramite diverse sovraincisioni- compie una continua metamorfosi, ricamando un sinuoso arabesco che prima puntella l'andamento ritmico, poi si snoda in una linea dilungata e distorta. La voce è evocativa come non mai, avvolgendo il brano di pathos dalle tinte noir. Segue “Arabian Knights”, che contribuisce a rendere ancora più intrigante questo sabba musicale: il basso di Severin regala il meglio di sé col suo proporsi roboante, potente, mentre la chitarra alterna accordi e arpeggi, distorta dal flanger e immersa in eco.
Halloween” converte l'energia del punk in una sorta di vortice goth-psichedelico, con il basso di Severin che avanza velocissimo e sembra non trovare mai pace, la chitarra che molla fendenti taglienti come lame, il tutto completato dalla batteria che qui viene lasciata per un istante sola, libera di sfogare la sua rabbia. Se “Monitor” ci regala un pezzo mozzafiato, dove il levare di Budgie subisce le incursioni delle solite evoluzioni effettate della chitarra, “Night Shift, costruita come un lento dipanarsi di un incubo, ci costringe ad un lento vagare in una landa nebbiosa e spettrale. Siouxsie è del tutto posseduta dalle sue liriche dolenti, facendosi interprete totale, mentre i rintocchi del basso segnano mesti il passo e la chitarra crea un fitto coacervo di rumori ambientali, stridendo minacciosa in un continuo nugolo lamentoso.
Si continua con la scheggia caustica di Sin In My Heart”, con le atmosfere infestate di Head Cut”, lenta discesa in un delirio irreversibile, per concludere le danze con il commiato espressionista diVoodoo Dolly". Una composizione lentissima, rarefatta, minacciosa, funerea, che si struttura pian piano tra le cadenze vorticose della sessione ritmica e sulle intelaiature psicotiche della sei corde. Il canto sembra echeggiare dalle profondità della terra, cercando di fuggire da un McGeoch evocatore di spiriti maligni, fino a che tutto acquista progressivamente velocità per poi concludersi in una catarsi desolante. Le forze del male evocate dai Banshees hanno infine preso il sopravvento.
Juju” va oltre ogni categorizzazione, generando una perla ibrida di immaginismo oscuro, dove alle spinte centripete create dai vortici tribali si contrappongono quelle centrifughe di espansioni psichedeliche, rarefazioni spettrali e di una visionarietà complessa, artefatta, a suo modo raffinata. La coesione tra i membri della band è totale, la tecnica di McGeogh è da brividi, Siouxsie è in stato di grazia. Il suono, con il successivo “A Kiss in the Dreamhouse”, si farà ancora più ibrido, sfociando in un approccio arty lontano dagli esordi punk della band. L'efficacia di “Juju”, tuttavia, rimarrà ineguagliata.

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