Maggio torinese

Non guardare Jane Birkin


Lollo non era in quel posto per caso. Proprio per niente. Aveva sempre amato quel luogo sommesso, che lui trovava protettivo, separato dalla città pur trovandocisi incastonato.
Da piccolo, ci pensava proprio adesso mentre sedeva al tavolino di quel locale, si divertiva ad infilarsi in fondo al letto, dove aveva l'impressione che ogni cosa esterna scomparisse. Il bello erano le luci che filtravano dalle coperte: colori tenui, caldi, che rafforzavano la sensazione di trovarsi in una dimensione parallela. Non importava che ad appena pochi centimetri, al di là di quella coltre morbida e lanosa, ci fosse la scuola, il freddo, il corso di nuoto, i cani (che gli avevano sempre fatto una gran paura), eccetera eccetera. Non importava perché quel suo rifugio avrebbe continuato ad esistere e ad offrirgli riparo e conforto. 
 Poi però Lollo era diventato grande. Non poteva più infilarsi in fondo al letto e, a dir la verità, ad un certo punto non gli era più nemmeno passato per la testa di farlo. Quando era diventato grande, intendo il momento preciso preciso, non se lo ricordava: era successo e basta. Come essere usciti da un guscio: le cose avevano iniziato ad assumere nuovi significati, cose prima importanti non lo erano più, e viceversa. Aveva pian piano imparato che le amicizie andavano coltivate, che le relazioni andavano gestite, le paure controllate, i problemi affrontati, gli anni di scuola superati, i professori tollerati. Aveva imparato, quindi, che il mondo era un posto dove star bene non era mica una cosa automatica. Bisognava affrontarlo, metterci dell'impegno. Quando era piccolo non ci pensava, le cose le faceva e basta. Invece ora, fuori da quel guscio, camminare non era per niente facile. Come i cuccioli che vedeva nei documentari. Appena venuti al mondo arrancavano, cadevano, s'ingarbugliavano nelle loro stesse zampette malferme. Però imparavano in frettissima come si faceva, e d'un colpo eccoli a correre e saltare di qua e di là come niente fosse. Invece Lollo certe cose, nonostante fosse passato un po' di tempo dal suo ingresso nel mondo dei grandi (che poi tanto grande non si sentiva), continuava a non capirle. Lollo aveva tredici anni appena compiuti, stava seduto al tavolino di un posto che gli piaceva e stava pensando al problema di diventar grande.

Quel posto non gli dispiaceva affatto, come dicevamo. Lì lo portava sua madre, che era una mamma molto più giovane di quelle dei suoi coetanei, fin da quando era un bambino. Lei ci incontrava gli amici, ci rideva, ci scherzava, ci ballava anche un po'. Conosceva il gestore, un tipo in gamba, pensava Lollo. Che poi, secondo lui, sua mamma e 'sto tipo non erano solo amici, perché più volte li aveva visti un po' troppo intimi. Per evitare fraintendimenti: il papà Lollo non ce l'aveva. Non che fosse morto, semplicemente nessuno sapeva dove fosse finito (o chi fosse stato, dicevano alcuni in malafede). Ma andava bene, non l'aveva nemmeno conosciuto. Proprio perché era un posto fidato, Lollo era libero di andarci più o meno quando voleva. Nessuno l'avrebbe minacciato lì. Nessuno gli avrebbe permesso di bere dell'alcool, soprattutto (diceva sua madre). Che poi un po' ne beveva, perché il gestore (ma solo ogni tanto) una birretta gliela serviva, promettendo di non dire niente a nessuno. E mentre prometteva faceva l'occhiolino. Si, era proprio forte: se la fosse sposata, sua mamma! Comunque. Lollo entrava, salutava, poi andava al solito tavolo, quello in fondo, lontano dalla finestra, per metà lato chiuso da una parete di vernice rosso scura. Era pieno di foto, in quel posto. Ce n'era una di Serge Gainsbourg assieme a Jane Birkin che Lollo si vergognava un po' a guardare, poi c'era Jim Morrison che sembrava volerti abbracciare. E ancora una di Mastroianni (chi fosse non lo sapeva), e di David Bowie tutto truccato, come una femmina, e poi una bellissima di tre tizi su un podio, e due avevano i pugni alzati in aria. Non sapeva bene che significato avesse quella foto, ma a Lollo sembrava imponente, mitica. La musica, quella anche era forte. Sua mamma l'aveva abituato a sentirne di ogni genere. Davvero, da Mozart a Miles Davis, che però secondo lui era un poco troppo complicato. Ecco, in quel posto era bellissimo quando attaccavano gli Stones. E anche Iggy Pop e i Velvet Underground. Non sopportava Prince però. Quando c'era Prince, poche volte per fortuna, metteva le sue cuffie e giù di Morrissey, che pure alla sua mamma piaceva tantissimo.

Quel giorno però, nonostante ci fosse Mick Jagger che cantava che voleva che una tipa stesse sotto il suo pollicione (boh?), nella testa di Lollo c'era un vortice di roba che girava e girava all'impazzata. Non era nemmeno riuscito a finire il suo milkshake, altrimenti detto frullato. Era un bel casino, pensava, che tra poco dovrò uscirmene da qui e fare a pugni. Pensava al poster che aveva in casa con quel segno della pace e il soldato colpito da una pallottola che allarga le braccia mentre sta per cadere esangue. Poi pensava che alla fine la guerra era una cosa, una scazzottata un'altra. Al diavolo il poster! Il fatto è che s'aveva da fare, quella scazzottata. Ne andava del suo orgoglio, lo dicevano anche certi film. E a proposito del discorso di prima, quello dei grandi, ecco: doveva dimostrare di essere diventato adulto e coraggioso al tizio che aveva osato dubitarne. “Take it easy babe”, cantava nel frattempo Jagger, e Lollo non riusciva proprio a prenderla easy. Era agitato e spaventato. E se andava male?, pensava. E se questo mi massacra io che figura ci faccio? La questione era questa: Bonzo, un ragazzino grande e grosso che la faceva da padrone nel microcosmo scolastico nel quale Lollo si era trovato invischiato, aveva esagerato. Davvero. Appena entrato in classe assieme al suo piccolo manipolo di scagnozzi si era avvicinato a Lollo e gli aveva detto: che gnocca da paura tua madre. Che gnocca? Mia mamma? Hey, ritira quello che hai detto! Mia mamma non è gnocca! Cioè, aspetta... Non importa. Ma non provare a parlare di mia madre in quel modo... pezzo di merda! Che hai detto? Ripeti, dai! No, dicevo, non parlare così di mia madre. Scuuuusa! Ti sei offeso? Piccolino della mamma, non volevo offenderti. Volevo solo dirti che tua madre è un gran pezzo di figa, vero ragazzi? E i ragazzi ridevano, qualcuno ululava eccetera eccetera. E Lollo era rosso di rabbia. E allora Lollo prende coraggio e da' uno spintone a Bonzo, che di rimando tira un ceffone a Lollo. Fino a che il professore sopraggiunge a dividere i due, bloccando sul nascere una rissa con i fiocchi. L'adrenalina nel corpo di Lollo lo spinge a lanciare la sfida: facciamo i conti dopo io e te, stronzo! E così il danno è fatto. Nel bigliettino che a fine lezione era arrivato sul suo banco c'era scritto dove e quando la suddetta sfida avrebbe dovuto avere luogo. Ci stai? Crocettare si o no. Si. Guarda caso il giorno era lo stesso in cui Lollo si trovava al tavolo del suo locale preferito intento a pensare al diventar grande e impegnato a non fissare troppo Jane Birkin.

Trangugiato a forza il frullato Lollo si alzò e uscì di fretta, salutando appena il gestore che lo guardò strano. Ma non aveva tempo per toppe formalità, aveva un appuntamento importante. Poco lontano da lì, tra l'altro, in un campetto alla buona dove i ragazzi si trovavano, più che per giocare a calcio, per fare casino, fumar canne e bere birra di pessima qualità. C'era un vento che tirava dalla parte opposta della direzione presa da Lollo, come a volergli dire “torna a casa, stupido che non sei altro!”. Ma Lollo proseguiva a testa alta, nonostante un fremito lungo il corpo che però era sicuramente dovuto al freddo. La scena se la immaginava così: lui arrivava e c'era un po' di polvere che si alzava in aria turbinando, come nei film di Morricone (o era Leone? Si confondeva sempre). Ad aspettarlo c'erano tre o quattro gringos con le facce tirate e gli occhietti piccoli, a fessura. Uno sputava per terra, segno (lo aveva imparato da Hemingway) che non aveva paura. Provò anche lui a sputare, ma la saliva era poca. Ma era sicuramente dovuto al fatto che il frullato gli aveva messo sete. Comunque, i tre o quattro tipacci erano lì, e nel mezzo c'era Bonzo, con un sorrisetto arrogante. Vedo che hai avuto il fegato di venire, pensavamo fossi scappato dalla mamma, diceva. Lollo gli arrivava ad un palmo di naso e lo guardava fisso, senza abbassare gli occhi. Si girava, faceva qualche passo, si rigirava. Sputava pure lui, un bello sputone impavido. Poi con la mano faceva segno a Bonzo di farsi avanti (molto alla Jackie Chan, questa). Bonzo perdeva la pazienza di fronte a tanto ostentato coraggio e si gettava su Lollo, che con un rapido spostamento laterale gli faceva lo sgambetto portandolo a cadere rovinosamente al suolo. Bonzo si rialzava e partiva con un pugno che colpiva Lollo in piena faccia. A questo punto Lollo si passava la mano sulla bocca sanguinante con aria indifferente. Poi colpiva a sua volta: uno, due, tre pugni ben assestati sul grugno di quel ragazzone che non gli faceva niente paura. Inutile dirlo, l'energumeno si ritrovava al tappeto e non riusciva più ad alzarsi. Salvo che, proprio mentre Lollo stava voltando le spalle allo sconfitto, Bonzo si era rimesso in piedi e stava avventandosi su di lui. Ma una voce femminile (che ci faceva una ragazza lì? Boh...) avvertiva Lollo il quale si girava e con un calcio metteva definitivamente k.o. Bonzo. Vittoria! Lollo si trovava davanti ai quattro gringos che però lo facevano passare scostandosi, deferenti, e la misteriosa ragazza lo stringeva e lo baciava.
Ora però era arrivato al campetto, quello vero. Gli occhi grandi di fantasia. Solamente, tremava un pochino più di prima e sentiva la bocca secca secca.

L'erba sul campo era sporadica, deturpata da numerosi solchi di terra e piccole pozzanghere grigiastre. C'era un gruppetto di ragazze sui gradoni malandati su un lato del campetto, intente ad armeggiare con cellulari e ad emettere fragorose risate squillanti di tanto in tanto. Ai piedi dei gradoni c'era il gruppetto di Bonzo, tre ragazzini con la faccia cattiva, senza contare il capo. Stavano fumando e si guardavano attorno, cosicché videro subito Lollo che si stava avvicinando. Un cenno ed erano tutti spediti verso l'avversario. Nella realtà le cose andarono così. Volevi farmela pagare eh stronzetto? Si, cioè in realtà basta che ritiri quello che hai detto... Cosa? Che mi farei tua madre? Be' ma lo penso ancora! È una gnocca vero ragazzi? (Risate, un rutto). Lollo non sapeva bene cosa fare a quel punto. Forse avrebbe dovuto tirare un pugno per primo, ma aspettò. Non molto, a dir la verità. Perché Bonzo ricambiò lo spintone di qualche giorno prima. Solo che lo diede ben più forte, facendo cadere a terra il tappetto che aveva davanti. Che però si rialzò subitissimo. Invaso dalla rabbia e dall'imbarazzo (le ragazze ora seguivano squittendo la scena), Lollo improvvisò un pugno, che risultò fin troppo debole, perché al suo segui quello mortale di Bonzo. Per un attimo Lollo non capì niente, sentì un gran dolore al naso, poi la vista si oscurò un poco e cadde per terra. Scosse la testa per riprendere lucidità ma i quattro si avventarono su di lui con calci e pugni: impossibile districarsi da una situazione del genere. Lollo si strinse le braccia al corpo e non riuscì a trattenere qualche lacrima e qualche “basta, basta!”. Ad un certo punto però i colpi cessarono. Il gruppo di scimmioni si bloccò di colpo e cominciò ad indietreggiare. Lollo non sapeva perché, era troppo frastornato per capirci qualcosa. Sta di fatto che presto il gruppetto si dileguò di corsa. Solo le ragazze rimasero lì, appollaiate sui gradoni di pietra, non troppo lontano. Indifferenti, tranne una che si alzò e andò incontro a Lollo. Nel frattempo la causa della fuga dei quattro si chinò su quell'ammasso di lividi e umiliazione e lo tirò su, prendendolo per le braccia. Con forza.

Che diavolo ti sei messo in testa? La voce era familiare. Perdio da solo contro quattro, ma che sei Rambo?! La voce era quella del gestore del locale, che -è giusto dirlo, visto come si sono evolute le cose- si chiamava Max. Lollo non riusciva tanto a parlare, si sentiva debole, distrutto, dolorante. Un'altra voce si aggiunse a quella virile di Max: wow, che coraggioso, io sarei morta di paura! Hai pure provate a colpire Bonzo, e... Oddio ma sanguini, cazzo, se sanguini... Fa male? L'altra voce era della tipa che si era separata dal gruppetto appollaiato, una ragazzina carina, un po' troppo verbosa, ma, come già detto carina. E stava facendo di tutto per dimostrare la sua ammirazione a Lollo, messo male come non mai. Intanto Max cercava di capire quanto fossero serie le ferite del ragazzino che, dal canto suo, non riusciva a capire se doveva mettersi a piangere (nel dubbio tirava su forte con il naso e cercava di ricacciare indietro qualche lacrima disobbediente) oppure se fare finta di niente e lanciarsi in un commento sprezzante (però non gliene veniva in mente nessuno). Insomma, la situazione lo costringeva a stare sospeso su un filo sottile e affilato, teso a metà tra la voglia infantile di abbandonarsi nelle braccia paterne di Max e il desiderio di mostrarsi sprezzante e rodato. Cosa che forse era propria della sua adolescenza in erba. Forse diventare grande significava rendere più stabile quel “filo”. Ma non c'era tempo di fare della filosofia. Disse solo che stava bene, che riusciva a stare in piedi da solo e che voleva sapere il nome della ragazza. Nel senso che chiese alla ragazza “come ti chiami?”. E lei si chiamava Laura. E oltre ai lividi, al sangue, alla paura, ora aveva anche un bel nome da portarsi a casa. Salutò Laura mentre il gestore lo prendeva per una spalla e lo portava, con tutta probabilità, nel locale che aveva lasciato incustodito. È un osso duro 'sto ragazzetto, disse a Laura ammiccando. Lollo gli doveva un favore.

Sai ho dovuto abbandonare il locale nel bel mezzo del pomeriggio per te.
E come hai capito che stavo andando a fare a pugni?
Non l'ho capito. È che non avevi pagato. E poi eri strano e rabbuiato. Non ti ho mai visto così, quindi ad un certo punto ho deciso di vedere se stavi andando a fare qualche stronzata.
Dai niente di grave comunque. Qualche livido.
Chissà che dirà mia madre...
Se vuoi le parlo io.
No no grazie. Le spiego tutto.
Già ora sei grande, vero?
Ma come diavolo ti è venuto in mente? Erano in quattro ed erano anche piuttosto grossi...
Uno di loro ha insultato mia madre l'altro giorno a scuola. Mi sono arrabbiato.
Capisco...
E non sapevo che sarebbero stati in quattro.
Be' che ti aspettavi, un duello cavalleresco?
Max sorrideva e trattava Lollo come faceva con gli avventori adulti. E Lollo si sentiva piuttosto onorato da questo fatto. Come se non bastasse Max spillò una birra e la offrì a Lollo, che la bevve lentamente, a causa di un doloroso taglio sul labbro. E poi anche perché la birra non la reggeva tantissimo. La prossima volta gliela faccio vedere! Disse impettito Lollo. Ma finiscila, non fare più una cosa così stupida, mi hai capito o no? Non si diventa grandi facendo stronzate o usando le mani. Così si diventa stronzi, non grandi. Chiaro?
Si, sembrava piuttosto chiaro, anche se Lollo non ne era troppo convinto. Grazie, disse d'un tratto. Max reagì dandogli un buffetto, che però gli fece male perché lo prese in un punto dove era stato colpito più volte. Ahah scusa piccolo. Max scherzava, e alla radio passava un pezzo che si chiamava Shake Some Action. Uno dei preferiti di Lollo, che si sentiva non dico grande, ma diverso. Non era esattamente in forma, l'umiliazione era ancora presente. Ma stava affrontando la cosa, si sentiva un po' più forte. E in fondo aveva quel nome -Laura- che, come trofeo, gli bastava. Si sentiva anche un po' coglione, un po' incosciente. Ma gli piaceva. Aveva anche voglia di tornare a casa, però.
Che stai guardando così fissamente?, chiese d'un tratto Max. Aaah ho capito, stai guardando la Birkin eh? Sei sempre lì che ci butti l'occhio, ho notato sai?
Lollo arrossì un poco. Si, è proprio... è...
È una gnocca da paura eh?, disse Max facendo l'occhiolino.
Lollo non rispose, ma d'improvviso scomparve il rossore, e al suo posto prese spazio un ghigno un poco cafone e anche un po' buffo per come appariva su quella povera faccia ammaccata.
Ricambiò l'occhiolino e vuotò la birra d'un sorso. Poi scoppiò a ridere, e non poté fermare una piccola lacrimuccia. Piangeva sempre quando rideva, Lollo.

Matteo Castello

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