Maggio torinese

Pagine morte

Scrivere mi era diventato insopportabile. La mia mente era come un mare in bonaccia, o un deserto privo di vita. Avevo smarrito ogni ispirazione, ogni energia, ogni pulsione creativa. Un vero problema, dal momento che avevo fatto dello scrivere la mia vita: da quelle parole d'inchiostro dipendeva la mia sopravvivenza, e ancor più il mio orgoglio e la mia rispettabilità. Il riconoscimento che derivava da questa attività mi era sempre stato fondamentale, forse anche più del denaro che, piuttosto copioso, ne derivava. Avevo conquistato, inutile negarlo, una certa notorietà nell'ambiente intellettuale della città dove vivevo. Il mio stile elegante e ricercato -così scrivevano i giornali- era una fonte di ammirazione costante, una chiave d'accesso ai salotti bene, ai circoli culturali più ambiti, alle frequentazioni più interessanti e stimolanti di allora. Avevo sempre desiderato accedere a quel mondo, seppure non me ne sentissi del tutto degno. Una sorta di inadeguatezza dovuta ad un carattere schivo (di natura certamente ereditaria), che però scompariva non appena veniva sommerso dall'adulazione altrui. Avevo creato un'aurea che mi precedeva, ogni volta, dispensandomi dall'arduo compito di dovermi mettere continuamente in gioco, di dover dimostrare che nulla della mia fortuna era scolorito col tempo.
Eppure, da mesi ormai, non riuscivo più a metter mano ad una penna, non mi era nemmeno possibile pensare all'idea astratta dello scrivere, tanto che lo studio dove ero solito rinchiudermi per ore a creare i miei romanzi iniziò a sembrarmi un luogo proibito e lontanissimo, nonostante fosse ambiente tutt'altro che separato all'interno dell'appartamento dove alloggiavo. Tormentato com'ero dall'invalicabilità di quella barriera immaginaria, mi costringevo a vagare per le strade in preda all'angoscia e all'ansia, trovandomi a sera soffocato dal peso dell'insoddisfazione e dal rammarico per aver concluso un altro giorno senza che nulla del mio estro creativo si fosse ravvivato. Evitavo quei luoghi altolocati che tanto mi davano appagamento, e così aumentava lo sconforto e il senso di solitudine. Mi sentivo ostracizzato per sempre pur sapendo che l'esilio me l'ero imposto da solo per paura di dover rendere conto circa la mia inattività.
Fu così che iniziai a bere. Nei bicchieri vuotati trovai un rimedio, ahimè effimero e ingannevole, all'aridità che mi prosciugava. Nel bere trovavo compagni di sventura, fantasmi della mente cui congiungermi e un intorpidimento che mi permetteva di offuscare la consapevolezza della rovina. Divenni così pallido e sciupato che sembravo io stesso uno spettro, un residuo umano che vagava penoso per le vie buie della città. Fu questo stato pietoso che mi contraddistinse per diversi mesi, fino a che, in un attimo di lucidità, mi convinsi che dovevo cercare un approdo al morbo che mi stava consumando.

Un mio vecchio amico, di cui non avevo notizie da molto tempo, abitava fuori città, in una landa desolata che aveva ereditato dal padre, ricco proprietario morto in rovina. Il figlio aveva però accumulato un capitale sufficiente a rimettere in sesto i beni di famiglia e qui si era stabilito in piena solitudine, visto il suo carattere diffidente e timido. La sua solitudine e l'antico affetto che ci legava mi convinse a fare i bagagli e, dopo un prudente avviso circa il mio intento di fargli visita, lasciare la mia abitazione per mettermi in viaggio verso la campagna.
Il viaggio si rivelò lungo e tortuoso, dipanandosi lungo un fitto intrico di foreste e strade secondarie dissestate, tanto che dopo un giorno intero di cavalcata ancora non ero giunto a destinazione. Fu solo a notte inoltrata che la mia prospettiva si aprì sulla spianata dove sorgeva la casa del mio vecchio compagno di gioventù. Una fitta nebbia ristagnava sulla spianata dove si ergeva il maniero cui ero diretto, tanto che fu solo grazie ad un momentaneo diradarsi della coltre che potei rendermi conto di essere proprio di fronte alla facciata principale dell'edificio. Appariva incredibilmente cupa, la roccia nera era percorsa qui e là da rampicanti lasciati crescere nell'incuria, mentre dalle finestre non traspariva -vista l'ora tarda- alcuna vita interna. Sul grande portone di legno scuro era incastonato un massiccio batacchio in ferro, che recava lo stemma della famiglia dei padroni di casa. Potei notare che si trattava di una bestia esotica, un leone imbruttito nell'atto di un minaccioso ruggito. Non feci troppo caso al biglietto da visita poco invitante e bussai. I colpi echeggiarono nel buio, senza risposta. Fu solo dopo diversi minuti che sentì dei passi dirigersi verso l'ingresso. Passi lenti, trascinati. Con un colpo secco, quasi come se quell'antro non si fosse aperto da decenni, il portone si spalancò, cosicché potei entrare nel cortile. Qui consegnai il cavallo ad uno stalliere, visibilmente imbambolato dal sonno, e mi feci accompagnare verso l'uscio dal domestico. Era così vecchio e smunto da sembrare un fantasma. Suscitava in me una grande ripugnanza, come pochi uomini fino a quel momento erano riusciti a fare. Una testa stranamente ingrossata, delle mani secche e macchiate, i pochi denti rimasti in uno stato di disfacimento ributtante, gli occhi come impegnati in una spinta fuori dal cranio per non perdersi nemmeno un briciolo di luce.
- Il padrone riposa, mi disse con un sibilo tremolante, vogliate attendere domani per porgergli il vostro saluto. Seguitemi, vi porto alla vostra stanza.
Così feci, dal momento che il viaggio mi aveva oltremodo logorato ed ero ridotto ad un ammasso intirizzito e tremante. Era così tanto che non mi spostavo dalla città che quasi mi ero dimenticato di una gioventù passata a viaggiare per l'Europa, prima che la maturità mi vincolasse nei suoi ritmi ripetitivi e abitudinari. In più, l'alcool aveva così corroso il mio fisico che più volte, durante il viaggio, avevo avuto la voglia di tornare indietro, sentendomi oppresso dalla fatica. Appena entrato in camera mi stesi sul letto e d'un colpo mi addormentai.
I sogni che feci quella notte furono orrendi. Entravo in un luogo oscuro, come delle segrete di altri tempi, dove camminavo su viscide creature che cercavano di arrampicarsi, con le loro zampette pungenti, sulle mie gambe. Nonostante il ribrezzo continuavo a camminare. Fino a che una presenza -perversamente dolce- mi invitava a seguirla, per tramutarsi poi con mio grande orrore in un corpo disfatto e putrescente, che mi attirava a se in una stretta mortale dalla quale era impossibile divincolarsi.

Mi svegliai trafelato alla prima luce del mattino. Una luce diafana, flebile. Ebbi appena il tempo di riprendermi che qualcuno bussò alla porta: era il domestico che mi invitava a scendere nel salone principale per la colazione. Mi detti una rapida sistemata e mi diressi lungo il corridoio nel quale si trovava la mia stanza, fino a raggiungere le scale che la sera prima avevo percorso quasi senza fare caso alla vorticosa ripidità dei gradini. Solo ora notavo, nell'architettura di quel palazzo, qualcosa di insolito. Ogni elemento si protendeva verso l'alto facendosi aguzzo. Dominavano gli spigoli e i motivi ascendenti, dalle vetrate prolungate agli archi a sesto acuto delle volte, per una sorta di ibridazione gotica dal sapore austero ma ridondante di dettagli. Una volta giunto nel salone l'angusto insieme di elementi si diradò, per aprirsi su un vasto assortimento di tendaggi porpora e mobili di legno scuro, tra cui il tavolo posto in mezzo alla stanza, dove era seduto il mio compagno di gioventù. Appena mi sentì arrivare si alzò e mi venne incontro, per stringermi e guardarmi negli occhi. Io feci lo stesso. Come erano passati gli anni! La sua figura conservava l'imponenza della giovinezza, ma si notava una flessione, un inarcamento della persona che partiva dalle rughe intorno agli occhi fino all'andatura lenta e annoiata. I suoi capelli erano di un biondo spento e il suo abbigliamento era rigoroso ma domestico, scevro dalle mode del tempo. Per un attimo però, appena ci salutammo, recuperò il vigore di un tempo.
- Spero che vorrai considerare questa casa come fosse anche tua, mi disse con grande entusiasmo, come a convincermi che non si trattava di una mera formalità, ma di un sincero invito. Parlammo per tutta la mattina, il che mi permise di recuperare pezzi della sua biografia smarriti dopo tanti anni di lontananza. Il padrone di casa mi rivelò di vivere come un esiliato in quella sua grande dimora. Il suo spirito era tormentato, la noia lo opprimeva e dopo la morte della sua compagna il sonno era cosa flebile e discontinua. Per questo non era sembrato adeguato al domestico svegliarlo la sera prima. Scoprì quindi che l'alcool forniva una buona dose di compagnia al mio vecchio amico, il quale riusciva ad assumerne in grandi quantità, come i mesi successivi mi dimostrarono. Nei primi giorni passati assieme sopraggiunse un'allegria che da tempo entrambi avevamo dimenticato: passavamo il pomeriggio a cavalcare nella brughiera o, se il tempo non lo permetteva, a scaldarci al fuoco del grande camino discorrendo di letteratura e di un passato che riaffiorava dirompente. Quel moto di passione però presto si affievolì: il vino che per un primo tempo aveva avuto l'effetto di accalorarci, ora ci lasciava imbambolati e inerti, cullandoci nella noia che tornava a dominare, dopo quell'imprevisto squarcio dovuto alla novità della mia presenza. Come una ferita dopo l'effluvio di sangue, questa si rimarginò per cicatrizzare, riconducendoci entrambi nel nostro malessere, che ora era poco meno opprimente solo per il fatto di essere condiviso. Ripresi a bere fortemente, ma questa volta nell'intento di ricominciare a scrivere, motivo per cui avevo abbandonato la città. Non volevo tornare a casa a mani vuote: sarebbe stata la definitiva rovina, la quale avrebbe potuto avere effetti devastanti sulla mia psiche.
Quel luogo, nella sua tenebrosa quiete, mi affascinava, e presto iniziai a passare diverso tempo chiuso nella mia stanza a lavorare di fantasia, mettendo nero su bianco impressioni ed idee sparse, fino a cominciare a dare organicità a quello che si prospettava come un nuovo acclamato romanzo. Scrivevo molto, e la mia mente era un vortice di pensieri e stimoli. I primi giorni in quel maniero si svolsero in una condizione di pace che sembrava trarre origine dal clima nebbioso e incolore del paesaggio esterno. Questa condizione di anestesia non durò a lungo. Fu una notte della fine della terza settimana, una notte piovosa e quantomai gelida, che le cose iniziarono a cambiare. Appena finita la cena, ebbro di vino e assolutamente annoiato dal clima cupo e grigio, mi ritirai nella mia stanza dopo essermi congedato dal mio commensale. Dopo qualche ora passata al calamaio decisi che era ora di coricarmi: nonostante la pesantezza provocata dal bere, feci una gran fatica a prendere sonno, rigirandomi tra le coperte in preda ad un'ansia insopprimibile. Ansia che ben presto si tramutò in qualcosa di più definito, ma che subito non seppi riconoscere. Cominciai ad osservare la stanza. Le volte alte e appuntite del soffitto sembravano celare presenze minacciose, dalle pietre dei muri giungevano sibili e scricchiolii, le ombre sulle pareti prendevano forme contorte, esasperate. Ad un certo punto capì: era paura! Fui colto da un terrore inesplicabile: era giunto all'improvviso senza che niente avesse contribuito ad accenderlo. Quella paura tornò a tormentarmi le notti successive, che si concludevano ogni volta con sonni deliranti e brevi. Ogni mattina mi facevo sempre più simile, in aspetto e movenze, al padrone di casa: il viso pallido e solcato da rughe, lo sguardo vacuo, i passi trascinati e una sottile angoscia che si esprimeva in occhiate incerte e tremolanti. Doveva provare la mia stessa sensazione, la notte. Quando provai a chiedergli se così fosse si limitò a scuotere la testa e coprirsi il viso con le mani. I giorni passavano tra abbondante vino e un'attività sempre più fervente, solo motivo che mi teneva ancorato a quel palazzo. Ogni notte però il terrore tornava, stimolato da quella casa che diventava ogni notte foriera di suggestioni sinistre, rendendosi ora dopo ora sempre più tenebrosa, man mano che la stagione autunnale si inoltrava verso l'inverno.

Nonostante tutto c'era una forza che mi tratteneva, una forza che andava oltre il mio ritrovato estro artistico: passato un mese ero ancora lì. Erano le due, o forse le tre, quando durante una di quelle eterne veglie un urlo raccapricciante lacerò l'aria, rimbombando sui muri freddi. Era un grido di puro orrore, che mi gelò il sangue, immobilizzandomi invece di indurmi a correre in cerca della fonte di tanto turbamento. Fuori il vento soffiava gelido provocando un sibilo costante. Mi costrinsi infine a mettermi in piedi e uscire dalla stanza. Mi trovai di fronte alla faccia sconvolta del domestico. Ebbi un sussulto: i suoi lineamenti già imbruttiti dal tempo erano deformati dal sonno e dal timore. Facemmo assieme il corridoio diretti verso la stanza del padrone. Bussammo, ma non giunse nessuna risposta, così entrammo: all'interno non c'era nessuno. Decidemmo di scendere al piano inferiore, dove si trovava il salone. Quella notte tutti quei dettagli aspri che avevo notato al mio arrivo sembravano aumentati di intensità: sopra il mio capo pendevano come una minaccia i soffitti ogivali, le ombre generate dal candelabro del domestico proiettavano macchie terrificanti sui muri. Ebbi un brivido. Una volta giunti nel salone fummo costretti ad abbandonare la prudenza per correre incontro al mio amico, che stava per terra, seminudo e tremante. Quando lo guardai in viso ebbi un fremito: i capelli erano diventati bianchi e gli occhi erano sbarrati in un'espressione di terrore puro. Lo riportammo nella stanza in uno stato delirante. Continuava a biascicare con la voce rotta parole tra cui distinsi “male”, “demonio”, “Lenora”. Lenora era sua moglie.
Dopo quella notte non si riprese più. Giaceva a letto dimenandosi, in uno stato di perenne agitazione. Da quel giorno le cose peggiorarono anche per me. Iniziai a bere sempre più, e più bevevo più scrivevo. Nello stesso tempo però la casa si faceva sempre più minacciosa. Ogni singolo anfratto sembrava celare un pericolo, un presagio oscuro. Mi trovai in una condizione di paranoia annichilente. Vagavo per i corridoi tremante, in preda ai deliri dell'alcool e alle suggestioni spettrali derivanti da un arazzo sventolante, da una forma dietro una tenda, da un'armatura che urtavo rumorosamente. Avevo perso ogni pace. Nel frattempo però le pagine del mio romanzo si moltiplicavano, facendomi intuire che presto sarei potuto partire da quel luogo maledetto. La speranza di un rientro glorioso era diventato motivo di fiducia ma nello stesso tempo si mischiava ai miei deliri, facendosi necessità malsana e spasmodica.

Quella notte, doveva essere già dicembre, ero riuscito ad addormentarmi senza sforzi, forse perché il vino che avevo ingoiato con più devozione del solito aveva vinto ogni mia resistenza. La stessa forza non valse però ad impedirmi un risveglio brusco, dopo un orrendo incubo. Era lo stesso del mio arrivo, sentivo ancora le creaturine ripugnanti che mi si arrampicavano sulle gambe. Sentivo quella presenza cadaverica, il suo richiamo. Poi udì una voce lontana, un lamento profondo e gutturale. Il terrore si impossessò di me. Per convincermi di non stare ancora sognando mi detti un pizzicotto: ero sveglio. Tuttavia sogno e realtà, in quella coltre di tenebra solcata dall'infuriare della tempesta al di fuori della mia finestra, si erano come fusi assieme, facendo sfumare i confini che delimitavano la fine dell'uno e l'inizio dell'altra. Non so perché ma mi alzai dal letto. Quella voce prima mi pietrificava e un momento dopo mi ammaliava. Dolce, perversamente dolce. Percorsi il corridoio immerso in un'oscurità rotta dai bagliori dei lampi che penetravano dalle vetrate. Ogni dettaglio era così ingigantito, aumentando il mio estremo disagio. La voce continuava a penetrarmi nelle ossa, facendosi incredibilmente suadente. Non mi accorsi di essere arrivato alle scale, perché d'un tratto mi mancò il terreno sotto i piedi e precipitai rovinosamente al suolo. Riuscì ad aggrapparmi alla ringhiera, ferendomi la mano che cominciò a sanguinare. Non potevo comunque tornare indietro, così mi strinsi l'arto dolorante nella veste e proseguì. Il salone era deserto, restavano solo le braci a crepitare fievolmente e proiettare una debole luce rossastra sulle pareti e sui mobili scuri. Ad un tratto mi sentì sfiorare da qualcosa. Sentì i capelli rizzarsi, come se mi fosse appena passata accanto la morte. Con la coda dell'occhio percepì una sagoma veloce. La seguì. Iniziai a percorrere corridoi di cui prima di allora non avevo nemmeno immaginato l'esistenza, passai tra porte consunte inoltrandomi nelle profondità di quella casa che non mi figuravo tanto grande. Mi trovai così in una sorta di cantina che incombeva su di me con un soffitto basso e disseminato di ragnatele. Potevo sentire sotto i miei piedi, di tanto in tanto, lo scricchiolare di qualcosa che finiva sotto i miei passi, facendomi inorridire dal disgusto. La voce, per un attimo arrestatasi, d'un tratto ricominciò col suo lamento. Questa volta era vicinissima, sembrava provenire dal fondo dello stretto corridoio nel quale mi ero voluto ficcare. Rimaneva solo una porticina tra me e quella voce. La aprì.
Mi trovai in una stanza stretta e lunga, forse un tempo utilizzata per tenere il vino al fresco. In mezzo alla stanza, appena celata da una colonna, una figura femminile. Era tanto pallida che sembrava emettere una luce lunare, seppur debolissima. Teneva il capo chino e i capelli corvini le coprivano il volto. Stava con le mani congiunte, quasi in preghiera. C'era però qualcosa di sinistro nella sua postura, stranamente piegata su un fianco in una posizione innaturale. Mi avvicinai a piccoli passi. Man mano che mi avvicinavo sentivo come un sibilo, un leggero fischio, che col diminuire della distanza diveniva sempre più acuto, disorientandomi. Riuscì comunque ad arrivare ad un passo dalla creatura. Allungai una mano, cercai di toccarla. Fu allora che il fischio esplose in un grido agghiacciante, e la presenza si voltò verso di me scoprendo il volto. Lo spettacolo fu orrendo. La pelle cadeva sulle guance, svelando la carne disfatta, ingrigita. Gli occhi erano due bulbi che mi fissavano indemoniati e la bocca uno squarcio fetido che emetteva questo suono raggelante. Feci per voltarmi di scatto e scappare, ma, sopraffatto dalla paura, inciampai e caddi, svenendo.

Mi risvegliai nella mia stanza: il domestico si apprestava a porgermi una tazza di vino, che bevvi tremante, ritrovando un minimo di lucidità. Subito però mi tornò alla mente l'esperienza terribile di poco prima e fui colto da un singhiozzo così disperato che per un attimo il domestico stesso trasalì, colto anche lui dall'orrore. Come mi disse mi aveva trovato nelle cantine privo di sensi dopo aver udito un urlo agghiacciante, forse più di quello sentito la notte in cui il padrone aveva perso la salute. Dopo essersi accertato della mia ripresa mi abbandonò. Gli dissi che sarei partito il giorno dopo, il più in fretta possibile.
Fui di parola. Appena sveglio accumulai tutte le mie cose, compreso il voluminoso insieme di fogli che avevo riempito di parole durante quel mio soggiorno, e partì verso la città. Non prima di aver salutato il mio amico. Si era ripreso appena, senza però riuscire a trovare le forze per scendere dal suo giaciglio. Ci scambiammo un saluto commosso, promettendoci un nuovo incontro. Poco prima del commiato definitivo, in un improvviso moto d'angoscia, mi prese la testa e mi avvicinò a sé.
- L'hai vista anche tu. Io lo so che l'hai vista. Ed è stato terribile, vero? Ma tu l'hai vista, la mia Lenora, era così bella... Ed ora...
Non ritenni il caso di rispondere e mi affrettai ad abbandonare quel luogo, turbato e disorientato. Fui in città a notte inoltrata. Rientrato a casa dormì a lungo.

Mi svegliai che era mezzogiorno. Le mie cose erano sparse sul pavimento ed io ero ancora vestito. Rimaneva in me un senso di spaesamento che considerai legato alla fatica e allo spavento. Dovevo bere un goccio, così rovistai negli armadi per un po' d'alcol. Ne trovai, mi fece sentire meglio. Dopo essermi dato una lavata misi i vestiti buoni, quelli delle grandi occasioni, e uscì di casa con il mio romanzo. La città non mi era mai sembrata così estranea, ma non me ne curai e tirai dritto verso il mio editore, che avrebbe sicuramente smorzato il senso di disagio che continuavo a provare. Mi dovetti fermare in un caffè perché la voglia di bere si era fatta dirompente. Ne uscì mezzo ubriaco. Le persone attorno mi deridevano, non credevano che il grande letterato fosse tornato in pista, lo sentivo, lo leggevo sui volti. Ero sconvolto. Arrivai dall'editore che mi accolse calorosamente.
- Dio mio come vi siete fatto magro. E come siete pallido! Sicuro di sentirvi bene? Dal suo viso percepivo un sincero stupore, oltre che una nota di preoccupazione per il mio aspetto, che doveva essere terribile. Lo rassicurai sul mio ottimo stato di salute e gli porsi il manoscritto. Il suo viso si illuminò. Mi congedò e mi promise di cominciare a vagliare il contenuto immediatamente.
Uscì da quell'ufficio raggiante e mi convinsi a fare un salto al caffè letterario, per annunciare la notizia ai miei ammiratori. Appena uscito in strada, però, mi sentì chiamare. L'editore aveva il viso paonazzo e agitava il faldone rabbioso.
- Chi vorreste prendere in giro? È inaudito, una cosa così non mi era mai capitata!
Mi porse il mucchio di carta e mi invitò a sfogliarlo. Fu con estremo stupore che mi accorsi di una cosa tremenda, per la prima volta: tutte le pagine del romanzo erano immacolate. Erano bianche! Mai una parola era stata impressa su quei fogli rimasti vergini. Impallidì, per un attimo fui sovrastato da un senso di nausea. Dovetti appoggiarmi al muro. Ero diventato pazzo, mi ero immaginato un'attività strabordante che altro non era che una fantasia ossessiva. Quella casa mi aveva fatto perdere la ragione. Appena questo pensiero mi sfiorò, non so perché, ma iniziai a ridere.
- Ridete! Vi prendete gioco di me! Non provate più a farvi rivedere, mai più, fallito! Ubriacone! L'editore mi sbraitava addosso la sua rabbia con cattiveria e io ridevo, fino a che la mia risata non si fece oltremodo fragorosa, costringendomi ad accasciarmi a terra. Mi dimenticai di quell'ometto rancoroso che mi insultava, mi dimenticai chi ero, perché ero lì, che ruolo avevo in quella città. Mi ricomposi, sempre ghignando. Guardai l'editore con uno sguardo che lo fece tacere immediatamente. Poi scoppiai in un'altra risata. Mi voltai e mi misi a camminare.
Entrai nel primo bar che trovai. Ci entrai in preda ad un delirio inarrestabile, ad un completo straniamento.
Ci entrai per non uscirne, mai più.

Matteo Castello

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