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Visualizzazione dei post da Agosto, 2012

#09 Dischi di settembre (con il ➒) ♋

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Ed eccoci al mese più bello dell'anno. Malinconico, colorato, profumato. Settembre è adatto per i dischi importanti, quelli che ti guidano per tutto il resto della fine dell'anno, per poi accompagnare l'inizio di quello nuovo. Dischi di confine, quindi, resi ancora più liminali dal loro essere del 1969, dunque aperti al salto verso l'ignoto, e quindi inclini a una carica o una malinconia ancora maggiore. Buon ascolto!
► 1969
Townes Van Zandt - Townes Van Zandt (Poppy)

Disco affascinante e delicato, quello del cantautore americano, qui al terzo lavoro. Sui solchi di quanto fatto da Bob Dylan, Jackson C. Frank, Eric Andersen e più in generale dalla nuova generazione di folkers americani, Van Zandt innesta un suo particolare approccio quieto e poetico impregnato di americana e country, riallacciandosi direttamente a gente come Hank Williams o Ernest Tubb, insomma a una tradizione profonda che sarebbe stata riadattata, tra la fine dei Sessanta e i primi Settanta, da Byrds,

Amore, forse è meglio se smettiamo di farci...

Si alza, la testa un po’ scossa. Il piede non trova la ciabatta, era sicuro fosse lì. Barcolla fino alla porta ancora mezzo confuso. Ha un vago sentore di urgenza per la testa – ah sì, la sveglia – e quasi non si rende conto che è già in cucina. Mentre cerca la caffettiera d’istinto, lascia che il cervello connetta lentamente, senza sforzi. La sensazione di urgenza passa, lo shock della sveglia è finito. Arriva un’ondata di malinconia mentre ormai la caffettiera è già magicamente pronta. 
Cri si ferma un attimo, la fissa e per mezzo secondo si chiede come ha fatto a montarla in questo stato d’incoscienza. Ripercorre due passaggi all’indietro e si ritrova impantanato in quella vischiosa malinconia mattutina. Perché, perché? Spalanca le tende ma la nebbiolina autunnale non lo aiuta. I lampioni arancio delle sei di mattina si vedono a stento in mezzo a tutta quella foschia. Evvai! Un’altra giornata che comincia col piede giusto. “Caffèèè”

Non mi puoi giudicare

Sospendere il giudizio per un po'. Una settimana, un giorno, qualche ora. Non sarà difficile, che ci vuole? Esco di casa, faccio le scale e sono fuori. L'aria è calda e le macchine scorrono veloci approfittando del semaforo verde. Una rallenta quando scatta il giallo, quelle dietro strombazzano rumorosamente. “Coglione, dovevi passare! È col rosso che si sta fermi, con il giallo acceleri e passi. P-a-s-s-a-r-e, capito?!” Scimmioni decerebrati, penso. Ma aspetta, no: nessun giudizio. Questo È, quello È, punto. Giudicare è come sputare nel piatto in cui mangi: lo avveleni e sei comunque costretto a mangiarlo. Quindi mangia e stai zitto. Cerco di convincermi che questo sarà l'atteggiamento giusto, cioè, quello che adotterò nel prossimo periodo indefinito. Fosse anche mezzora. Il mio terreno di prova ce l'ho proprio qui, appena scese le scale, fuori dal portone di casa. Così continuo lungo il marciapiede, pensando che in fondo è tutto così normale: la gente ha fretta, è o…