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Visualizzazione dei post da Agosto, 2012

Problemi e prospettive dell'industria valdostana

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Invece di essere un sistema locale a sé stante, cioè un luogo caratterizzato da autonomia d'azione da parte dei soggetti insediati in esso, nel nome della condivisione di un progetto di sviluppo (e non ambito di ruoli predefiniti e fissati da una qualche autorità superiore), la Valle d'Aosta non è riuscita ad affrancarsi dal ruolo, già stigmatizzato da Massimo Lévêque negli anni Ottanta, di “area periferica” di altri sistemi locali. Questo significa che gli attori che hanno guidato la riconversione industriale durante gli anni Ottanta e Novanta (in particolare l'Amministrazione regionale), non hanno saputo innescare significativi processi di agglomerazione territoriale delle attività produttive.
Il periodo che procede dalla crisi industriale di fine anni Settanta ai tentativi di ristrutturazione susseguitisi fino a oggi, è stato caratterizzato, usando le categorie analitiche di Giuseppe Dematteis, da una territorializzazione delle attività industriali di tipo “passivo”: l…

Amore, forse è meglio se smettiamo di farci...

Si alza, la testa un po’ scossa. Il piede non trova la ciabatta, era sicuro fosse lì. Barcolla fino alla porta ancora mezzo confuso. Ha un vago sentore di urgenza per la testa – ah sì, la sveglia – e quasi non si rende conto che è già in cucina. Mentre cerca la caffettiera d’istinto, lascia che il cervello connetta lentamente, senza sforzi. La sensazione di urgenza passa, lo shock della sveglia è finito. Arriva un’ondata di malinconia mentre ormai la caffettiera è già magicamente pronta. 
Cri si ferma un attimo, la fissa e per mezzo secondo si chiede come ha fatto a montarla in questo stato d’incoscienza. Ripercorre due passaggi all’indietro e si ritrova impantanato in quella vischiosa malinconia mattutina. Perché, perché? Spalanca le tende ma la nebbiolina autunnale non lo aiuta. I lampioni arancio delle sei di mattina si vedono a stento in mezzo a tutta quella foschia. Evvai! Un’altra giornata che comincia col piede giusto. “Caffèèè”

Non mi puoi giudicare

Sospendere il giudizio per un po'. Una settimana, un giorno, qualche ora. Non sarà difficile, che ci vuole? Esco di casa, faccio le scale e sono fuori. L'aria è calda e le macchine scorrono veloci approfittando del semaforo verde. Una rallenta quando scatta il giallo, quelle dietro strombazzano rumorosamente. “Coglione, dovevi passare! È col rosso che si sta fermi, con il giallo acceleri e passi. P-a-s-s-a-r-e, capito?!” Scimmioni decerebrati, penso. Ma aspetta, no: nessun giudizio. Questo È, quello È, punto. Giudicare è come sputare nel piatto in cui mangi: lo avveleni e sei comunque costretto a mangiarlo. Quindi mangia e stai zitto. Cerco di convincermi che questo sarà l'atteggiamento giusto, cioè, quello che adotterò nel prossimo periodo indefinito. Fosse anche mezzora. Il mio terreno di prova ce l'ho proprio qui, appena scese le scale, fuori dal portone di casa. Così continuo lungo il marciapiede, pensando che in fondo è tutto così normale: la gente ha fretta, è o…