#9 Dischi di settembre (con l'➑) ∞

I'll keep on running, you'll keep on flying


Ogni volta che mi ritrovo in fase di atterraggio mi chiedo quanto poco ci voglia perché qualcosa vada storto. Vedo già il pilota colpito da un colpo di sonno, un altro aereo che ci ingombra la pista o, più spesso, il nostro aereo che manca di misura l’atterraggio. Fino all’ultimo acqua, poi qualche albero sparso e, quando meno ci credi, ecco che spunta un lingua di cemento ad accogliere questo grasso uccello di lamiera. Se solo fossimo atterrati dieci metri prima. Venti. Mi cullo nella certezza dell’errore per scacciare finte paure che non riesco a radunare dentro di me. Ho più paura che l’aereo si possa schiantare o del fatto che ciò non mi mette alcun timore?
Che razza di persona sono diventato? Un aereo che precipita non è più nei miei piani, non mi preoccupa più. Non fa parte delle mie priorità. Che precipiti pure, abbraccerò la novità.
Aria di estero, vacanza, comincia a filtrare nel velivolo che si appresta a fermarsi. Welcome to Amsterdam. Welcome to Copenaghen. Welcome to Prague.

Sento elettricità nell’aria, mi scuoto, raddrizzo la schiena, butto il naso al vento e gli occhi al cielo. I primi passi su questo duro cemento hanno proprio il sapore di Olanda. Di Danimarca. Di Repubblica Ceca.
In coda per i bagagli, per la prima volta nella mia vita, non fremo dal terrore che il mio bagaglio mi scorra invisibile davanti agli occhi. Quando ero giovane, mi pervadeva un’ansia quasi ossessiva finché non riconoscevo quella valigia nera. O blu. O verde. Ora semplicemente faccio finta che non m’interessi. Contengo l’ansia dento il mio piccolo angolo dell’ “I don’t care anymore”.
Ma non oggi.
Sarà che la valigia è mezza vuota, sarà che sto maturando, sarà che è da quando ho messo piede in questo dannato paese che mento a me stesso e non riesco ad abbassare questa guardia di normalità.
Va tutto bene, è tutto normale.
Sono un turista come un altro.
No, sono un....
Avrò tutto il tempo per accusarmi più tardi, prendiamo sta valigia.
La cartina sotto gli occhi. Sospiro. Mi fermo un attimo. Voglio godermi questi ultimi momenti di assoluta identità. Raccolgo qualche particolare qua e là per immortalare il momento…
…sono l’unico fermo a guardare la cartina all’uscita dell’aeroporto
…l’aeroporto è nuovo, un sacco di vetri
…poca gente, quattro persone ferme davanti a me. Una famiglia direi
… odio le magliette “I love Malta”, saranno italiani anche loro
…chissà chi mai verrebbe in qua dal Bangladesh, eppure un aereo sta atterrando
…volo delle 13:45
… anche il mio orologio segna le 13:45, wow
Mi dovrei mettere in marcia ma ogni secondo passato senza riabbassare gli occhi sulla cartina m’infonde una strana sensazione di onnipotenza. La falsa illusione che qualcuno dall’altra parte del filo stia vivendo questi minuti in ansia. In attesa. Sofferenza.
Sono un sadico e un sognatore.
Abbasso gli occhi sulla cartina. Lo sapevo, un hotel in centro, ti sei trattata bene eh? Aspiro ancora un sorso di quell’aria d’indifferenza che faccio finta di vestire. Mi accorgo di avere il cellulare in mano e lo ritiro subito in tasca. Voglio ritardare il più possibile questo momento e che non sia assolutamente per messaggio. Sarà una sorpresa.
Taxi!
Una vista sul mare e poi a capofitto in una marea di edifici colorati. Palazzi imponenti e casette sorridenti. Una città pulita, devo ammetterlo. Mi piacerà. No, mi piace, lo so già e, se anche non mi fosse piaciuta, me la sarei fatta piacere comunque. Per te. Lo so.
Le strade continuano a susseguirsi con calma e dolcezza. Ad ogni semaforo il tassista mi spara una battuta in un inglese incredibilmente fluido. Butta indietro la testa e mi lancia un sorriso sotto i suoi baffi biondi. Deve credersi molto simpatico.
Ad ogni semaforo mi scivola un “yeah, nice” di bocca.
Gli basta poco.
Non riesco a levarmi l’amaro di bocca. È la nostra vacanza ora. Finalmente ho dato una svolta a quest’estate sciatta e ti ho raggiunta, non sarai più sola, ci sono anch’io. Saremo solo noi due, sarà stupendo, tornerà tutto come una volta. Senza distanze, senza odio, senza amore.
Niente, non riesco a convincermi.
Ringrazio e pago.
Mi serve un’altra pausa così mi svacco su una panchina a fumarmi un trinciato. Ne ho un paio già girati, di riserva, ma decido di rollarne un altro. Altro tempo guadagnato.
Mentre aspiro e butto fuori il fumo, mi si svuota la mente. Nessun pensiero, solo io e la mia sigaretta. La gente passa, molti turisti si fermano qua e là. Qualcuno mi rivolte uno sguardo di sfuggita e poi un altro. Saranno i miei capelli. Sarà che sistemato così sembro proprio un barbone. Questo posto ha un’incredibile aria di pulito, ordine, democrazia. Una vecchietta e due ragazzi aspettano il tram. Sorridono tutti. Anche la vecchia non sembra così vecchia. Un piccione cammina svelto a pochi passi davanti a me.
Il cielo è così. Blu.
E che sole.
Relax.
Arrivo al tuo hotel che sono già passate le mie prime quattro ore sul suolo olandese. O danese. O ceco. Come scorre lento il tempo quando smetti di contare il tuo e tieni gli occhi fissi su quello di un altro.
Mi avrai pensato, queste quattro ore?
Chiedo se alloggi qui. Me lo confermano. Chiedo se posso salire. No.
Aspetterò. Ti aspetterò.
Mi siedo ancora ma questa volta non riesco più a resistere. Devo buttare un po’ di pepe su questa sorpresa. Voglio pregustarla.
Ti scrivo qualcosa come “Carino il tuo albergo! Un po’ scorbutico l’usciere…. Quand’è che mi chiami a vedere la camera?! =)”.
Butto il cell sul silenzioso nella tasca davanti della valigia. Se anche mi rispondi subito, voglio comunque godermi i miei cinque minuti di suspense.
Chissà cosa mi risponderai. E se magari, invece, ti vedo passare qua davanti? Ti salto addosso? Ti chiamo da lontano, facendo finta di nulla?
E tu? Sarai contenta, ti farà piacere? Beh, certo, me lo hai detto te che potevo venire quando volevo. Che non era stata una grande idea partire da sola. Che avresti voluto chiedermi di venire ma non sapevi quanto potevi sbilanciarti con me. Sì, avevi usato proprio quella parola: sbilanciarti. E io sono venuto. Che pazzo.
E se non…
No, voglio sapere. Mi butto sulla valigia e rovisto freneticamente finché non trovo il cell. Un messaggio. Tuo.
Eddai, che potrai mai avermi scritto?
“Ciao! :) Come stai? Perché il mio albergo? Dove l’hai visto? Io domani riparto per la Spagnaa!! Mi serve proprio un po’ di mare, qua non è stato il massimo.”
“No, niente, l’ho visto su Google. Buona vacanza”
Faccio un bel respiro. È meglio muoversi…

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