#5 Dischi di maggio (con l'➑) ∞

Funghi

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Vedete le lamelle? Guardate le lamelle, guarda anche tu Marzia, che ogni tanto mi ci cadi ancora, sulle lamelle: tutte convergono verso il margine del gambo, visto? Ma non come quelle sub-libere, quelle del fungo appena passato in rassegna; queste vanno a congiungersi più giù, scendendo in lunghezza sul gambo, come per abbracciarlo. Vero Marzia? Questa è una Galerina marginata e potreste trovarla tra il muschio, oppure sui tronchi morti di pini e conifere in generale. Potreste raccoglierla, nessuno ve lo impedisce. Scherzo, Marzia. Fate attenzione, cari soci, non raccoglietela, perché il fungo in questione è uno dei più velenosi che esistano, ed è facile confonderlo col chiodino o col piopparello. La sua assunzione comporta dolori addominali, nausea, diarrea, fino alla morte tra atroci sofferenze. Niente di carino, no no! Vero Marzia?

Se Dario, da otto anni presidente della società micologica provinciale, avesse saputo a cosa Gemma stesse pensando mentre lui parlava di piopparelli, chiodini, sintomi, di certo avrebbe smesso di trattarla con quella insopportabile sufficienza. Indugiava sempre sui sintomi, Dario, cercando di inserire almeno un accenno a quanto dannosi e sgradevoli potessero essere i danni causati dai funghi velenosi una volta mangiati da qualche raccoglitore inesperto. Portava, ogni volta che gli si presentava l’occasione, ritagli di giornale riguardanti casi di intossicazioni singole o di gruppo, più o meno mortali, con novizia di dettagli snocciolati da collaboratori appena ventenni ingaggiati senza speranza di carriera da scabrosi settimanali locali. E i continui ammiccamenti a Marzia, non ne parliamo. Quella di funghi ne capisce come ne capisco io di fisica nucleare, pensava Gemma, che invece ne capiva molto, addirittura – così amava pensare, per quanto non fosse sua intenzione darlo a vedere, visto un innato istinto alla sotto-esposizione – più di Dario, il quale di funghi era un vero esperto, sebbene più interessato, o così pareva a Gemma, alle nuove reclute dell’associazione, solitamente giovanissimi ragazzini imberbi iscritti da qualche genitore premuroso (quale ambiente più sicuro di un club micologico?), oppure donne e uomini di mezza età desiderosi di allargare le proprie frequentazioni sociali. Marzia apparteneva al secondo gruppo, che era quello al quale Dario era più legato, sebbene paresse una sedicenne mentre reagiva alle provocazioni del presidente con risate sguaiate e simulati gesti di sdegnata (ma raggiante) indignazione.

Gemma pensava che Dario sarebbe anche stato attraente senza quel gilet marrone stinto che portava sopra una camicia a quadri con le maniche tirate su, il primo bottone mancante, lasciando che un folto ciuffo di peli facesse capolino sul margine di un petto villoso. Aveva spalle larghe e i jeans aderivano piuttosto bene alle gambe allenate, lo notava sicuramente anche Marzia. Eppure gli occhi di quell’uomo dal fisico tonico e dai capelli ancora folti nonostante l’età, brillavano di una ambigua morbosità, di una foga maniacale verso il principale oggetto di gite, conferenze, cene riservate ai soci, riunioni di inizio stagione. I funghi sembravano eccitarlo, e forse tutto quell’interesse nei confronti delle nuove avvenenti reclute non era altro che il desiderio di un corpo ospite sul quale inseminare la sua strabordante passione. Quello sguardo abbacinato comprometteva ogni altro tratto, accoppiandosi a movimenti blandi e sciolti che a volte ricordavano certi lumaconi scorrazzanti tra l’insalata dell’orto di Gemma, a un’aria allampanata e distratta, a una generale trascuratezza. Eppure, pensava Gemma mordicchiandosi il labbro inferiore, quelle gambe dovevano essere muscolose, quei glutei, fasciati dal tessuto leggermente consunto dei jeans, tonici e sodi. Se Dario avesse immaginato i suoi pensieri avrebbe sostituito il nome di Gemma a quello di Marzia nelle sue frecciatine leziose: una prospettiva decisamente poco invitante che ogni volta la dissuadeva dall’indugiare nelle sue fantasie.

Si era iscritta alla società micologica quattro anni prima. Il motivo: amava i funghi, i boschi, la compagnia di persone discrete e non invadenti. Non le erano mai piaciute le folle schiamazzanti delle feste e dei locali serali, né la competitività del mondo sportivo (per quanto fosse una discreta nuotatrice e frequentasse regolarmente la piscina comunale, anche se nelle più tranquille ore serali), ma amava le compagnie occasionali ed esclusive, dove lo scopo del vedersi fosse legato a qualche obiettivo pratico, facilmente delimitabile. Il gruppo di lettura che seguiva assiduamente, ad esempio, nonostante la sua proposta di autori come Miller e Huxley si fosse rivelata un vero fallimento. La signora Rosa, tra le più autorevoli componenti del gruppo creato dalla giovane bibliotecaria della piccola ma ben fornita struttura pubblica, aveva trovato certi passi semplicemente indecorosi, per non parlare di altri esplicitamente pornografici. Non che ci fosse per forza qualcosa di male nella letteratura erotica (e definire Miller erotico era eufemistico), ma il gruppo era nato per scambiare commenti su pagine più edificanti, o quantomeno legate alla contemporaneità, ai problemi del mondo. Tutti si erano trovati d’accordo. A Gemma invece Miller piaceva, e al di là di un certo imbarazzo non si era particolarmente risentita della decisione del gruppo: non sarebbero stati loro a mettere in ombra uno degli autori più geniali del secolo passato, aveva pensato. Certo, pornografia, perché no? Ma era solo un trucco, un modo per catturare il lettore nelle torbide spire degli strampalati rapporti sessuali del protagonista e poi portarlo altrove, in un continuo saliscendi fatto di discese pruriginose e ascese siderali. Quel modo di mescolare marketing spietato e grande letteratura le piaceva. Non piaceva al gruppo, però, al quale tuttavia non avrebbe negato la sua presenza e i suoi pareri sui libri proposti di volta in volta.

Seguiva anche le riunioni di ascolto parrocchiale che settimanalmente, grazie ad un modernissimo – a detta di molti e anche di Gemma – don Luigi, giovane parroco di larghe vedute, proponeva dibattiti su tematiche scottanti, urgenti, dalla politica internazionale a più quotidiane questioni morali. L’ultima riunione era stata dedicata al matrimonio: “L’indissolubilità della coppia cristiana nell’epoca dei rapporti liquidi” era il titolo scritto sulla locandina, proposto con successo da un signore che pensava che la società liquida di cui parlava il noto filosofo potesse ridare solidità al vincolo del matrimonio, vista l’impossibile conciliazione della vita sociale e affettiva – un’esigenza imperitura, per il parrocchiano – con la totale assenza di stabilità, con l’anarchia sessuale ed emotiva dominante il presente. Torneranno alla Chiesa come è tornato il figliol prodigo dopo la sua parentesi dissoluta, aveva detto quel signore.

Perché non si era sposata?, pensava Gemma durante il dibattito. E perché mai?, era la risposta. Perché vincolarsi a qualcuno in modo così inderogabile? Di uomini ne aveva avuti diversi, come tutte aveva fatto le sue esperienze. Da ragazzina si sentiva come ogni altra, per questo la sua pubertà se l’era fatta scivolare alle spalle come qualcosa di non suo: l’adolescenza era un ritmo meccanico dettato da imitazione, ormoni, imposizioni più o meno sensate. Aveva avuto i suoi primi rapporti sociali e sessuali, si era truccata per uscire la sera, aveva sperimentato abiti più o meno provocanti, aveva cercato uno stile “personale”: una musica da ascoltare, un attore preferito, un’ideologia politica, un ragazzo ideale, fino a che un giorno aveva scoperto che gli uomini non erano poi un granché, e non valeva la pena legare un progetto di vita ad un uomo in particolare. Così, molto tranquillamente, si godeva fugaci (e il più possibile discrete) avventure. Non era brutta, anzi, si considerava abbastanza attraente, per quanto l’avessero sempre etichettata come il classico tipo “acqua e sapone” (motivo per cui Dario non la degnava di uno sguardo). Aveva però imparato a sfoderare alcune personalissime armi di seduzione, collaudate nel tempo e tenute in serbo per occasioni speciali, come le rarissime volte in cui decideva di lasciarsi andare alle serate aperte al pubblico organizzate dalla scuola enologica del paese vicino. Il fatto, tuttavia, è che non era particolarmente interessata alla sfera affettiva, tutto qui. E così mentre i parrocchiani discutevano sui trucchi per mantenere salda la coppia nonostante le avversità di un presente che le pareva tutt’altro che liquido, lei si sentiva piuttosto felice di poter tornare a casa da sola, mettersi in pigiama e guardare un po’ di televisione, o bersi un goccio di liquore forte, o sedersi per terra e passare in rassegna i dischi che le piaceva ascoltare, o di cui semplicemente amava guardare le copertine. Si sentiva un’universitaria, in quei momenti, e non percepiva minimamente il peso dell’età, lasciata avanzare senza troppi pensieri, coltivata con la spensieratezza con cui si lascia crescere un’ erba aromatica spontanea.

Le serate in cui usciva per andare al gruppo di lettura, alle riunioni micologiche, alle sessioni di ascolto di don Luigi, o ancora alle degustazioni di vino o alla rassegna cinematografica autunnale frequentata perlopiù dalla classe docente delle scuole superiori, le piaceva percorrere il breve tragitto che separava il centro da casa sua a piedi, qualsiasi tempo facesse. Un vantaggio della sua città era proprio che ogni distanza, o quasi, poteva essere coperta senza ricorrere alla macchina. Abitava in una piccola città, eppure esistevano stacchi netti che separavano il centro dalla periferia: mondi vicini eppure lontanissimi, dove bastavano un paio di rotaie per creare barriere invalicabili. Le strade ciottolate e lucide dopo le pioggerelline serali del centro facevano posto a casermoni e stradoni deserti, a grandi magazzini e file di parcheggi colmi di auto anonime, dai vetri appannati e dalle personalizzazioni standardizzate, rosari appesi ai retrovisori, volanti in peluche, serigrafie sulle fiancate, cerchioni cromati, copri sedili ergonomici. Le piaceva scrutare all’interno delle auto, in un tentativo disinvolto di cogliere tratti personali tra le lamiere tutte uguali. Fortunatamente il suo quartiere, seppur periferico, conservava un’anima che lo distingueva dalle colate di cemento che delimitavano il centro storico di qualsiasi città avesse visitato. Il suo quartiere era stato progettato a partire dagli anni Venti per far posto ad immigrati provenienti dal Nord Est e poi dal Sud, attratti dai posti di lavoro della nuova fabbrica cittadina, e conservava un disegno, un’idea di come l’uomo dovesse vivere nel suo ambiente urbano (e quale tipo di uomo dovesse viverci), caratteristiche che nell’architettura popolare moderna sembravano perse, per quanto non si intendesse affatto di queste cose. Brutto o no, si trattava di un quartiere umano, ecco tutto, e lei lo apprezzava per questo. La sua casa, come quelle di molti suoi vicini, era dotata di un giardinetto che, per quanto non grandissimo, era sufficiente a coltivare un orto, dove Gemma riusciva a tirar su qualche pomodoro, zucchini, insalata e fagiolini.

Il giorno della gita nel bosco per celebrare la fine di una bella settimana di pioggia insistente, Gemma non accettò la proposta di condividere un paio di macchine per raggiungere la località prescelta, a poco più di mezzora da casa sua. Preferiva raggiungere il gruppo sul posto e godersi la guida. La sua auto giaceva sotto un telo coperto dalle prime foglie secche dei platani che contornavano il viale: non la usava da un po’, per questo aveva voglia di guidare. Ma non solo: quel giorno si sentiva più solitaria del solito, e la scusa della gita le avrebbe permesso di scuotersi dal torpore e dedicarsi un po’ a se stessa. Non vedeva l’ora di sentire il profumo fradicio degli alberi, del muschio, del fogliame che iniziava ad accumularsi per terra. Di benzina ne rimaneva a sufficienza. Arrivò alla fine della strada asfaltata per ultima: tutti erano già lì, Marzia era appoggiata ad una macchina e si stava infilando un paio di scarpe da montagna nuove di zecca. Scarpe che non entravano, nonostante gli sforzi profusi dalla proprietaria, che sfoggiava una tuta da ginnastica attillata e un pile rosa. Dario si offrì di aiutarla. Oltre a loro una coppia di sessantenni, armati di zaini e coltellino opinel, sacchetti di plastica e cappellini alla pescatora dello stesso colore, oltre a un ragazzino di non più di 13 anni che pareva non dormire da secoli (e invece molto probabilmente costretto dai genitori ad una sgradita sveglia domenicale anticipata), una professoressa delle scuole medie quarantenne che non mancava ad un evento del club da più di dieci anni, e Giuseppe, il fondatore dell’associazione, settantacinquenne di ferro, maestro di Dario, autore di numerosi volumi per specialisti e un paio di libri di ricette a base di funghi pubblicati da una piccola casa editrice locale.

Sei arrivata anche tu, bene!, disse Dario senza nascondere un velo di disappunto per la mancata puntualità, tutto rosso in faccia dopo essere riuscito ad infilare il secondo scarponcino a una gongolante Gemma, visibilmente accaldata, che ora si aggiustava il pile tirando giù la cerniera fino a scoprire una generosa scollatura. Dai, andiamo, oggi sarà pieno di funghi. Chi trova il primo porcino vince!
La comitiva, Dario in testa, formò una fila precaria che subito si sparse a raggiera tra i tronchi fitti degli abeti che lasciavano passare una luce timida e tremolante, ognuno con la testa china per scovare qualche prelibatezza tra il fogliame e i rami marcescenti del sottobosco. Giuseppe procedeva lentamente, sembrava un cercatore d’oro ai tempi della frontiera: lo sguardo attento, reso ancora più acuto da un paio di spessi occhiali, indagava con una serietà invidiabile, mentre il giovane lo seguiva sbadigliando, visibilmente annoiato. Gemma e Dario marciavano paralleli a marito e moglie armati di opinel, lasciando che le proprie direzioni divergessero sempre più dai due ad ogni passo. La professoressa, incerta su quale coppia seguire, scelse infine quella di Dario e Marzia, mantenendosi però a una distanza di sicurezza, come se non volesse turbare il loro tacito ma condiviso bisogno di intimità ma al contempo fosse desiderosa di impicciarsi un po’. Nonostante il passo agile di Dario, visibilmente indispettito dal terzo incomodo, questa non li mollava, seguitando a controllare pedissequamente le zone appena passate in rassegna dai due, nonostante i richiami di Dario: va’ che ho già controllato lì, prova a guardare da quell’altro lato! Marzia, che fino ad allora aveva cercato di tenere il ritmo, finì con l’arrendersi e associarsi alla tenace professoressa. Sto io con lei Dario, tu vai che sei veloce! Il presidente, disorientato dall’inaspettata ritirata della fedele discepola, fu costretto a rallentare e ad accettare di fare da capobranco all’ormai consolidato trio.

Dopo poco tempo le uniche parole percepibili furono i nomi dei primi esemplari che spuntavano qua e là. Un chiodino, eccone un altro! Aaaah, un porcino! No Marzia, questo non è un porcino. Ooooh, guardate quanti bei prataioli! I coniugi, ormai piuttosto distanti dal gruppo e invisibili tra gli alberi, squittivano di tanto in tanto: gallinacci, gallinacci!

Gemma, dal canto suo, era rimasta indietro, preferendo dapprima seguire la compagnia senza dare troppa importanza alla ricerca, respirando a pieni polmoni quell’aria fragrante e satura di umidità. Man mano che il bosco saliva e che i membri del club si sparpagliavano nel bosco, però, lei scelse di curvare impercettibilmente la sua traiettoria, descrivendo una parabola rispetto alla direzione dei sette raccoglitori. Ben presto si trovò sola, in un tratto dove la pendenza saliva ispida tra rocce coperte di muschio, alberi marci caduti al suolo, felci e mirtilli selvatici. Si chinava a intervalli regolari per raccogliere qualche vescia grassoccia e qualche pinarolo rossiccio. Non era quello che stava cercando. Lo sguardo sempre più attento si perdeva tra l’intrico di vegetazione, restringendo il campo visivo sempre più, facendo convergere i sensi alla ricerca di qualche esemplare davvero interessante. Porcino! Porcino!, si sentì rimbombare nel bosco. Era Giuseppe, con la sua voce grave e forte. Bravo Giuseppe!, squillò Marzia, da una distanza non misurabile, sinceramente raggiante. Le voci arrivavano filtrate dalle foglie, rimbalzando tra i tronchi e rendendo impossibile cogliere l’esatta direzione da cui giungevano. Gemma cominciò a non curarsi più dei suoni prodotti dalla compagnia, ormai niente più che un miscuglio di vibrazioni mescolate alle armonie boschive. Rallentò decisamente il ritmo e si mise a scandagliare il suolo con attenzione, scartando quelli che fino a pochi attimi prima sembravano essere modesti ma graditi doni. Ogni volta era così: le sembrava di fondersi con la terra bagnata e con i rami che doveva scostare con cautela, con le lumache che scorrevano bavose tra le foglie cadute e gli scoiattoli che scrutavano dalle cime irte di aghi. Il suo campo visivo, essendo impossibile l’estensione orizzontale, si limitava a tratti squadrati di sottobosco, passati in rassegna al millimetro. Poi la vide. Tozza, lucida, tonda, nascosta sotto un ciuffo di erba e alcuni rametti di abete. Il suo colore era rosso vivo, fiammante, come un bel pomodoro maturo, con quei puntini bianchi che seguivano un disegno misterioso e disordinato. Una creatura invitante, sessuale. Tirò fuori dalla tasca il suo coltellino e staccò il fungo cercando di estirparlo alla radice. Eccolo: era grosso e intatto. Infilò l’amanita in un secondo sacchetto, ben separata dagli altri funghi. Si alzò ed ebbe una scossa: di fronte a se, proprio dove il tronco di un larice si infilava nel terreno, spuntavano come tanti bubboni una serie di piccoli bottoncini dalla sgradevole tonalità marroncina e giallastra. La Galerina marginata!, bofonchiò tra sé Gemma. Riaprì il sacchetto dell’amanita e ci fece cadere un bel mucchietto di quei funghetti, per poi nascondere il tutto nel fondo del suo zaino.

Quando tornò a ricongiungersi coi membri del gruppo questi rimasero a bocca aperta: il suo cestino era colmo di porcini, alcuni dei quali grossi come palline da tennis. Se Giuseppe la ammirava fiero, confrontando il gruppetto di boleti con quelli della fortunata consocia, Dario era rosso di invidia. Solo chiodini e prataioli abbiamo trovato noialtri... Che fortuna che hai avuto Gemma, noi evidentemente abbiamo scelto la parte del bosco sbagliata, vero Marzia? Pensate che la settimana scorsa su nell’altro versante ne ho trovato uno grosso come un pugno! Gemma condivise qualche porcino con gli altri (Dario disse che ne aveva mangiati abbastanza la settimana prima), salutò e si precipitò in macchina. Percorse la strada a ritroso di ottimo umore, pensando a come avrebbe potuto utilizzare le sue gustose prede. L’amanita sapeva dosarla molto bene: a piccoli tocchi garantiva serate fantastiche, e le sarebbe durata almeno un mesetto una volta essiccata. La Galerina non lo sapeva. Avrebbe dovuto studiare, fare un po’ di ricerche su internet, magari scovare qualche vecchio libro in biblioteca. Sarà stata tanto velenosa, anche in piccole dosi? Quali gli effetti? Tanto lo sapeva che non avrebbe resistito e ne avrebbe provato un pezzettino piccolo piccolo, un giorno in cui avesse avuto il tempo di smaltire (o di godersi) gli effetti di quel piccolo sconosciuto. Ché la vita ogni tanto bisogna godersela, vero Gemma? Si diceva mentre la luce del sole le brillava dritta dritta in faccia attraverso il parabrezza, rivelando a poco a poco una cittadina piccola ma bella, a suo modo accogliente. Le restavano solo un paio di tornanti, poi il bosco avrebbe lasciato spazio a villette e ristoranti, e la strada si sarebbe buttata sulla statale.
La sua casetta e il suo orto erano lì che l’aspettavano, e lei non vedeva l’ora di chiudersi la porta alle spalle.

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